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Questa è la continuazione del viaggio in Nepal, per il reportage nepalese vai alla sezione corrispondente.

 



Day 8 : sab. 27 aprile 2013

Nel giorno che immagini di arrivare nel cuore del Tibet, a Lhasa, il destino ti dirotta nello stomaco della Cina, a Chengdu.

Quella che ci apprestiamo a vivere sarà una giornata particolare, con l’unico fuori programma non positivo di tutto il viaggio. Ma andiamo per ordine: prima di essere prelevati all’hotel destinazione aeroporto di Tribhuvan, andiamo a fare un giro per le vie di Thamel e vedere cosa ci può portare lo shopping. Il volo per Lhasa appare in orario e (come sempre) le operazioni di controllo sono improntate ad un carattere di semplicità, ma ad un certo punto veniamo divisi in due colonne separate secondo i sessi e sottoposti ad una ulteriore perquisizione sommaria. Insieme a noi c’è una prevalente rappresentanza di russi destinati ad un trekking al Kailash. Tutto fila liscio fino ad un’ora dopo il decollo, quando il pilota del volo Air China ci annuncia che a causa di una tormenta di sabbia in corso su Lhasa il nostro volo andrà direttamente a Chengdu, ad oltre 2000 km di distanza via terra. Sembra che il mondo ci crolli improvvisamente addosso: la meta sognata da anni è sotto di noi e non possiamo atterrare, come se il destino non ci volesse in questa terra mitica e disgraziata allo stesso tempo. Due ore dopo ci troviamo così nella capitale del Sichuan, una megalopoli che supera di gran lunga i 10 milioni di abitanti, in mezzo a una pianura afosa e industrializzata all’estremo. Trovarci nella quinta città più popolosa della Cina non costituisce per noi caratteristica di particolare ambizione, per di più dal momento che non volevamo andarci; anzi ci pare l’opposto di quanto dev’essere Lhasa (con lo smog come unico comune denominatore). Ma ormai siamo qui e dobbiamo fare buon viso a cattiva sorte. L’aereo viene parcheggiato in una zona fuori da ogni contatto, ci sbarcano con i pullman e ci fanno compiere tutto il giro di questo immenso scalo. Le informazioni sono ridotte all’essenziale ma tutto sommato sono corrette. Quando è ormai pomeriggio inoltrato, subiamo i controlli di rito, meno peggio di quanto pensavamo, e dopo qualche minuto di attesa ci dicono che dobbiamo prendere le valigie e verremo portati in un hotel in attesa di ripartire domattina con il volo delle 7.40 h. Seguiamo quanto ci dicono nella speranza che la promessa venga mantenuta, visto che le informazioni sono sempre improntate al risparmio comunicativo. L’hotel è di quelli per grandi gruppi ma dotato di ogni comfort. Alle 19 ci presentiamo nel ristorante dove facciamo comitiva con due cinesi, due australiani e cinque italiani (strano per noi trovarci allo stesso tavolo con dei connazionali) e ci rifocilliamo in abbondanza. A seguire lasciamo l’hotel e ci dirigiamo a piedi verso una zona popolata per visitare il locale mercato coperto. Siamo nel cuore della Cina, in un luogo dove nessuno ci rivendicherebbe qualora sparissimo, con della gente che non conosce una sola parola d’inglese. Ma non ci troviamo a disagio, la gente comune non è molto diversa a tutte le latitudini e se non cerchi guai è anche difficile trovarli. La notte sarà breve ma intensa e non possiamo che sognare Lhasa.

Pernotamento: CHENGDU 



Day 9 : dom. 28 aprile 2013

Lhasa: capitale del Tetto del Mondo. Città di contrasti, sempre più cinese ma orgogliosamente tibetana.

