Day 14 : ven. 3 maggio 2013

Passaggio sul Friendship Bridge e ritorno nell'allegro Nepal. Misto di religioni a Swayambunaht.

Con l’umore di chi si congeda da un sogno che sta per finire, ci apprestiamo a lasciare il Tibet. Consumiamo la colazione nel ristorante dell’hotel, grandi spazi e poca sostanza. Usciamo per incontrare quelli che nel frattempo sono diventati i nostri amici, l’autista e Lapu, la guida. Con loro scambiamo due parole di forma ma sono i silenzi a dominare la scena. Peccato, perché la giornata è particolarmente serena, cosa anomala in questo luogo dove le correnti umide meridionali incontrano quelle più fredde da nord. La vegetazione la dice lunga in materia. Ma neanche questo può bastare a renderci sorridenti. Sono le 8 e scendiamo verso il ponte di confine. Lasciamo loro quanto ci resta di valuta locale, oltre ad una congrua mancia in dollari. Sono le 8.30 ed il confine apre alle 9: abbiamo ancora il tempo per osservare quanto succede intorno a noi in questo luogo distante dal mondo, distante dal tempo. Traffici e politiche a noi invisibili attraversano il ponte in entrambe le direzioni, in un afflato di misteriosità. Dall’altra parte, sul versante nepalese dietro un cancello si assiepa qualche decina di persone, in attesa che il varco venga aperto. Quando questo avviene iniziano a correre verso il banchetto della polizia situato a metà del ponte per acquisire la priorità. Non vendiamo ancora camion, quelli probabilmente sono transitati nella notte in un senso alternato che diversamente non potrebbe essere, l’unica strada di Kodari con il suo traffico di umani, vetture, animali e altri mezzi motorizzati non lo consentirebbe. Del resto non viene concesso ai camion indiani (la grande maggioranza) o nepalesi di passare in Tibet, al massimo possono raggiungere Zhang Mu, lì tutto viene trasbordato su camion e autisti cinesi. Sul lato cinese tutto è tranquillo, i funzionari raggiungono il posto di frontiera per prendere servizio in un palazzo in stile moderno impero cinese, pochi viaggiatori si guardano intorno meravigliati, altri individui del posto attendono nei locali che segnano gli ultimi metri di Tibet. In realtà di Tibet qui rimane ben poco, siamo nel fondo di un vallone periferico persino per questa regione e le architetture e i visi hanno parvenze tipicamente made in China. A pochi metri ci sarebbe la libertà per i tibetani, ma loro non possono raggiungerla. Chi ci prova viene falciato. Non ci siamo mai trovati in un punto simile, un muro di Berlino in versione asiatica delineato in questo caso da un torrente. Sui lati, ripidi versanti ricchi di vegetazione. Da una parte una vita di nobile miseria, dall’altro quella di una nobile oppressione. Nel mezzo, noi, a vivere in una condizione di privilegiati che transitano liberamente da un posto all’altro. Non si percepisce tensione, del resto fra i due Paesi esistono normali relazioni diplomatiche. Certo che tutto è più sotto controllo di quanto riusciamo ad immaginare: sappiamo di guardie cinesi che in borghese si aggirano a Kodari per sorvegliare su quanto accade, cosa impensabile in ogni altro angolo del mondo. Finalmente alle 10h (7,45 h. ora di Kathmandu) si apre il confine e siamo fra i primi ad essere sottoposti ai controlli: prima quello dei permessi, quindi l’ispezione ai bagagli, infine quello dei passaporti. Il tutto si sbriga in pochi minuti, ma noi non abbiamo nulla da temere, mentre Lapu si aggira per tradurre chi siamo ai funzionari. Ad un certo punto ci troviamo fuori ed arriva il momento di salutare la nostra guida con la quale abbiamo condiviso questa settimana. E’ un momento toccante: noi torniamo verso un mondo più prossimo al nostro, lei andrà a recuperare un tedesco a Lhasa per ricominciare un nuovo giro. Con l’autista ci siamo congedati poco prima, lui deve ritornare a Lhasa, mentre lei deve prendere in consegna alcuni clienti per fargli espletare le formalità doganali ad entrare in Tibet, poi troverà un qualche modo per rientrare nella capitale. Ciò almeno quanto ci viene detto, ma in questo Paese di misteri e di cose dette per depistare diventa difficile scindere le parole dai fatti. Resta il fatto che ci troviamo fuori dalla Cina ma ancora sullo stesso versante. Qui veniamo assaliti da facchini che intendono portarci di là le valigie. Rifiutiamo cortesemente fino a quando non leggiamo i nostri nomi su un foglio, appena riconosciuti un manovale del nostro “passatore” ci requisisce i bagagli e con loro attraversiamo il ponte. Il tempo sembra trascorrere al rallentatore, consci