Day 15 : sab. 4 maggio 2013

Tempio induista di Pashupatinath e Stupa buddhista di Bodhnath: due religioni, due aspetti della vita, uno spirito comune.

L’ultimo giorno di questo indimenticabile viaggio ci vede visitare un’altra parte di Kathmandu. Poiché, se si eccettua Durbar Square, la capitale non presenta grandi monumenti, avevamo deciso di vederla “a rate” nei ritagli di tempo fra un giro e l’altro. E’ così che oggi dedichiamo la giornata a alla visita del tempio induista di Pashupatinath ed allo stupa buddhista di Bodnath. Dopo aver contrattato il taxi, dal nostro campo base situato a Thamel andiamo direttamente al tempio, che non è propriamente il luogo più adatto dopo la colazione. Pashupatinath in effetti è uno dei luoghi più sacri per gli induisti ed è qui che avviene gran parte delle cremazioni in quanto il fiume Bagmati (un rigagnolo oleoso del quale non si vede il fondo tanto è sporco) viene subito dopo il Gange in quanto a sacralità. L’esterno offre un’apparenza serena, coi venditori di corone di fiori dalle cromaticità molto gradevoli. Con nostra sorpresa ci troviamo a pagare un cifra esorbitante per l’ingresso (ca. 550 Rs) che non consente nemmeno l’accesso al tempio vero e proprio, appannaggio dei credenti della religione induista. Pur essendo appena le prime ore del mattino, vediamo già delle pire che ardono e alcune cerimonie funebri in corso. Chiediamo se si può fotografare e una guida di passaggio ci dice che non c’è alcun problema. Ci risultava che in passato fosse richiesto maggiore rispetto per chi si trova in quel luogo a dare sepoltura ad un congiunto, ma pare che pagando il biglietto si acquisisca anche il diritto a immortalare lo show. Cerchiamo comunque di essere rispettosi, mentre la guida improvvisata ci racconta alcuni aspetti del rituale: il cadavere viene portato in questo luogo con veicoli simili ad ambulanze avvolto in veli colorati di arancione e giallo. Viene quindi di trasferiti a spalle verso una delle piazzole dove nel frattempo è stata preparata la legna. Il rituale prevede che i portatori facciano tre giri intorno alla pira (che per chi se lo può permettere è di sandalo, considerato un legno più nobile) sulla quale ci sono delle sterpaglie, depositino il corpo e lo cospargano di sostanze come se si trattasse di una benedizione. A questo punto c’è un minimo di commemorazione per poi procedere all’accensione della paglia e del corpo iniziando dalla bocca. Il fuoco avvolge fin da subito la salma e ci viene assicurato che la pira riesce a bruciare anche le ossa. E’ così che assistiamo ad una serie di cremazioni, alcune appena iniziate, altre dove ormai non rimane altro che la cenere. Questa verrà poi dispersa nel fiume sacro, per poter dare inizio ad un nuovo giro. Tutto il processo richiede circa 4 ore e vi hanno luogo 50/60 cremazioni al giorno, proprio perché si tratta di un fiume sacro parecchi arrivano dalle città vicine o qualcuno chiede di venire a morire proprio qui. Il Bagmati scorre con la sua tinta petrolio ai piedi delle piazzole, da quel punto in avanti costituirà anche virtualmente la tomba dei cittadini di Kathmandu e non solo. In mezzo al fiume, che più propriamente si può definire un liquame, alcuni bambini cercano di recuperare delle monetine gettate sul fondo, senza ovviamente vederlo. Forse quanto colpisce di più è quella che noi chiameremmo assenza totale d’igiene, ma questo è un fatto culturale che i locali potrebbero tranquillamente opinare. Ci sono una decina di piazzole, quelle davanti al tempio sono tuttavia riservate alla famiglia reale. Così almeno era fino a qualche anno fa; ora, cambiando il regime non sappiamo a chi vengano riservate. Alcune postazioni sono coperte da tettoie, per consentire il rituale anche durante i periodi di maltempo, soprattutto durante i monsoni. Vi si vedono delle scene struggenti, come quella in cui un barbiere taglia sul momento i capelli del figlio maggiore rasandolo a zero. Condizione che dovrà essere tenuta per un mese insieme al vestito bianco, che per questa religione è simbolo di lutto. I sadhu non vengono invece cremati ma interrati, essendo dei sapienti; la stessa cosa avviene anche per i bambini. Il fumo che si alza ha un odore acre in quanto a bruciare non è solo la legna. Intorno a noi per completare il simbolismo induista pascolano vacche, mentre i sadhu peregrinano in cerca di qualcuno che li fotografi in cambio di una mancia, il necessario che consenta loro di sopravvivere. Si riscopre quanto la vita abbia un valore effimero, che sia un mero passaggio, come i mandala buddhisti, creati con la sabbia e destinati a scomparire con una volata di vento. Quanta differenza rispetto allo stile occidentale, dove ogni attimo va colto come se fosse l’ultimo e sfruttato al massimo, qui ogni attimo non è altro che un piccolo segmento di eternità, pertanto trascurabile. Il passaggio dalla vita alla morte è sì un momento triste, ma non significa altro che la reincarnazione e non essere troppo attaccati alla vita comporta una relazione con la morte meno tragica. Con tutti questi pensieri in mente lasciamo alle nostre spalle il fumo di chi è passato ad altra vita che salga verso il cielo e procediamo lungo il parco sulla collina che si allontana dal tempio. Chiediamo nel modo che possiamo indicazione per raggiungere a Bodhnath e riusciamo a percorrere i 1500 mt di tratto urbano senza perderci. Si cambia religione ma lo spirito è sempre lo stesso. Forse il buddhismo ci affascina maggiormente perché ci ispira un istinto mistico o semplicemente perché ci richiama le montagne del Tibet piuttosto che la sua varietà di colori. Purtroppo conosciamo a malapena il minimo indispensabile di queste religioni ed è per noi difficile discernere gli aspetti più intrinsechi. Non escludiamo tuttavia che questa sia un fortuna: l’approccio semplice nei confronti di una religione porta più in prossimità del divino che non una complessa elaborazione teologica. Resta sempre l’aspetto umano di queste popolazioni a farci pensare che un credo sia valido più in virtù della gente che lo pratica che non del suo contrario. Bodhnath ha poi qualcosa di speciale: situata alla periferia est di Kathmandu, dove si trova buona parte della diaspora tibetana fuggita negli ultimi decenni alla repressione cinese, è un’isola di buddhismo tantrico nel mare induista. Vale la pena ricordare che fra i pellegrini si trovano anche molti induisti, nel nome di una convivenza che non sta solo nelle pie intenzioni dei moralisti. L’atmosfera che si respira è sublime, in ogni angolo si ode la melodia di om mani padme hum, che dopo un po’ sembra quasi diventare cantilenante, ma in realtà è l’abbinamento essenziale per la riflessione, ciò che ti trasporta in una dimensione diversa (pur senza fare uso di sostanze stupefacenti) e ti rende i monumenti circostanti ancora più pieni di significato. La cupola semisferica dello stupa dalla quale scendono le strisce colorate a volere rappresentare il fiore di loto, tutta la simbologia che sta sopra di essa, i monaci con le loro classiche tuniche porpora che cantano i mantra nei monasteri, in cui brillano le candele che bruciano burro di yak. Sembra di essere in paradiso e per certi aspetti è proprio così.

