Day 9 : dom. 28 aprile 2013

Lhasa: capitale del Tetto del Mondo. Città di contrasti, sempre più cinese ma orgogliosamente tibetana.

Alle 4,45 h. (per noi abituati all’ora nepalese sono 2,30 h. di notte) veniamo letteralmente catapultati giù dal letto dai vigorosi colpi battuti contro la porta da parte di una cameriera cinese. Mi sembra di essere in un film: sono stato sequestrato per non si capisce bene quale ragione (non ne serve necessariamente una) ed ora ci stanno portando via in un luogo segreto per farci confessare quello che non abbiamo mai commesso e di lì per qualche anno nei campi di lavoro. E’ soltanto un incubo fatto ad occhi aperti che riferirò poco più tardi ai compagni di sventura per ironizzare su quanto sta accadendo. Ci intratteniamo col gruppo di russi in partenza per il Kailash, il cui capo indossa un berretto stile Mao. Parla un inglese accettabile, non emana simpatia ma sembra una persona carismatica, e lo è. Ha asceso l’Everest e non si trova a disagio nelle situazioni difficili, parlare con lui significa subito imparare molte cose. Lo stile militaresco gli conferisce un fascino misterioso e quelli che sono con lui prima lo rispettano e poi lo amano. Stampa le parole con la sicurezza  delle persone forti ed esperte, peccato non potersi aggregare al loro tour. Alle 5,30 h. siamo su un pullman con le valigie caricate, pronti per la destinazione aeroporto. Chi è destinato in Tibet è soggetto a controlli speciali e viene indirizzato a degli sportelli dedicati, dove uno zelante funzionario trova qualcosa da ridire al nostro permesso, convocando alcuni superiori. Dialogano un po’ fra di loro senza che riusciamo anche solo ad intuire quale sia l’oggetto della contesa ed dopo alcuni interminabili minuti ci fanno segno di passare. La partenza è prevista alle 7,40 h. ma le informazioni vengono fornite con una parsimonia quasi scientifica. C’è di bello che quanto affermano poi si avvera e poco dopo l’orario previsto a bordo di un Airbus 330 decolliamo per il secondo giorno consecutivo alla volta di Lhasa. Questa volta siamo due ore a est, prima eravamo un’ora e mezza a ovest. Poco prima delle 10 h. atterriamo nel nuovo aeroporto della capitale tibetana, posta a 3650 mt. di quota. Le formalità in ingresso sono relativamente semplici, trattandosi di un volo interno; non abbiamo problemi di acclimatamento, ritiriamo le nostre valigie ed incontriamo subito Lapu, la nostra guida tibetana, che in segno di benvenuto ci mette al collo un katahk (sciarpa benaugurale di benvenuto). Questo gesto sta a significare la purezza di cuore di chi ti offre accoglienza e il benvenuto. Fin da questi primi gesti che potremmo quasi definire cerimoniali, ci rendiamo conto che lo stile comportamentale è molto simile a quello nepalese: gente ospitale e con un senso innato della cordialità. A seguire facciamo conoscenza con l’autista, al volante di un Land Cruiser, e si parte per Lhasa: da qui al centro sono 45 km., attraversando il fiume Yarlong Tangpo (che in India prenderà il nome più famoso di Brahmaputra) e superando un tunnel che mette in comunicazione due zone pianeggianti. La montagna sovrastante sorge infatti come una rocciosa isola oblunga e viene circumnavigata dagli aerei in fase di atterraggio provenienti da est. L’autostrada è stata terminata nel 2008 e fin da subito vediamo come la Cina stia investendo anche qui nelle infrastrutture, come già avviene in altre aree più a nord visitate lo scorso anno. Di fianco alla strada corre la ferrovia quasi ultimata che porterà da Lhasa a Shigatse, quale prosecuzione della ormai famosa linea del cielo Xining-Lhasa. Vediamo coltivazioni di orzo (col quale si prepara la tsampa, il piatto nazionale), soia, patate e grano, che viene seminato adesso per essere raccolto verso ottobre. Poco prima di mezzogiorno siamo finalmente in hotel, posiamo le valigie ed andiamo immediatamente alla scoperta della città con il ritardo di qualche ora. Non eravamo venuti a Lhasa pensando che conservasse il fascino mistico di un tempo e ce ne rendiamo subito conto da come la città sia un enorme cantiere a cielo aperto, soprattutto nel suo centro. Ne conveniamo che i cinesi abbiano impiegato vent’anni per distruggerla durante la Rivoluzione Culturale ed altrettanti vent’anni per ricostruirla a loro immagine e somiglianza Vediamo subito il Jokhang, nel centro storico della capitale, costruito nel 7° secolo, è il tempio più sacro di tutto il Tibet. All’interno si trova una statua in oro del Buddha Sakyamuni, portata dalla principessa cinese Wen Chen in occasione del suo matrimonio con il re tibetano Songten Gampo. Ci sono molte cappelle che sono aperte solo al mattino, ricoperte di candele o veri e propri vasi contenenti fiammelle che attingono al burro di yak. In mezzo ad aiuole e fioriture saliamo sulla terrazza del tempio dalla quale si gode un’ottima vista sulla piazza del Barkhor ed, in lontananza, vediamo per la prima volta il Potala. Un po’ defilato, ma è lui. Smettiamo di sognare quando il nostro sguardo volge verso sud e sulla terrazza del palazzo antistante vediamo il gazebo della polizia che controlla i movimenti dall’alto. Ovunque si trovano del denaro lasciato dai fedeli in offerta alle divinità e per accompagnare le preghiere. Nei prossimi giorni parleremo con la guida e mostreremo il nostro stupore per questa commistione fra sacro e profano, destando la sua ilarità. I buddhisti non provano imbarazzo nel mettere il denaro offerto ben in evidenza sotto le statue delle divinità: certo però che stupisce vedere decine di banconote con l’effige di Mao ai piedi di Buddha o Avalokiteshvara. Resta a noi incomprensibile se si tratti di una loro forma di avidità o piuttosto di un nostro falso pudore.