del momento che stiamo vivendo camminiamo lentamente ma dobbiamo anche stare dietro ai nostri averi. Vorremmo guardarci intorno ma dobbiamo camminare e scansare i nepalesi che si affrettano ad attraversare, il Friendship Bridge che unisce e nel contempo divide Nepal e Tibet sta sotto di noi e ancora più sotto scende impetuoso il Bhote Kosi. Abbiamo solo il tempo di pensare a quante storie vere passano quotidianamente da qui e ci troviamo a varcare il cancello sul lato nepalese. Qui tutto è diverso e quasi tutto ha la forma confusionaria di un bazaar. E’ un viavai di mezzi lungo una strada che non potrebbe contenerli tutti nemmeno se fosse una piazza d’armi, conciliati solo dalla proverbiale pazienza degli autisti. Ci rechiamo nel punto di frontiera per registrare l’ingresso in Nepal, senza tante formalità dal momento che abbiamo il visto per ingresso multiplo, si tratta solo di apporre la solita marca ed un timbro. Il nostro accompagnatore ci lascia seduti su una panchina sistemata lungo i caseggiati sul lato sinistro: il suo lavoro è terminato, ora verremo presi in consegna da una nuova guida ed un nuovo autista. Dal momento che i due tardano ad arrivare abbiamo tutto il tempo per osservare lo scorrere della vita quotidiana a Kodari (Foto2, Foto3). E’ così che vediamo la scena dei bambini che vanno a scuola, faccendieri che circolano per svolgere i loro loschi affari, camion indiani che scendono suonando per non investire qualcuno, auto che cercano invano parcheggio per qualche minuto in attesa di poter incontrare il gruppo con il quale hanno appuntamento. Ancora una volta sono pochi gli occidentali, quasi nessun cinese, mentre il resto è costituito da nepalesi o indiani (difficile riconoscerli in quanto hanno gli stessi tratti somatici). Con bei tre quarti d’ora di ritardo finalmente arrivano i nostri: scopriremo poi che non si parte mai abbastanza presto con queste strade. Arrivano da Kathmandu ed hanno già una bella esperienza alle spalle. Esperienza che raddoppieranno nel ritorno, questa volta con noi a bordo. Ma non siamo abituati a questo traffico e ogni sorpasso è un momento infinito che può tuttavia finire in un istante, anche tragicamente. La prima impressione di questa parte di Nepal è che il governo non abbia voluto investire nella pavimentazione delle strade, lasciando volutamente lunghi tratti di polveroso sterrato in un’arteria che dovrebbe essere fra le più importanti e trafficate di tutto il Paese, in quanto mette in comunicazione con la Cina. Forse sarà proprio questa la ragione o forse sono le frequenti frane (Foto2) che durante la stagione monsonica precipitano giù in vere e proprie slavine di fango (forse entrambe le cose), resta il fatto che è un vero inferno tanto per chi ci abita che per chi la percorre. E’ praticamente una striscia di polvere ad unica corsia tanto: chi arrivasse per la prima volta in Nepal non distinguerebbe se si guida a destra oppure a sinistra. E’ ovvio che camion e bus vadano lenti ed è altrettanto palese che le auto approfittino di ogni varco per cercare un sorpasso, sovente cieco. Resta ancora da capire come gli incidenti siano relativamente pochi e come gli autisti non finiscano sclerati dopo poco tempo. Scendendo, la strada diventa più percorribile e si può guardare fuori con maggiore speranza, ma non è il caso di farsi illusioni. Dopo qualche decina di km dove sull’altro versante continua il Tibet, la frontiera piega a est e ci troviamo in pieno territorio nepalese, dove il fiume perde il suo carattere torrentizio tanto da aprire dei pianori dove i bambini giocano nell’acqua. Una sosta per vedere gli alveari  (Foto2) in posizione pensile sotto una parete di roccia ed un’altra a bere una bibita in un bar su una splendida posizione lungo il fiume che scende dall’Helambu, per arrivare nella trafficata capitale. La valle di Kathmandu è accogliente e piacevole, la strada serpeggia nel verde tra splendide case ben tenute e coltivazione ordinate, in uno scenario reso mozzafiato dalle vette circostanti. Poco prima di entrare in città, in posizione di protettore in cima ad una collina, vediamo un’enorme statua di Shiva (Foto2) con annesso tempio. Ci spiegano che è lì proprio a protezione della città. A questo punto non resta che superare il perenne imbottigliamento di Kathmandu ed arrivare finalmente in hotel quando è l’una. Pur avendo dovuto attendere l’auto che è venuta a prenderci siamo arrivati presto in virtù delle 2,15 h. di recupero del fuso orario. Abbiamo comunque impiegato tre ore per un percorso di 100 km.

