Day 12 : mer. 1 maggio 2013

Monastero di Rongbuk e avvicinamento all'Everest, fino al Campo Base del versante nord. 

Non dobbiamo dimenticare che il Tibet appartiene alla Cina e che in fondo questo è pur sempre un Paese comunista, per quanto sia sempre più difficile accorgersene se non fosse per di regime autoritario. A ricordarcelo oggi ci viene in aiuto il primo maggio. La nostra guida cerca di andare a prendere i permessi per entrare nel Parco dell’Everest ma ciò non è possibile in quanto l’ufficio è chiuso per festività. Il problema si risolve facilmente acquistando i biglietti al primo punto di controllo che si trova subito dopo la deviazione dalla strada principale nel villaggio di Chai, poco dopo il punto per il controllo dei passaporti. Una rapida sosta e via per gli 80 km che ci porteranno all’EBC (Everest Base Camp), interamente sterrati ma su un terreno fondamentalmente in buono stato. Leggeremo che il governo voleva perfino asfaltarla, ma l’opposizione dell’India l’ha impedito. Trovarsi il gigante cinese con la possibilità di far arrivare ogni genere di mezzi a pochi km dal confine nepalese, e per conseguenza a poche centinaia da quello indiano, significa esporsi a grandi rischi strategici. In cambio i cinesi l’hanno attrezzata come meglio non si potrebbe. La salita è costante ed a tratti quasi impercettibile, attraversa gli ultimi villaggi che sopravvivono nell’arido più totale al fondo delle vallate. Una fonte di vita è costituita dai canali che portano linfa alle coltivazioni, pecore e capre hanno il muso piantato nella superficie brulla a brucare non si sa cosa. Poco oltre metà strada s’imbocca una vallata al fondo della quale campeggia la vetta più alta del mondo. Ma il momento magico è stato in occasione del superamento ad un colle posto al km 22 della strada che porta a Rongbuk, un vero punto panoramico dal quale si possono osservare ben 4 vette oltre gli ottomila (su 14 esistenti al mondo). Da destra (ovest) si vede la lunga cresta imbiancata del Cho Oyu, al centro come una star l’Everest e subito dietro il Lhotse. Più a est si vede bene il Makalu. In mezzo si trovano diverse cime “minori” che hanno contribuito a fare la storia dell’alpinismo, una fra tutte il Pumori. Restiamo a bocca aperta e non riusciamo a proferire parola. La quota non influisce, è l’emozione a farci vivere il momento come se ci trovassimo in un istante infinito, al rallentatore. Di fronte a tanta maestosità siamo semplicemente allibiti. L’Everest è ormai a poche decine di km e di là sembra guardarci, con l’immancabile nuvola che nasce dalla cresta est e va a coprire l’orizzonte oltre la montagna, liberando nuovamente il cielo di fronte al Lhotse. In Tibet ci sono 5 montagne sopra gli 8000 mt che sono il Makalu, l’Everest con il vicino Lhotse, il Cho Oyu e il Shisha Pangma (quest’ultimo l’unico interamente in territorio tibetano), accompagnate da 50 vette che superano i 7000 mt.