Alle 4,45 h. (per noi abituati all’ora nepalese sono 2,30 h. di notte) veniamo letteralmente catapultati giù dal letto dai vigorosi colpi battuti contro la porta da parte di una cameriera cinese. Mi sembra di essere in un film: sono stato sequestrato per non si capisce bene quale ragione (non ne serve necessariamente una) ed ora ci stanno portando via in un luogo segreto per farci confessare quello che non abbiamo mai commesso e di lì per qualche anno nei campi di lavoro. E’ soltanto un incubo fatto ad occhi aperti che riferirò poco più tardi ai compagni di sventura per ironizzare su quanto sta accadendo. Ci intratteniamo col gruppo di russi in partenza per il Kailash, il cui capo indossa un berretto stile Mao. Parla un inglese accettabile, non emana simpatia ma sembra una persona carismatica, e lo è. Ha asceso l’Everest e non si trova a disagio nelle situazioni difficili, parlare con lui significa subito imparare molte cose. Lo stile militaresco gli conferisce un fascino misterioso e quelli che sono con lui prima lo rispettano e poi lo amano. Stampa le parole con la sicurezza  delle persone forti ed esperte, peccato non potersi aggregare al loro tour. Alle 5,30 h. siamo su un pullman con le valigie caricate, pronti per la destinazione aeroporto. Chi è destinato in Tibet è soggetto a controlli speciali e viene indirizzato a degli sportelli dedicati, dove uno zelante funzionario trova qualcosa da ridire al nostro permesso, convocando alcuni superiori. Dialogano un po’ fra di loro senza che riusciamo anche solo ad intuire quale sia l’oggetto della contesa ed dopo alcuni interminabili minuti ci fanno segno di passare. La partenza è prevista alle 7,40 h. ma le informazioni vengono fornite con una parsimonia quasi scientifica. C’è di bello che quanto affermano poi si avvera e poco dopo l’orario previsto a bordo di un Airbus 330 decolliamo per il secondo giorno consecutivo alla volta di Lhasa. Questa volta siamo due ore a est, prima eravamo un’ora e mezza a ovest. Poco prima delle 10 h. atterriamo nel nuovo aeroporto della capitale tibetana, posta a 3650 mt. di quota. Le formalità in ingresso sono relativamente semplici, trattandosi di un volo interno; non abbiamo problemi di acclimatamento, ritiriamo le nostre valigie ed incontriamo subito Lapu, la nostra guida tibetana, che in segno di benvenuto ci mette al collo un katahk (sciarpa benaugurale di benvenuto). Questo gesto sta a significare la purezza di cuore di chi ti offre accoglienza e il benvenuto. Fin da questi primi gesti che potremmo quasi definire cerimoniali, ci rendiamo conto che lo stile comportamentale è molto simile a quello nepalese: gente ospitale e con un senso innato della cordialità. A seguire facciamo conoscenza con l’autista, al volante di un Land Cruiser, e si parte per Lhasa: da qui al centro sono 45 km., attraversando il fiume Yarlong Tangpo (che in India prenderà il nome più famoso di Brahmaputra) e superando un tunnel che mette in comunicazione due zone pianeggianti. La montagna sovrastante sorge infatti come una rocciosa isola oblunga e viene circumnavigata dagli aerei in fase di atterraggio provenienti da est. L’autostrada è stata terminata nel 2008 e fin da subito vediamo come la Cina stia investendo anche qui nelle infrastrutture, come già avviene in altre aree più a nord visitate lo scorso anno. Di fianco alla strada corre la ferrovia quasi ultimata che porterà da Lhasa a Shigatse, quale prosecuzione della ormai famosa linea del cielo Xining-Lhasa. Vediamo coltivazioni di orzo (col quale si prepara la tsampa, il piatto nazionale), soia, patate e grano, che viene seminato adesso per essere raccolto verso ottobre. Poco prima di mezzogiorno siamo finalmente in hotel, posiamo le valigie ed andiamo immediatamente alla scoperta della città con il ritardo di qualche ora. Non eravamo venuti a Lhasa pensando che conservasse il fascino mistico di un tempo e ce ne rendiamo subito conto da come la città sia un enorme cantiere a cielo aperto, soprattutto nel suo centro. Ne conveniamo che i cinesi abbiano impiegato vent’anni per distruggerla durante la Rivoluzione Culturale ed altrettanti vent’anni per ricostruirla a loro immagine e somiglianza Vediamo subito il Jokhang, nel centro storico della capitale, costruito nel 7° secolo, è il tempio più sacro di tutto il Tibet. All’interno si trova una statua in oro del Buddha Sakyamuni, portata dalla principessa cinese Wen Chen in occasione del suo matrimonio con il re tibetano Songten Gampo. Ci sono molte cappelle che sono aperte solo al mattino, ricoperte di candele o veri e propri vasi contenenti fiammelle che attingono al burro di yak. In mezzo ad aiuole e fioriture saliamo sulla terrazza del tempio dalla quale si gode un’ottima vista sulla piazza del Barkhor ed, in lontananza, vediamo per la prima volta il Potala. Un po’ defilato, ma è lui. Smettiamo di sognare quando il nostro sguardo volge verso sud e sulla terrazza del palazzo antistante vediamo il gazebo della polizia che controlla i movimenti dall’alto. Ovunque si trovano del denaro lasciato dai fedeli in offerta alle divinità e per accompagnare le preghiere. Nei prossimi giorni parleremo con la guida e mostreremo il nostro stupore per questa commistione fra sacro e profano, destando la sua ilarità. I buddhisti non provano imbarazzo nel mettere il denaro offerto ben in evidenza sotto le statue delle divinità: certo però che stupisce vedere decine di banconote con l’effige di Mao ai piedi di Buddha o Avalokiteshvara. Resta a noi incomprensibile se si tratti di una loro forma di avidità o piuttosto di un nostro falso pudore.

