Day 11 : mar. 30 aprile 2013

Shigatse: politica e religione al monastero di Tashilungpo. Shegar: prima veduta sull'Everest!

Colazione nel solito stile tibetano, buona senza le pretese di un lusso che nessuno qui si può permettere. Ma l’aspetto più interessante è l’arredamento in stile vivace, sembra di andare indietro nel tempo, in cui la tradizione segnava ogni tratto della vita quotidiana. Il cielo sembra emanare esso stesso una luce che origina dalla sua tinta cobalto, mentre il sole sale lentamente all’orizzonte riscaldando la giornata intensi colori più di quanto non influisca sulla temperatura. La zona che attraversiamo tra Gyantse e Shigatse è fondamentalmente agricola, a coltivazione di orzo, e vi sono estese superfici che vengono arate in questi giorni. Si tratta di aziende private in cui esiste una semplice forma di meccanizzazione, ben diversa da quanto abbiamo visto in Nepal. Il salice è una delle poche piante che si trova sull'altopiano, serve come frangivento lungo le strade e a protezione delle case, risulta molto resistente sia al vento che alla quota. Viene inoltre usato come materiale da costruzione. La struttura domestica è normalmente su due livelli: al piano terra ci sono gli animali e la zona magazzino mentre sopra c'è la zona abitativa.

Prima di entrare in città ci rechiamo al locale posto di polizia dove la guida cerca di ottenere i permessi per proseguire, ovvero andare verso la parte occidentale del Tibet. Ne servirà ancora un altro per entrare nel Parco dell'Everest. Si tratta di pura burocrazia volta a creare difficoltà e disincentivare il turismo di massa. Del resto, per chi ha le carte in regola non si tratta che di una pura formalità, d’altro canto sarebbe assurdo venire fin qui ed essere poi rispediti indietro ad uno dei tanti posti di controllo fissi che s’incontrano lungo il percorso. Ma rilasciare un solo permesso a Lhasa avrebbe tolto un po’ di fascino all’avventura.

Per la verità la stazione di polizia a Shigatse non è ancora aperta, o meglio non è ancora arrivato l’addetto ad apporre timbro e firma (anche se sono già le 9,30), torneremo dopo. Nel frattempo adiamo a visitare quel misto di fede pura e religione filogovernativa che è il monastero di Tashilungkpo (Foto2, Foto3). La prima è costituita dai fedeli che pregano intensamente, che versano burro di Yak (in realtà si tratta di un grasso vegetale, almeno in questo caso) per devozione e che, sempre per devozione, lasciano ingenti oboli ai monaci. Dall’altro lato c’è una religione piegata alla volontà di Pechino. I monaci in passato erano 3600, adesso ne rimangono 800. Durante la Rivoluzione Culturale vennero dispersi, costretti a sposarsi o portati in centri di rieducazione, dai quali pochi uscirono vivi. Attualmente per diventare monaco occorre essere autorizzati da un ente governativo (potremmo definirla una nuova forma di teocrazia), in cambio si riceve uno stipendio come ogni dipendente pubblico, mentre le offerte dei fedeli finiscono nelle casse statali. Questo almeno quanto abbiamo letto in più occasioni, ovviamente fuori dalla Cina. Inoltre il monastero è particolarmente significativo e “delicato” in quanto è la sede eletta del Panchen Lama (la seconda carica religiosa nel buddhismo tibetano). Con una forma che sommariamente si può descrivere nel vicepresidente (Panchen Lama) che nomina il presidente (Dalai Lama) e viceversa, attualmente ci troviamo  con un Panchen Lama nominato dal Dalai Lama parecchi anni fa, ma rapito in tenera età e sparito in qualche località nascosta della Cina e uno nominato dal partito comunista, che ha trovato fra le sue file un monaco particolarmente zelante e sensibile alle tematiche della capitale e lo ha nominato a capo dell’alta carica, cosicché sarà lui a nominare il prossimo Dalai Lama quando l’attuale passerà a miglior vita. Viene da pensare che quest’ultimo non verrà accettato dai fedelie ci troveremo di fronte a nuove oppressioni e massacri. E’ ovvio che l’attuale Panchen dimori a Pechino e solo raramente faccia apparizione nella sua sede naturale di Tashilungkpo. Insomma,  esiste un groviglio di intrighi politico religiosi e noi ci troviamo proprio nel punto nevralgico. L’aria che si respira è comunque quella di un qualsiasi monastero, dove circolano fedeli, monaci e ci sono le immancabili opere di restauro in corso. Sembra di vedere una certa opulenza che in verità non guasta dal punto di vista estetico: muri dipinti di recente, tende esterne non sfilacciate, stupa ricostruiti da sembrare antichi anche se datano pochi anni fa. Pare di arrivare in una corte religiosa dove il tempo non sia mai trascorso e tutto funzioni a perfezione, in un circolo virtuoso da set cinematografico. Conviene ripetere che di vero ci sono sicuramente i fedeli che destano ammirazione per il loro atteggiamento, credenti in modo sincero e verrebbe da dire perfino innocente. Ma quella è la loro religione e nella loro semplicità culturale sanno andare oltre ai rappresentanti terreni del Buddha. Il resto non lo sappiamo, ma abbiamo il forte sospetto che la religione in questo luogo non rappresenti la totalità dei pensieri. Nelle cappelle si trovano molti quadri del nono, decimo e undicesimo Panchen Lama. Non ne esistono invece dei precedenti in quanto prima non esistevano foto, strano che non esistano dei loro ritratti. Quando venne edificato il monastero, sul luogo ove sorge la cappella più antica si trova una pietra nera che fungeva da basamento di un cimitero tibetano a cielo aperto. All'interno del complesso vediamo molti sacchi d'orzo che vengono donati dai pellegrini per il sostentamento dei monaci, i quali lo useranno per fare lo tsampa, immancabile piatto tibetano.