Quando sono ormai le 13 raggiungiamo la nostra meta odierna, il monastero di Rongbuk, dove prendiamo posto nella vicina guesthouse. La stanza è del tipo spartano che ormai conosciamo bene, ma come vedremo non sarà l’arredamento quanto l’altitudine a complicarci il sonno. Pranzo nel locale mensa, al centro del quale si trova la stufa a sterco di yak sulla quale viene fatta bollire l’acqua. La cortesia è una costante, il piatto è all’altezza della situazione e della quota. Da qui al campo base vero e proprio mancano ancora 8 km. Copriamo la prima metà con il fuoristrada fino al campo tendato, dove si può pernottare presso i venditori di oggettistica varia. Noi proseguiamo per altri 4 km a piedi (volendo c’è anche un servizio navetta che fa la spola di tanto in tanto) e con un balzo di 200 mt. di dislivello che vengono ben spalmati in lungo arriviamo al punto oltre il quale il nostro permesso non ci consente di andare. Siamo a 5200 mt e vi troviamo l’immancabile posto di controllo della polizia cinese. Gentilmente questa volta non verificano se abbiamo tutti i requisiti per essere lì. Intorno a noi l’immagine di un’ampia vallata che scende dalle pendici della Dea Madre, di fronte il versante nord della Dea stessa, sui lati vette rocciose come potremmo trovare ovunque. Il campo dove ci troviamo è composto da alcune tende probabilmente dei militari di sorveglianza, intorno pascolano degli yak che di tanto in tanto vengono ingaggiati come portatori. Turisti come noi ne vedremo solo al momento di lasciare quel paradiso: sono due ragazze cinesi. Saliamo su una collinetta panoramica dove sventolano infinite bandiere di preghiera e dalla posizione dominante scorgiamo a breve distanza il campo base delle spedizioni. Siamo di fronte all’Everest; esiste davvero e siamo lì in una splendida giornata di sole. Ancora un volta restiamo ammutoliti. Dopo le foto di rito lascio che il vento s’impossessi di me e dei miei pensieri mentre la Piramide incombe con la sua mole. A mano a mano che la contemplazione muove i pensieri dalla dimensione naturale a quella umana, non posso non pensare che su questa montagna si è scritta la storia dell’alpinismo moderno, che si sono svolte tragedie e che quelle decine di tende che mi trovo lì davanti rischiano di ridurre tutto ad un circo. Mi domando se vorrei andare oltre, ascenderlo, rischiare la vita ma entrare nella ristretta schiera di quelli che hanno “salito” l’Everest. La risposta che ne nasce mentre resto immobile a fissare ogni dettaglio di quel triangolo di roccia cangiante dal grigio all’ocra è che vorrei salirlo a condizione di esserne capace. Dietro l’apparente scontatezza dell’asserzione si nasconde un ragionamento purista. Ormai raggiungere la cima dell’Everest è diventata un’escursione per la quale basta avere i soldi, pagarne l’organizzazione e possedere una buona condizione generale. Al resto pensano le aziende dedicate allo scopo, che per lucro forniscono le vie attrezzate, ossigeno in quantità ed ogni altro comfort compatibile con la quota. Che qualche sfortunato incappi nel mal tempo o malanni non diagnosticati fa parte del gioco, ma i più se la cavano indenni. Una mania che vede gli USA fra i leader di questo sport originato dal business ed i cui riflessi ambientali sono noti. Quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della prima ascensione e per l’occasione i campeggi sono ancora più affollati, tanto dal versante nepalese che da questo. Mentre lo osservo mi dico che scalarlo dev’essere cosa da professionisti, gente che a queste imprese dedica la vita (e a volte la perde anche) ma che è in grado di farlo col minimo supporto esterno, sapendo cavarsela da soli e non appesi ad una corda manovrata da altri. Una volta rientrati in Italia scopriamo che “Gnaro” Mondinelli  era lì ed è salito per la terza volta in punta. Questo non fa che rafforzare la mia teoria che solo i forti ne hanno diritto. Dopo questi attimi che sembrano durare un’eternità, e che dell’eternità portano il valore, iniziamo la discesa. Insieme a Lapu, che è salita con la navetta ma scende con noi, facciamo una bella chiacchierata sulle abitudini domestiche, uno scambio d’informazioni sul tetto del mondo. Mentre camminiamo vediamo anche delle bombolette vuote (tipo quelle degli insetticidi) per l’ossigeno buttate lì senza la minima cura. Saranno appartenute a qualcuno che è andato al campo base o a qualche conquistatore dell’Everest?

A Rongbuk andiamo a visitare il locale monastero, il più alto del mondo. Stranamente qui convivono monaci e nun (monache), mentre in passato esistevano due strutture separate. Ciò è dovuto al fatto che la Rivoluzione Culturale aveva distrutto entrambi i monasteri ma solo uno è stato ricostruito. Per concludere andiamo a scattare la foto classica del posto: lo stupa del monastero con tanto di  Everest sullo sfondo. Il sacro della natura unito a quello dello spirito in un’unica immagine.

Il fatto che ci siano pochi visitatori è anche dovuto alla recente riapertura del campo base. La ragione che ha portato alla chiusura dell’EBC pare legata alle manifestazioni del 2008/2009 da parte di stranieri in favore del Tibet, alle quali seguirono immagini con la bandiera tibetana, fino a far diventare il campo base un teatro per chiedere maggior autonomia alla regione. Per tutta risposta il governo cinese ne ha chiuso l'accesso per un anno intero, sembra sia stata fatta un’eccezione per le spedizioni alpinistiche e per i visitatori cinesi. La fortuna ha voluto che il 1° aprile di quest’anno ripristinassero l’accesso al campo. Altro lungo periodo di chiusura si ebbe comunque nel 2008 in coincidenza con il passaggio della fiaccola olimpica, la quale venne issata sul tetto del mondo. Un simbolo di pace e fraternità è servito per fornire l’ennesima manifestazione di potenza mista ad arroganza da parte del Dragone.

Si è fatta ora di cena e rientriamo nella guesthouse dove vediamo un nutrito gruppo di motociclisti arrivati dal Nepal (americani e australiani) con tanto di camion al seguito. Gustiamo la genuina quanto gustosa cucina locale intervallata da fughe all’esterno per immortalare il tramonto. Il vento è forte ed il calare del sole ha rinfrescato l’ambiente. Ci corichiamo che sono le 20,30, altro da fare non c’è. E qui inizia l’incubo che ci costringerà a restare svegli fino al mattino successivo. Pur non avendo problemi legati all’acclimatamento non riusciamo a prendere sonno. Fossimo da un’altra parte basterebbe scendere e passare il tempo leggendo o guardando la tv. Ma qui non si può: manca la luce (il generatore viene acceso alle 20 e spento verso le 22,30) e l’orologio sul tavolino che segna una temperatura di 6° in camera sconsiglia di uscire dal sacco. Respirare da coricati è più difficile che in posizione eretta, così che ogni tanto bisogna tirare fuori la testa per incamerare più ossigeno.

Pernottamento: RONGBUK - Rongbuk Guesthouse