Si va a fare pranzo in un ristorante di fronte al tempio, dove chiediamo di servirci qualcosa rapidamente: opteremo per i fried noodles di chiara gastronomia cinese ed una sorta di dahl baht in stile locale. Ci si sposta nella periferia occidentale per visitare il Monastero di Drepung, che sorge in posizione dominante sulla città e con bella vista sulla catena montuosa a sud ancora imbiancata. Come altri (tra cui Sera) il complesso sorge in un’area dove la pianura ascende verso la montagna, quasi ai suoi piedi. Fu il monastero più grande del mondo, venendo ad ospitare fino a 10.000 monaci. Venne costruito nel 1419 da Jamchen Coejie e vi trovarono sepoltura il secondo, il terzo ed il quarto Dalai Lama. Nelle prossime righe intendiamo ricordare alcuni degli insegnamenti appresi visitando i monasteri tibetani, senza voler considerare questo un catechismo o un chiarimento su questa complessa religione. Semplicemente alcune nozioni apprese, che hanno contribuito a creare un’immagine meno confusa, utili a coglierne lo spirito; spiegazioni da assimilare a concetti teologici espresse in modo comprensibile:

-          Un masso decorato ci propone il mantra più famoso, quello della compassione dedicato ad Avalokiteshvara: Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, dove Om sta per Dio, Ma ni come semidio e umano, pad me come regno animale e gli spiriti affamati, Hum infine per l’inferno; tutto questo sta a simboleggiare il circolo della vita indicato al prossimo punto.

-          La guida ci spiega le allegorie buddhiste iniziando da quello che viene chiamato il circolo della vita ed è sovente rappresentato in quadri che si trovano all’interno di templi o monasteri. Gli stati sono: Dio, semidio, uomo, piante e animali, spiriti affamati e inferno. A questo si lega il discorso delle reincarnazioni, tant’è che all’interno del circolo si trovano due corridoi, uno ascendente (bianco) e uno discendente (nero) per portare le anime verso le tre categorie superiori o verso quelle inferiori. Quelle superiori sono Dio, semidio e uomo, che è sì nel grado inferiore ma comunque nella categoria per così dire positiva. E’ chiaro che più si scende di categoria maggiori saranno le difficoltà nel risalire e recuperare posizioni. Al termine si può ottenere l’illuminazione e quindi uscire dal ciclo delle reincarnazioni. Qui sta il fondamento di questa religione che reputa la vita come una sofferenza ed uscire dal ciclo delle reincarnazioni come l’obbiettivo finale a cui aspirare.  Il quadro dei livelli della vita vede al centro tre peccati originali, che sono il maiale, il gallo ed il serpente a rappresentare tre diversi peccati, rispettivamente ignoranza, cupidigia e odio .