Si va a fare pranzo in un ristorante di fronte al tempio, dove chiediamo di servirci qualcosa rapidamente: opteremo per i fried noodles di chiara gastronomia cinese ed una sorta di dahl baht in stile locale. Ci si sposta nella periferia occidentale per visitare il Monastero di Drepung, che sorge in posizione dominante sulla città e con bella vista sulla catena montuosa a sud ancora imbiancata. Come altri (tra cui Sera) il complesso sorge in un’area dove la pianura ascende verso la montagna, quasi ai suoi piedi. Fu il monastero più grande del mondo, venendo ad ospitare fino a 10.000 monaci. Venne costruito nel 1419 da Jamchen Coejie e vi trovarono sepoltura il secondo, il terzo ed il quarto Dalai Lama. Nelle prossime righe intendiamo ricordare alcuni degli insegnamenti appresi visitando i monasteri tibetani, senza voler considerare questo un catechismo o un chiarimento su questa complessa religione. Semplicemente alcune nozioni apprese, che hanno contribuito a creare un’immagine meno confusa, utili a coglierne lo spirito; spiegazioni da assimilare a concetti teologici espresse in modo comprensibile:

-          Un masso decorato ci propone il mantra più famoso, quello della compassione dedicato ad Avalokiteshvara: Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, dove Om sta per Dio, Ma ni come semidio e umano, pad me come regno animale e gli spiriti affamati, Hum infine per l’inferno; tutto questo sta a simboleggiare il circolo della vita indicato al prossimo punto.