Prima di lasciare Bodhnath andiamo a comprare un tangka (dipinto religioso che nel nostro caso raffigura lo stupa disegnato dall’alto). L’occasione è utile per apprendere i rudimenti delle tecniche, nonché i metodi di lavoro. Richiede maestria, pazienza ed un’esperienza incredibili, ma il risultato ha dell’eccezionale in quanto a dettagli.

Con un taxi ritorniamo a Thamel dove ci dedichiamo allo shopping e cose da comprare non mancano anche per gente come noi, poco incline alle attività di questo genere. A parte l’attrezzatura da montagna a prezzi particolarmente convenienti, si trovano molte varietà di tè, spezie, libri e artigianato locale (capi prodotti con lana di yak). Ormai non resta che attendere le 18, quando verranno a prenderci per l’ultimo viaggio verso l’aeroporto (è il terzo in due settimane), non prima di essere omaggiati di un katakh (sciarpa beneaugurante). Nonostante il lieve ritardo, avremmo tutto il tempo, ma riusciamo ancora ad avere un quarto d’ora di brivido quando un ingorgo ci tiene fermi qualche decina di minuti. Le macchine si bloccano reciprocamente in una sorta di domino stradale che fa impazzire il traffico. Per la prima volta vorremmo essere all’aeroporto: tutti che suonano, i vigili che usano il fischietto più per sfogare lo stress che non per dirimere la matassa, un esempio di caos mai visto. Alla fine con la politica dei piccoli passi l’autista riesce ad infilare una serie di vie periferiche sterrate che ci conducono alla strada che porta all’aeroporto. Siamo ancora in tempo ma non c’è molto tempo da perdere. Rifiliamo le rupie rimasteci al coraggioso autista che ha sfidato il traffico, ottenendo da lui l’ultimo, entusiasta Namasté. Per la verità ne riceverò ancora uno dal funzionario di controllo di cui ho parlato all’inizio del racconto.