-          La differenza fra il buddhismo hinayana e mahayana sta nel fatto che il primo prevede l’illuminazione a livello personale mentre il secondo prevede che tutti quanti (compresi gli animali) possano essere illuminati. Il filone tantrico (o tibetano) appartiene a questa seconda scuola.

-          I monaci possono scegliere liberamente l’ordine al quale appartenere, a seconda delle loro aspirazioni. Gli appartenenti al primo, quello dei berretti rossi, sono più portati al tantrismo, pertanto si dedicano maggiormente allo studio e per loro sarà più facile raggiungere l’illuminazione. Per contro sarà tuttavia anche più facile non raggiungere l’obiettivo vista la difficoltà di tale ambizione.

-          Il Buddha Nibbana (reclinato) è quello del presente quando è passato nell’aldilà, pertanto nel momento in cui ha raggiunto il Nirvana, da non confondere con il Buddha del passato.

-          Cerchiamo poi di distinguere le statue dei Buddha ma ci fermiamo a quella del Buddha del futuro (Maytreya), che viene ritratto seduto con i piedi appoggiati per terra a simboleggiare la sua imminente venuta a sostituire il Buddha del presente.

-          Colpisce inoltre la mitologia di Avalokiteshvara, il quale aveva promesso di fare determinate cose durante la sua vita, senza riuscirci. Venne smembrato in mille pezzi, mai poi il Buddha suo maestro lo ricondusse ad una unità. Rimase tuttavia con mille braccia.

-          Kumbum significa mille immagini.

-          Apprendiamo che il cosiddetto burro di yak utilizzato nei monasteri è soprattutto di origine vegetale perché sembra che quello yak vero produca del fumo (e per conseguenza faccia annerire i soffitti). Questa notizia è in controtendenza rispetto a quanto abbiamo appreso lo scorso anno nel Monastero di Labrang. Quello che è sicuramente vero sono le enormi quantità di burro votivo che viene offerto alle divinità e alla lunga quello di yak rischierebbe perfino di scarseggiare.

-          Tanto nei monasteri che nelle case tibetane sono tre i colori dominanti: il nero a simboleggiare la potenza, il bianco per la compassione e il rosso per la conoscenza/saggezza.

-          Le bandiere di preghiera tibetane hanno 5 colori: blu per il cielo, bianco per le nuvole, rosso per il fuoco, verde per l’acqua e giallo per la terra. Tali bandiere che vengono piazzate in prossimità di colli e vette montane, ponti e tetti delle case servono a portare fortuna, anche agli studenti che devono superare un esame.

La vegetazione presenta le colorazioni d’inizio primavera, dove solo alcuni arbusti (prunus e forsizie) sono già fioriti e gli alberi d’alto fusto presentano le prime gemme. Ovunque si vada la presenza di militari e poliziotti è massiccia, in una varietà di divise difficili da distinguere. E’ ben vero che ci troviamo in una  città militarizzata, basti pensare che il solo accesso alla piazza del Popolo, quella antistante il Potala, richiede il passaggio delle borse e degli umani sotto i rispettivi metal detectors. I militari sembrano poco attenti nell’effettuare i controlli, si ha piuttosto la sensazione che vogliano far presenza e “colore” a monito di chi intendesse manifestare in favore del Tibet. Allo stesso tempo si tiene impiegato del personale cinese che vive in questa regione per poter bilanciare la presenza dell’etnia locale. Anche a Lhasa l’inquinamento unito all’alta quota fa sentire subito la sua presenza con il bruciore di gola.