Degli stupa presenti nel monastero è rimasto solo quello del quarto Panchen Lama, gli altri sono stati portati via dalla Rivoluzione Culturale così che le reliquie degli altri Panchen Lama hanno trovato posto nello stupa del quarto .

La città di Shigatse è diventata ormai completamente cinese, svuotata di quanto aveva di storico e circondata da foreste di palazzi che verosimilmente catalizzano le popolazioni rurali verso la città per trasformarle in plotoni d'operai.

Usciti dalla città attraversiamo una zona desertica con alture rocciose, di tanto in tanto s’intravedono piccoli villaggi che sopravvivono grazie ad elementari forme d’agricoltura, che con la quota si trasforma in allevamento. Vedendoli dall’esterno viene da chiedersi come vivano: sparuti gruppi di case dello stesso colore della terra circondate da muri ai quali solitamente viene appiccicato lo sterco di yak a seccare. Intorno è tutto un giallastro tendente all’ocra senza un filo d’erba. Pur comprendendo che aprile costituisca l’inizio stagione, rimane il fatto che l’epoca adatta alla coltivazione è assai ristretta. Un valido supporto alle attività agricole viene offerto dai frequenti corsi d’acqua che scendono dal versante nord della catena himalayana, fornendo le risorse idriche necessarie per far crescere l’orzo nei terrazzamenti e poco altro.