E a questo punto la grande corsa è proprio finita, non resta che attendere il volo per Doha. Il mondo intorno a noi sembra fermarsi, solo la mente continua a roteare e in un’istante sembra di rivivere le tante, belle scene vissute in queste due intense settimane di viaggio. Come sempre i sentimenti si mescolano: da un lato il piacere che tutto sia andato bene, con il raggiungimento degli obietti dell’Annapurna Base Camp e di quello dell’Everest nel non facile Tibet, dall’altra la nostalgia di lasciare delle popolazioni semplicemente splendide. Questo sentimento ci coglie fin da subito, raramente è capitato di provare nostalgia prima di lasciare un Paese, un’esperienza. Stavolta va proprio così, rientriamo ma dobbiamo promettere a noi stessi che ritorneremo, per potercene fare una ragione. Perché una volta alla vita quotidiana torneremo esternamente ad essere quelli di prima, ma dentro no: perché una parte di noi dimorerà per sempre fra le cime e alla gente dell’Himalaya. Starà a noi tornare di tanto in tanto a trovarla, di tornare a trovare una parte di noi stessi!

 P.S. PUR NON ESSENDO QUESTA LA RAGIONE DEL NOSTRO VIAGGIO E PER CONSEGUENZA DEGLI APPUNTI CHE NE CONSEGUONO, ABBIAMO DOVUTO RENDERCI CONTO DI PERSONA DELL'OPPRESSIONE IN CUI VIVE IL POPOLO TIBETANO. SE QUESTO REPORTAGE SARA' SERVITO A SENSIBILIZZARE QUALCHE ANIMO SULLA CAUSA TIBETANA, L'OBIETTIVO SARA' A QUESTO PUNTO RAGGIUNTO.

IMPRESSIONI SU TRE POPOLI MERAVIGLIOSI:

Carattere nepalese, tibetano e mongolo: i primi sono forse i più latini, più simpatici. Nei secondi cogliamo la difficoltà di affrontare la vita quotidiana, di vincere una natura benigna di paesaggi ma nel contempo ostile nel terreno, nelle temperature e nella quota. La difficoltà di procurarsi i pasti giornalieri mista all’oppressione cinese non possono che renderne il carattere più schivo. La giovialità non manca comunque ad emergere nella voglia di cantare e di essere aperti verso gli altri. I mongoli sono un popolo che vive molto più a nord e deve convivere con una natura addirittura più ostile. Sebbene posseggano un bene fondamentale quale è la libertà, sono costretti ad essere nomadi per poter campare. Da questo deriva un atteggiamento più sobrio, che li unisce ai tibetani nell’espressione religiosa. Forse meno tantrica, quindi anche qui più sobria rispetto alle credenze nelle divinità che costellano l’olimpo tibetano, tanto da far dubitare che questo genere di buddhismo possa essere considerato una religione monoteista. Nepal e Tibet condividono invece le aspre quanto splendide montagne dell’Himalaya. Il versante sud nepalese è più umido, nevoso e verde nella sua parte bassa; quello nord tibetano presenta caratteristiche più aride con l’altopiano che si estende ai loro piedi. Una dimensione unica che i secoli hanno plasmato il modo di essere delle genti. 

LONELY PLANET: 

Non che contenga chissà quale messaggio antirivoluzionario, ma è sufficiente una mezza pagina nella relazione sulla storia del Paese dove si parla chiaramente di occupazione e non di liberazione, a rendere bandita questa pubblicazione. Per la verità e per un ligio dovere di cronaca, si parla anche di come prima del 1950 la popolazione tibetana vivesse in un regime di semischiavitù e che i Lama amministrassero anche il potere temporale, tale per cui la teocrazia costringeva la popolazione alla miseria mentre gli alti gradi religiosi erano in realtà dei latifondisti ai quali tutto era dovuto.