-          La guida ci spiega le allegorie buddhiste iniziando da quello che viene chiamato il circolo della vita ed è sovente rappresentato in quadri che si trovano all’interno di templi o monasteri. Gli stati sono: Dio, semidio, uomo, piante e animali, spiriti affamati e inferno. A questo si lega il discorso delle reincarnazioni, tant’è che all’interno del circolo si trovano due corridoi, uno ascendente (bianco) e uno discendente (nero) per portare le anime verso le tre categorie superiori o verso quelle inferiori. Quelle superiori sono Dio, semidio e uomo, che è sì nel grado inferiore ma comunque nella categoria per così dire positiva. E’ chiaro che più si scende di categoria maggiori saranno le difficoltà nel risalire e recuperare posizioni. Al termine si può ottenere l’illuminazione e quindi uscire dal ciclo delle reincarnazioni. Qui sta il fondamento di questa religione che reputa la vita come una sofferenza ed uscire dal ciclo delle reincarnazioni come l’obbiettivo finale a cui aspirare.  Il quadro dei livelli della vita vede al centro tre peccati originali, che sono il maiale, il gallo ed il serpente a rappresentare tre diversi peccati, rispettivamente ignoranza, cupidigia e odio .

-          La differenza fra il buddhismo hinayana e mahayana sta nel fatto che il primo prevede l’illuminazione a livello personale mentre il secondo prevede che tutti quanti (compresi gli animali) possano essere illuminati. Il filone tantrico (o tibetano) appartiene a questa seconda scuola.

-          I monaci possono scegliere liberamente l’ordine al quale appartenere, a seconda delle loro aspirazioni. Gli appartenenti al primo, quello dei berretti rossi, sono più portati al tantrismo, pertanto si dedicano maggiormente allo studio e per loro sarà più facile raggiungere l’illuminazione. Per contro sarà tuttavia anche più facile non raggiungere l’obiettivo vista la difficoltà di tale ambizione.

-          Il Buddha Nibbana (reclinato) è quello del presente quando è passato nell’aldilà, pertanto nel momento in cui ha raggiunto il Nirvana, da non confondere con il Buddha del passato.

-          Cerchiamo poi di distinguere le statue dei Buddha ma ci fermiamo a quella del Buddha del futuro (Maytreya), che viene ritratto seduto con i piedi appoggiati per terra a simboleggiare la sua imminente venuta a sostituire il Buddha del presente.

-          Colpisce inoltre la mitologia di Avalokiteshvara, il quale aveva promesso di fare determinate cose durante la sua vita, senza riuscirci. Venne smembrato in mille pezzi, mai poi il Buddha suo maestro lo ricondusse ad una unità. Rimase tuttavia con mille braccia.

-          Kumbum significa mille immagini.

-          Apprendiamo che il cosiddetto burro di yak utilizzato nei monasteri è soprattutto di origine vegetale perché sembra che quello yak vero produca del fumo (e per conseguenza faccia annerire i soffitti). Questa notizia è in controtendenza rispetto a quanto abbiamo appreso lo scorso anno nel Monastero di Labrang. Quello che è sicuramente vero sono le enormi quantità di burro votivo che viene offerto alle divinità e alla lunga quello di yak rischierebbe perfino di scarseggiare.

-          Tanto nei monasteri che nelle case tibetane sono tre i colori dominanti: il nero a simboleggiare la potenza, il bianco per la compassione e il rosso per la conoscenza/saggezza.

-          Le bandiere di preghiera tibetane hanno 5 colori: blu per il cielo, bianco per le nuvole, rosso per il fuoco, verde per l’acqua e giallo per la terra. Tali bandiere che vengono piazzate in prossimità di colli e vette montane, ponti e tetti delle case servono a portare fortuna, anche agli studenti che devono superare un esame.

