Day 13 : gio. 2 maggio 2013

L'Everest ci saluta con una splendida alba. Si rientra sul Friendship Hwy fino a Zhangmu.

Il fuso orario unico e valido per tutta la Cina fa sì che inizi ad albeggiare non prima delle 7. Sembra di rinascere, usciamo dal letto e andiamo fuori per vedere cosa succede. Con un grosso thermos di acqua bollente consegnatoci in camera la sera precedente ci diamo una sciacquata al viso. L’esperienza dell’alba (Foto2, Foto3, Foto4) alle 7,30 è simile a quella del tramonto: struggente. In quel momento dimentichiamo la nottata insonne e ben desti restiamo ancora una volta immobili dinanzi alla parete nord dell’Everest, insensibili al vento gelido che cerca di scalfire la nostra pelle. Immaginiamo chi sta salendo e nonostante le asperità debba considerarsi fortunato ad incontrare un tempo tanto stabile. La colazione calda è comunque una corroborante iniezione di energie.

Si parte in direzione nordovest. Il primo tratto ripercorre la strada da cui siamo saliti, poi anziché ripiegare verso Shegar, prendiamo una traccia che porta a Tingri. In alcuni punti il percorso sembra più un’opinione che un tracciato vero e proprio, ma l’autista conosce il fatto suo ed ogni tanto incontriamo perfino dei piccoli villaggi di pastori. La vita è veramente primitiva, le condizioni per noi sarebbero proibitive. A parte la quota, tutti i laghetti dove l’acqua ristagna portano i segni del ghiaccio della notte appena trascorsa. Un sole che appare più che mai distante inizia a sollevarsi lentamente verso il cielo portando con sé il disgelo quotidiano. Alcuni ruscelli attraversano la pista formando spesse coltri di neve e ghiaccio. Con il fuoristrada e grazie alla maestria dell’autista ne usciamo senza problemi, ma altri s’impiantano. E’ così che ci troviamo a soccorrere un trattore con carico al seguito fermo in mezzo alla strada, con le ruote che hanno rotto il ghiaccio non riesce più a muoversi. Lo tiriamo indietro legando una corda al Land Cruiser mettendo a segno la buona azione quotidiana. Non senza brivido guadiamo altri torrenti ghiacciati, mentre il fuoristrada di tanto in tanto scivola pericolosamente su un lato, ma la nostra fiducia nell’autista è totale e alla fine si rivelerà ben riposta. Il terreno continua ad essere aspro per qualche decina di km. Sapevamo che questa strada è molto più rustica di quella percorsa ieri e ne abbiamo la prova. Migliora solo all’altezza del bivio che porta al campo base del Cho Oyu, quando ormai non manca più molto a Tingri e quindi, alla strada asfaltata. Ora non resta che avvicinarci alla frontiera nepalese. Ma per farlo occorre ancora superare il Shung La pass, posto a 5200 mt. con vista sul Shisha Pangma. Alcune nuvole consentono solo di vederne la base. A questo punto inizia la discesa vera e propria, quella che dall’altopiano va ad infilarsi in una fenditura che l’orografia ha scavato in maniera a dir poco bizzarra. Nei 1500 km di lunghezza della catena himalayana ci sono pochi punti di passaggio e questo è forse il più significativo in quanto mette in comunicazione Kathmandu con il Tibet e Lhasa su una strada tutto sommato transitabile. Si tratta di un canyon, una vera coltellata a dividere in due la catena montusa. La strada scende in modo cadenzato fino a creare una cengia scavata nella roccia di una parete quasi verticale. Anche se il tempo non è dei migliori il paesaggio non manca di suggestività. Con l’altopiano del Tibet abbiamo anche lasciato il terreno brullo, sostituito dalla macchia verde tipica delle nostre montagne. Lungo i versanti sono ancora ben visibili le slavine invernali e non è difficile immaginarne la violenza una volta vista la verticalità. Ci si ferma a Nyalam per il pranzo. E’ una cittadina semplicemente squallida e l’osteria cinese nella quale ci fermiamo è all’altezza del paese. Poco prima veniamo ancora una volta controllati dei passaporti per accedere al tratto finale della Friendship Hwy. Quando sono appena le 15 arriviamo alla meta quotidiana di Zhangmu, una città molto particolare: intanto si disloca lungo una serie di tornanti in ripida discesa, offre di sé un’idea assai losca tipica delle città di confine e vi si trova ogni genere di negozio. Alla sera uscendo per fare due passi vediamo addirittura tre vetrine con esposte