Ci fermiamo in un punto di ristoro in corrispondenza del cippo che segna il km 5000 da Shanghai. Una distanza considerevole, ma non sufficiente per non sentirne l’ingombrante presenza. Stupisce comunque come le distanze kilometriche vengano considerate a partire da Shanghai e non da Pechino. Oltre ad un paio di negozi che vendono bibite, qui si trovano alcuni venditori ambulanti che cercano di rifilare pietre e collane con connotati religiosi ai viandanti (quasi come dei rosari). Arriviamo allo Tsuo La Pass a 4526 mt, una landa totalmente desolata, fatto salvo per le migliaia di bandiere di preghiera che sovrastano il colle. Rade pecore sembrano brucare la terra. Lasciamo la Friendship Hwy per Sakya, che raggiungiamo con una digressione di 25 km su sterrato. Anche qui il paesaggio circostante è molto arido, greggi di pecore e capre cercano qualcosa da mangiare nel terreno arato, anche se a dire il vero non sembrano soffrire la fame. Ci viene detto che la primavera quest’anno è assai indietro, anche perché ci saranno due mesi d’agosto, per effetto del calendario lunare che deve raccordarsi con quello solare. Parlando con la guida le diciamo che in Italia da oggi abbiamo un nuovo governo e restiamo stupiti quando, spiegando com’è costituito il sistema governativo italiano, ci viene chiesto il significato del Parlamento. Non bisogna dimenticare che in Cina (e meno che mai in Tibet) le istituzioni che reggono lo Stato sono di stile ben diverso dal nostro ed il parlamento è sostituito da un Congresso che si raduna raramente e solo dietro convocazione. Per essere sicura di capire bene, la nostra guida utilizzerà un traduttore digitale per la parola parliament. Lungo la strada c’è una grande attività di agricoltori intenti ad arare o lavorare nei campi. In questo caso la maggior parte lavora con dei buoi, mentre solo alcuni dispongono già di trattorini.  Sakya si trova a 4300 mt., mentre la strada che percorriamo per arrivarci si tiene sui 4000/4100 mt. Il suo significato è Terra Grigia, tant’è che molti edifici presentano colori diversi dalle classiche case tibetane. il monastero (Foto2) appartiene infatti alla scuola di Sakya, è retto da una “dinastia” di monaci che hanno il diritto di sposarsi ed avere prole per tramandare la stirpe a capo del complesso. I monaci semplici devono invece mantenere il celibato, come del resto tutti i religiosi nel mondo buddhista. L’interno è scuro, incontriamo pochi pellegrini e siamo gli unici turisti presenti. L’interno ha un’apparenza più austera, soprattutto la cappella delle divinità protettrici, che sembrano avere sembianze terrificanti, alcune delle quali sono state perfino ricoperte. Non si capisce se si tratti veramente di un sistema per incutere ancora più terrore o siano veramente spaventose. Resta il fatto che vogliono rappresentare un simbolo di ostilità all’ignoranza. Facciamo il giro camminando sulla sommità delle mura (Foto2, Foto3) del monastero con splendida veduta dall’alto sui dintorni. Rileviamo così la geometria delle costruzioni, nonché le abitazioni dei monaci e di chi ci vive. Al di fuori sorge quello che era un villaggio, oggi sviluppatosi nonostante la posizione periferica. Rientriamo sulla strada principale per affrontare la salita verso il passo Gyatso La (Foto2), a fianco della striscia asfaltata incontriamo greggi dove le capre lasciano sempre più posto alle pecore. I pastori che le seguono vivono in tende in condizioni di pura sussistenza, dove freddo e vento impetuoso scolpiscono i loro visi tanto da farli sembrare pietrificati. La neve diventa sempre più frequente, i nevai si annidano soprattutto sul fondovalle, coprendo in gran parte il torrente che scava dei tunnel sotto il manto ghiacciato per poter proseguire. Il passo si trova a 5248 mt. il freddo è pungente a causa del vento ma non particolarmente fastidioso. Camminare in piano non crea problemi, salvo sentire il cuore pulsare forte non appena si fanno pochi passi in salita. Scendendo, intorno al km 5114 abbiamo la prima veduta sull’Everest (orgogliosamente detto Qomolongma in tibetano, che significa Dea madre della terra). E’ ancora distante, quasi nascosto in mezzo alle altre montagne, ma la sua forma non può dare adito a dubbi. Eccolo finalmente dinnanzi a noi. Immagazziniamo le prime foto, mai che domani il tempo non ce lo conceda più, e restiamo senza parole per essere al cospetto della montagna più alta del mondo. Non lo sappiamo, ma questo è solo un assaggio. Domani avremo il privilegio di farne la conoscenza da molto più vicino ed il tempo ci sarà ancora una volta amico. Siamo sui 4500 mt e s’incominciano a vedere i primi villaggi stanziali con relativi terrazzamenti. Il Qomolongma Hotel di Shegar è in classico stile cinese, grande ed al tempo stesso spartano. Nessuno che parla inglese e ordinare una birra ed il poco altro non compreso nel menu standard della cena costituisce di per sé un’avventura. La stanza è fredda ma sotto i piumoni si dorme bene. Quando si è in quota la sera è sempre uguale: dopo cena il freddo diventa assai fastidioso e andare a dormire rappresenta allo stesso tempo una soluzione alla stanchezza ed un rimedio contro il freddo. Stasera facciamo due passi in questo insignificante paese e l’unica cosa che ci convince a stare fuori nonostante il vento che ci sferza è un tramonto da cartolina. L’ovest si ammanta di tutte le tonalità che vanno dal giallo al rosso. Rientriamo nella nostra camera, di grandi dimensioni nonostante il bagno sia di assai ristretto, dove riscontriamo una temperatura di 11°. Mettendo sopra di noi uno spessore di due piumini riusciremo a trascorrere un nottata ristoratrice.

Man mano che ci si allontana da Lhasa la cortesia dei tibetani rimane al livello più elevato, ne va tuttavia dell’efficienza probabilmente a causa della ruralità dei luoghi dove passiamo. Non c’è molto turismo e la gente rimane isolata per buona parte dell’anno. Le stesse cameriere sono indecise se dar seguito agli ordini ricevuti o restare a guardare gli ospiti che si trovano di fronte. Dal momento in cui si chiede qualcosa a quando lo si riceve può passare parecchio tempo, ma è giusto essere pazienti e tolleranti verso persone che vivono in un contesto così diverso. Fossimo noi così cortesi come lo sono loro! Va da se che in Nepal le persone sono ugualmente cortesi ma riescono anche ad unire un innato spirito di simpatia. Cosa più difficile per i tibetani, abituati ad un ambiente più rigido ed austero, nonché a 60 anni di oppressione. Resta il fatto che una volta conosciuti non si può non amare  loro modo di essere.

Pernottamento: SHEGAR - Qomolangma Hotel