Soddisfatti di essere sopravvissuti all’esperienza, ci ricordiamo di non avere nemmeno pranzato. Allo scopo mangeremo  un paio di barrette ed eccoci di nuovo pronti per uscire a scoprire un nuovo angolo di Kathmandu. Oggi tocca allo Stupa di Swayambunath e alla città satellite di Patan. Il primo è uno splendido esempio di convivenza fra le religioni: sebbene lo stupa sia un simbolo del buddhismo tutt’intorno si trovano sculture hinduiste poiché oggi la maggioranza della popolazione nepalese è seguace di questa religione. Situato alla periferia ovest, si trova su una collina, alla quale si ascende da due scalinate. Dall’ampio piazzale in cima si gode di una splendida vista sulla città e si ha modo di ammirare lo stupa centrale, contornato da templi, statue e una folla di pellegrini intenti a pregare. Il posto non rappresenta un esempio per gli igienisti occidentali ma anche a questo abbiamo ormai fatta l’abitudine. Scendiamo lungo la scalinata occidentale dove incontriamo alcune scimmiette e ci concediamo anche a qualche shopping presso una ragazza che intaglia quadri nella pietra. Ne compriamo uno con la figura delle mani giunte ed il saluto Namasté (saluto il divino che è in te) a dare il benvenuto per chi entra in casa. Saranno anche soltanto dei simboli, ma loro ospitali lo sono davvero. Contrattiamo la tariffa con un tassista per farci portare a Patan e qui iniziamo il giro della cittadina. Non c’è soluzione di continuità con Kathmandu, ma fino a due secoli fa erano città stato in forte concorrenza fra di loro. Una concorrenza anche positiva perché ha postato alla costruzione di un’altra Durbar Square (Foto2, Foto3) simile a quella di Kathmandu e di un’infinità di templi ed edifici caratteristici per conquistare il primato di città più bella. Fortunatamente nulla è andato distrutto ed ora possiamo immergerci in quest’atmosfera urbana che significherebbe un salto indietro di un paio di secoli, non fosse per il traffico che ci riporta subito al presente. Dopo un paio di foto alla piazza ci infiliamo nei vicoli in un percorso guidato proposto dalla LP per meglio capirne lo spirito.

Per le 19 dobbiamo essere in hotel da dove, accompagnati da Prachanda e Gurung (i due della Trekkers’ Society) andremo alla cena di commiato. Il locale non poteva essere scelto meglio, dal momento che al Bhojan Griha si tengono anche spettacoli di danze folkloristiche con splendidi costumi locali. Gustiamo un dahl bhat delizioso, quello vero ci dicono, altri assaggi della cucina nepalese e con i due simpatici ragazzi abbiamo anche modo di scambiare un paio di opinioni e di birre. 

Quando sono ormai le 23 ci congediamo da loro grati della simpatia e dell’ottimo servizio resoci. Era impossibile trovare di meglio, anche volendo essere pignoli, non potremmo trovare neppure un neo nella loro organizzazione. Anche oggi la giornata è stata intensa e stasera non abbiamo difficoltà a prendere sonno. Per la terza notte in due settimane pernottiamo al Kathmandu Eco Hotel.

 

Pernottamento: KATHMANDU - Kathmandu Eco Hotel