Su nostra richiesta ci rechiamo a visitare il Tibetan Medical Centre, un centro dedito allo studio dei metodi di cura tradizionali, basati sostanzialmente sull’utilizzo di erbe e con un forte influsso derivante dalla medicina indiano ayurvedica, con la quale nei secoli ci sono stati frequenti scambi. Una guida con parvenza di medico, di buona cultura ed altrettanto valida oratoria ci porta a fare il giro in quello che è un vero e proprio museo della medicina tibetana. Ci informa che il principio fondamentale è la prevenzione, prima ancora della cura, e con determinati controlli l’obiettivo può essere raggiunto. Ad esempio vedendo il mio indice destro con una curvatura verso il medio intuisce che ho qualche problema di stomaco. Nel confermare, non sto a dirgli che a vivere nella nostra società lo stomaco è uno dei primi organi a subire le ire dello stress e la pressione originata dalla fretta. Il centro è inoltre una sorta d’industria farmaceutica con immancabile punto vendita. Per non sembrare scortesi acquistiamo dello zafferano. Non siamo sicuri delle sue proprietà terapeutiche, ma nel riso è un ottimo rimedio contro l’insipidità. Acquistare altri medicamenti ci sembra perfettamente inutile: prendere qualche pastiglia per poi non poter continuare la cura nel caso si provassero dei benefici vale solo a buttare via qualche soldo, neanche pochi vista la rarità delle piante che devono essere impiegate. Usciamo senza esserci chiariti totalmente le idee; se fosse vero quanto asserisce il medico che ci ha in “cura” la medicina occidentale potrebbe servire solo per gli interventi chirurgici, che la loro non pratica più da diversi secoli, sembra dopo che un nobile morì a causa di un intervento non riuscito.

Quando sono le 16 ci facciamo portare alla base del Potala (significa casa di Avalokiteshvara) e ci congediamo per oggi dalla nostra guida. A quest’ora l’entrata del Palazzo è chiusa ai turisti (invero pochi in città) e rimaniamo pressoché soli coi fedeli a compiere il kora intorno al Potala. Essendo arrivati solo stamattina anziché ieri pomeriggio e dovendo rinunciare ad un impegno del programma optiamo per non vedere l’interno del Potala, ormai svuotato di quanto conteneva d’interessante. Fu il palazzo invernale del Dalai Lama e fino al 1965 fu sede del potere religioso e politico del Tibet. Venne costruito da Tsongtsen Gampo nel 7° secolo come forte e fu successivamente rinnovato in varie occasioni fino ad assumere le sue forme attuali nel 17° secolo. Saliamo su una collina antistante per fare alcune, incantevoli foto. Siamo di fronte all’immagine che la nostra fantasia vedeva come la remota reliquia di un passato ormai consegnato alla storia, simbolo di una religione osteggiata in qualunque modo e memoria della potenza religiosa dei Dalai Lama. Una potenza fatta di luci ed ombre, ma in nome di una religione pacifica che merita tutto il rispetto. Il palazzo riuscito a superare indenne le distruzioni che hanno lacerato il Tibet  e cercato di annichilire il buddhismo, durante un’occupazione che dura da più di 60 anni. E la bandiera cinese che attualmente sventola sul suo tetto ad un’altezza che pare essere in cima ad una montagna, sembra solo l’ultimo, sommo insulto alla tradizione tibetana. Siamo di fronte ad un simbolo che troppe volte abbiamo visto in abbinamento alla repressione, in questa periferia del terra nella quale le attuali potenze che si dividono il mondo non mostrano particolare interesse. Il processo di sinizzazione procede invece senza sosta per avanzare sempre più verso un punto di non ritorno che impedisca ai tibetani di essere padroni della propria terra.