La vegetazione presenta le colorazioni d’inizio primavera, dove solo alcuni arbusti (prunus e forsizie) sono già fioriti e gli alberi d’alto fusto presentano le prime gemme. Ovunque si vada la presenza di militari e poliziotti è massiccia, in una varietà di divise difficili da distinguere. E’ ben vero che ci troviamo in una  città militarizzata, basti pensare che il solo accesso alla piazza del Popolo, quella antistante il Potala, richiede il passaggio delle borse e degli umani sotto i rispettivi metal detectors. I militari sembrano poco attenti nell’effettuare i controlli, si ha piuttosto la sensazione che vogliano far presenza e “colore” a monito di chi intendesse manifestare in favore del Tibet. Allo stesso tempo si tiene impiegato del personale cinese che vive in questa regione per poter bilanciare la presenza dell’etnia locale. Anche a Lhasa l’inquinamento unito all’alta quota fa sentire subito la sua presenza con il bruciore di gola.

Su nostra richiesta ci rechiamo a visitare il Tibetan Medical Centre, un centro dedito allo studio dei metodi di cura tradizionali, basati sostanzialmente sull’utilizzo di erbe e con un forte influsso derivante dalla medicina indiano ayurvedica, con la quale nei secoli ci sono stati frequenti scambi. Una guida con parvenza di medico, di buona cultura ed altrettanto valida oratoria ci porta a fare il giro in quello che è un vero e proprio museo della medicina tibetana. Ci informa che il principio fondamentale è la prevenzione, prima ancora della cura, e con determinati controlli l’obiettivo può essere raggiunto. Ad esempio vedendo il mio indice destro con una curvatura verso il medio intuisce che ho qualche problema di stomaco. Nel confermare, non sto a dirgli che a vivere nella nostra società lo stomaco è uno dei primi organi a subire le ire dello stress e la pressione originata dalla fretta. Il centro è inoltre una sorta d’industria farmaceutica con immancabile punto vendita. Per non sembrare scortesi acquistiamo dello zafferano. Non siamo sicuri delle sue proprietà terapeutiche, ma nel riso è un ottimo rimedio contro l’insipidità. Acquistare altri medicamenti ci sembra perfettamente inutile: prendere qualche pastiglia per poi non poter continuare la cura nel caso si provassero dei benefici vale solo a buttare via qualche soldo, neanche pochi vista la rarità delle piante che devono essere impiegate. Usciamo senza esserci chiariti totalmente le idee; se fosse vero quanto asserisce il medico che ci ha in “cura” la medicina occidentale potrebbe servire solo per gli interventi chirurgici, che la loro non pratica più da diversi secoli, sembra dopo che un nobile morì a causa di un intervento non riuscito.

Quando sono le 16 ci facciamo portare alla base del Potala (significa casa di Avalokiteshvara) e ci congediamo per oggi dalla nostra guida. A quest’ora l’entrata del Palazzo è chiusa ai turisti (invero pochi in città) e rimaniamo pressoché soli coi fedeli a compiere il kora intorno al Potala. Essendo arrivati solo stamattina anziché ieri pomeriggio e dovendo rinunciare ad un impegno del programma optiamo per non vedere l’interno del Potala, ormai svuotato di quanto conteneva d’interessante. Fu il palazzo invernale del Dalai Lama e fino al 1965 fu sede del potere religioso e politico del Tibet. Venne costruito da Tsongtsen Gampo nel 7° secolo come forte e fu successivamente rinnovato in varie occasioni fino ad assumere le sue forme attuali nel 17° secolo. Saliamo su una collina antistante per fare alcune, incantevoli foto. Siamo di fronte all’immagine che la nostra fantasia vedeva come la remota reliquia di un passato ormai consegnato alla storia, simbolo di una religione osteggiata in qualunque modo e memoria della potenza religiosa dei Dalai Lama. Una potenza fatta di luci ed ombre, ma in nome di una religione pacifica che merita tutto il rispetto. Il palazzo riuscito a superare indenne le distruzioni che hanno lacerato il Tibet  e cercato di annichilire il buddhismo, durante un’occupazione che dura da più di 60 anni. E la bandiera cinese che attualmente sventola sul suo tetto ad un’altezza che pare essere in cima ad una montagna, sembra solo l’ultimo, sommo insulto alla tradizione tibetana. Siamo di fronte ad un simbolo che troppe volte abbiamo visto in abbinamento alla repressione, in questa periferia del terra nella quale le attuali potenze che si dividono il mondo non mostrano particolare interesse. Il processo di sinizzazione procede invece senza sosta per avanzare sempre più verso un punto di non ritorno che impedisca ai tibetani di essere padroni della propria terra.