altrettante ragazze. La cosa ha dell’incredibile se si pensa che in Cina la prostituzione è proibita per legge, ma evidentemente Zhangmu è da considerarsi zona franca. Del resto bisogna pur offrire qualche svago ai militari e addetti vari al posto di confine relegato in una zona più che periferica della Cina, a 5500 km da Shanghai. E Zhangmu non è luogo da offrire tanti svaghi. Andiamo con Lapu per la cena del congedo, scoprendo qualche curiosità sulle ricette di cucina e affrontiamo con lei argomenti scottanti. Scopriamo che non possiede nemmeno un passaporto, tanto a che servirebbe? Uscire dalla Cina è pressoché impossibile, occorrono molti soldi e delle ragioni documentate, mentre per girare nel resto del Paese basta un qualsiasi documento d’identità. Pur essendo una ragazza che ha studiato e pertanto con una cultura generale assai buona, ha delle lacune madornali su quello che è il mondo esterno. Lungo la discesa dal campo base dell’Everest, al riparo da orecchie indiscrete, avevamo già affrontato il discorso e traspariva in lei una sorta di rassegnazione per la distruzione culturale in atto. E’ l’ultima notte che trascorriamo in Tibet; mentre siamo in camera ed osserviamo il via vai dalla finestra ne traiamo le conclusioni: l’invasione cinese del 1950 e la Rivoluzione Culturale hanno lasciato dei segni ma quello che sta distruggendo il Tibet è un altro tipo d’invasione, non più militare ma civile. Centinaia di migliaia di cinesi vengono sovvenzionati per lasciare le loro abitazioni in regioni povere per andare a vivere in questa, mischiandosi forzatamente al tessuto sociale già presente. Anche se le due comunità seguono vie e vite separate succede che una città come Lhasa passi da 50.000 a 640.000 abitanti, cambi nei costumi, diventando trafficata e caotica, perdendo quindi la sua misticità. Il governo sta inoltre operando in maniera anche più subdola, con la tentazione del dio denaro e del benessere. Anziché lasciare languire la regione in uno stato di semipovertà, ha deciso d’investire ingenti somme per la sua modernizzazione. Capita cosi di vedere Lhasa trasformata in un unico, enorme cantiere, i monasteri restaurati se non ricostruiti di  sana pianta. Tutte cose che avevamo già visto nell’Amdo a Labrang e Kumbum, nonché nell’intero Xinjiang. Verrebbe da dire che il nemico in questo caso viene plagiato con l’opulenza ed alla fine dei giovani finiranno per caderci. Al tempo stesso si offre lavoro alle masse di cinesi che vengono invogliate a trasferirsi da queste parti  E’ chiaro che i lavori svolti qui dai cinesi siano quelli di maggior fiducia: dalle forze di polizia alla dirigenza di ogni livello e genere. E’ difficile provare antipatia per chi è stato trasferito qui a migliaia di km di distanza dalla propria terra, in una landa desolata, arida, fredda e scarsa di ossigeno. Sono dei disperati manovrati da un potere onnivoro, pedine di un gioco ben più ampio, che vede come posta in palio i tesori sotterranei del Tibet (gas, petrolio, minerali, ecc.), oltre ad un’estensione che copre quasi un terzo della Cina in un’area geopolitica assai delicata, dove le potenze indiane, russe e musulmane giocano un ruolo rilevante nel scacchiere centroasiatico. Allo stesso modo non si può avere sentimento diverso dal ribrezzo di fronte ai turisti cinesi, sprezzanti dalla cultura locale, arroganti come lo sono ovunque, obesi e provinciali come lo sono tutti gli arricchiti. Gente a cui si è riempito il portafogli in anni recenti ma senza la nobiltà d’animo che contraddistingue i veri signori.

Solo la religione rimane come guida imprescindibile e rappresenta senza dubbio il collante che tiene unito il tessuto tibetano, nonostante gli innumerevoli ostacoli frapposti dal governo. Se riusciranno a mantenere i fondamenti culturali del loro credo è probabile che prima o poi questi tornino utili in un’ottica di libertà. 

In tutti questi giorni di soggiorno in Tibet non abbiamo incontrato molti turisti. E’ probabile che i notevoli ostacoli burocratici creati per limitarne l’ingresso abbiano fatto il loro effetto, in più è una destinazione non ancora molto gettonata dai tour operator che preferiscono mandare le greggi a Pechino e verso le città dove lo shopping prevale sul misticismo

Pernottamento: ZHANGMU - Zhangmu hotel