Nel pieno rispetto delle regole religiose iniziamo anche noi il percorso del kora in senso orario, accompagnati dai fedeli che si attardano a far girare le ruote di preghiera o invocano protezione nelle cappelle che si trovano lungo la via. Andiamo a vedere il monumento agli yak, poco distante e scattiamo  ancora qualche foto dalla piazza del Popolo, una sorta di Piazza Tienanmen in versione locale. Quando abbiamo terminato il giro sta per arrivare la sera e ci spostiamo a piedi verso il Barkor, costeggiamo il Jokhang e ci andiamo a rifugiare nel ristorante The Sun Tribe, consigliato dalla guida. All’inizio stentiamo a trovare l’ingresso, poiché si trova salendo una vecchia scala dietro un androne. Una volta entrati l’ambiente è quello di un ristorante di classe e frequentato soprattutto da locali. Gustiamo il fried mutton in the bowl e ci dedichiamo alla visita notturna della città. Con una scelta azzeccata ingaggiamo un risciò e ci portiamo nuovamente alla base del Potala. Dalla piazza si diffonde una musica dai toni moderni ma estremamente adatta al luogo, non mistica ma nemmeno fracassona. Quello che invece ci fa restare allibiti è il Potala illuminato (Foto2 - Foto3): solo così riusciamo a intuirne la grandezza e ci sembra di essere infinitamente minuscoli di fronte alle mura dei due palazzi sovrapposti. Il vento fa ondeggiare le tende esterne ed il tutto sembra avere una sua dinamica. Senza parole cerchiamo di immortalare ogni dettaglio ma è la sua visione d’insieme a rendere giustizia a questo popolo. Quello che un tempo era la sede religiosa e temporale del Tibet adesso è solo più uno scarno museo, ma la sua parte esterna continua a mantenere l’autorevolezza di un popolo e di una religione che non esitiamo a definire nobili. Qualche giorno dopo ci troveremo a chiederci se sia una religione a definire un popolo ed a migliorarlo o piuttosto non il contrario. Siamo sempre più convinti della seconda opzione: il carattere tibetano non può che rendere buono il buddhismo tantrico. La sua semplicità, perfino l’innocenza dei suoi fedeli rendono questa religione superiore ad ogni potere politico. Il fatto che l’ultimo Dalai Lama abbia rinunciato per se e per i suoi successori alla carica politica significa portarsi al passo con in tempi, rendendosi conto che la teocrazia non è la via migliore per amministrare uno Stato. Va anche ricordato che essere al passo con i tempi non si risolve col diventare una colonia di Pechino, nell’opulenza provinciale che fa della Cina un’enorme zona industriale con sfolgoranti neon a cercare di rendere meno grigie le città. Come avevamo già avuto modo di appurare lo scorso anno, in Cina esiste un solo fuso orario, quello di Pechino, che si trova a est del Paese. Per conseguenza le regioni più occidentali devono convivere con un fuso ufficiale (orari dei treni, aerei, ecc) ed uno ufficioso che regola la vita quotidiana. Lhasa, trovandosi longitudinalmente poco oltre la metà della Cina riesce ad avere ancora un fuso che stia nella logica. Viene chiaro verso le 6,30 h. e il crepuscolo giunge verso le 20,30 h.

Quando sono ormai le 22,30 h. rientriamo ancora una volta a piedi verso l’hotel. E’ stata una giornata lunga ma indimenticabile: oggi abbiamo visto il Potala! Esiste davvero e non solo sui libri o nei film.

Pernottamento: LHASA - Hotel New Mandala

 


 

Day 10 : lun. 29 aprile 2013

Bei panorami sull'altopiano. Gyantse: crocevia della storia, baluardo di cultura tibetana.  

Dormire a 3600 mt. di quota ormai non rappresenta più un problema. Appena servono colazione (alle 7h.) ci presentiamo ad assaggiare per la prima volta lo tsampa. Un simpatico cameriere mi accompagna al buffet per prepararlo correttamente. Si tratta di mettere della farina d’orzo in una ciotola e poi aggiungervi del tè caldo al burro mescolando il tutto. A seguire ci precipitiamo in strada per compiere il kora del Jokhang, il giro votiv che i fedeli compiono più volte, sempre in senso orario. Pur essendo mattino presto gli stretti vicoli di Barkhor sono già affollati di fedeli che si avviano verso i luoghi delle cerimonie e, mentre una coda interminabile attende l’apertura del Jokhang, altri effettuano le prostrazioni di fronte al tempio. Ci mischiamo ai fedeli che affollano ogni angolo del kora, facendo girare le ruote di preghiera e recitando mantra a voce alta, il tutto in un’atmosfera resa particolarmente mistica dall’aria frizzante del mattino e dalla luce del primo sole che rende suggestivi i colori delle case sotto un cielo cobalto. Ci addentriamo nel cortile di un piccolo monastero dove al fuoco rustico di enormi ceppi di legna un paio di monaci stanno preparando decine di bollitori di tè al burro per la colazione. Poco distante il quartiere abitativo che ospita anche i pellegrini in arrivo da ogni parte del Tibet e zone limitrofe si sta svegliando. E’ tutto un dedalo nel quale si può ancora assaporare la Lhasa di un tempo. Abitazioni misere ospitano i viandanti, ovunque sorgono piccoli monasteri i cui ingressi sembrano far parte di una casa, mentre piccoli negozi stanno iniziando ad esporre le loro mercanzie. I nostri occhi occidentali non  possono mancare di vedere la scarsa igiene, probabilmente le temperature impediscono il propagarsi di malattie che rischierebbero di decimare la città. In realtà il nostro concetto di pulizia male si concilia con i monasteri ed in generale le abitazioni; non sta a noi ergerci a moralisti del detersivo. Proveniamo da una civiltà che ha fatto del lavarsi uno dei tanti business …. Pertanto non ci sentiamo di impartire lezioni. 