Nel pieno rispetto delle regole religiose iniziamo anche noi il percorso del kora in senso orario, accompagnati dai fedeli che si attardano a far girare le ruote di preghiera o invocano protezione nelle cappelle che si trovano lungo la via. Andiamo a vedere il monumento agli yak, poco distante e scattiamo  ancora qualche foto dalla piazza del Popolo, una sorta di Piazza Tienanmen in versione locale. Quando abbiamo terminato il giro sta per arrivare la sera e ci spostiamo a piedi verso il Barkor, costeggiamo il Jokhang e ci andiamo a rifugiare nel ristorante The Sun Tribe, consigliato dalla guida. All’inizio stentiamo a trovare l’ingresso, poiché si trova salendo una vecchia scala dietro un androne. Una volta entrati l’ambiente è quello di un ristorante di classe e frequentato soprattutto da locali. Gustiamo il fried mutton in the bowl e ci dedichiamo alla visita notturna della città. Con una scelta azzeccata ingaggiamo un risciò e ci portiamo nuovamente alla base del Potala. Dalla piazza si diffonde una musica dai toni moderni ma estremamente adatta al luogo, non mistica ma nemmeno fracassona. Quello che invece ci fa restare allibiti è il Potala illuminato (Foto2 - Foto3): solo così riusciamo a intuirne la grandezza e ci sembra di essere infinitamente minuscoli di fronte alle mura dei due palazzi sovrapposti. Il vento fa ondeggiare le tende esterne ed il tutto sembra avere una sua dinamica. Senza parole cerchiamo di immortalare ogni dettaglio ma è la sua visione d’insieme a rendere giustizia a questo popolo. Quello che un tempo era la sede religiosa e temporale del Tibet adesso è solo più uno scarno museo, ma la sua parte esterna continua a mantenere l’autorevolezza di un popolo e di una religione che non esitiamo a definire nobili. Qualche giorno dopo ci troveremo a chiederci se sia una religione a definire un popolo ed a migliorarlo o piuttosto non il contrario. Siamo sempre più convinti della seconda opzione: il carattere tibetano non può che rendere buono il buddhismo tantrico. La sua semplicità, perfino l’innocenza dei suoi fedeli rendono questa religione superiore ad ogni potere politico. Il fatto che l’ultimo Dalai Lama abbia rinunciato per se e per i suoi successori alla carica politica significa portarsi al passo con in tempi, rendendosi conto che la teocrazia non è la via migliore per amministrare uno Stato. Va anche ricordato che essere al passo con i tempi non si risolve col diventare una colonia di Pechino, nell’opulenza provinciale che fa della Cina un’enorme zona industriale con sfolgoranti neon a cercare di rendere meno grigie le città. Come avevamo già avuto modo di appurare lo scorso anno, in Cina esiste un solo fuso orario, quello di Pechino, che si trova a est del Paese. Per conseguenza le regioni più occidentali devono convivere con un fuso ufficiale (orari dei treni, aerei, ecc) ed uno ufficioso che regola la vita quotidiana. Lhasa, trovandosi longitudinalmente poco oltre la metà della Cina riesce ad avere ancora un fuso che stia nella logica. Viene chiaro verso le 6,30 h. e il crepuscolo giunge verso le 20,30 h.

Quando sono ormai le 22,30 h. rientriamo ancora una volta a piedi verso l’hotel. E’ stata una giornata lunga ma indimenticabile: oggi abbiamo visto il Potala! Esiste davvero e non solo sui libri o nei film.

Pernottamento: LHASA - Hotel New Mandala