I lavori in corso riguardano tutto il centro, ci viene detto che sono iniziati lo scorso anno  e dovranno terminare entro la fine di questo. Riguardano soprattutto le tubazioni sotterranee, ma ci sono anche impalcature davanti ai palazzi che prima ancora di servire per i restauri, sembrano voler nascondere le brutture di un centro mai stato ricco. A camminare di notte si rischia veramente di scomparire in qualche fosso. 

Alle 9 abbiamo l’appuntamento per partire e ci faremo trovare puntuali. Ci avviamo dunque in direzione sud, verso l’aeroporto, per poi piegare a sudovest verso Gyantse. Lungo la strada per Shigatse s’incontrano frequentemente delle scale a pioli dipinte sulle rocce. Ci viene spiegato che derivano dalla religione bön e stanno a simboleggiare l’ascesa in paradiso. In tutto il Tibet incontreremo anche numerosi posti per il controllo della velocità ed è curioso (talvolta anche irritante) conoscerne il metodo: ad un primo posto di blocco fisso gli autisti devono scendere per farsi rilasciare un modulo sul quale vengono segnati gli estremi della vettura e l’ora del passaggio. Se il limite è dei 60 km/h, e di solito sono abbastanza ristretti nonostante le strade siano in condizioni più che decenti ed attraversino zone rurali fatta eccezione per qualche raro villaggio, al posto di blocco successivo che si trova ad esempio 60 km dopo non si può passare prima che sia trascorsa un’ora. Succede che tutti vanno alla velocità che vogliono per poi fermarsi su un lato qualche km prima del controllo ad aspettare che passi il tempo necessario per non incorrere in una multa. A seguire si riparte con andamento più veloce salvo ripetere lo stop più avanti. Decisamente i mezzi elettronici in questo caso porterebbero a migliori risultati. 

La nostra guida è originaria di un paesino situato a 40 km da Gyantse, dove tuttavia gli stranieri non possono recarsi. Pare che esistano dei corridoi per così dire turistici che sono consentiti al transito, tutto il resto del Tibet è proibito o soggetto ad ulteriori permessi. In coincidenza con manifestazioni e sommosse tutto il Paese viene chiuso fino a nuovo ordine. Lei ha studiato l’inglese in un paio d’anni, ma lo parla bene e ha una pronuncia molto buona. Ciò la rende differente dai cinesi i quali, anche quando conoscono la lingua, la pronunciano in un modo incomprensibile. 

La strada scorre relativamente veloce sull’altopiano per poi inerpicarsi lungo un tratto che si fa sempre più ripido in mezzo ad alte praterie il cui manto sembra appena uscire dall’inverno. Ci viene detto che su queste montagne nevica parecchio, mentre in estate piove anche ai passi più alti. Dobbiamo tuttavia ritenere che il concetto di nevicate abbondanti debba essere relativizzato al territorio tibetano che, trovandosi a nord dell’Himalaya finisce per essere minimamente investito dalle precipitazioni. La quasi totale assenza di alberi ad alto fusto e la vegetazione in generale stanno a dimostrarlo. La neve si scioglie assai rapidamente, visto che a fine aprile rimangono solo sporadici nevai situati lungo i tratti più alti della strada. Ed è solo verso i 6000 mt. che la neve inizia a segnare una costante. 

Raggiungiamo così i 4794 mt del Kampa La Pass, al cui culmine ci affacciamo sullo splendido Yamdrok Tso, un lago sacro la cui forma assomiglia a quella di uno scorpione. Viene riverito come un talismano che supporta la vita spirituale del Tibet. Si dice che se dovesse svuotarsi delle sue acqua il Paese non sarebbe più abitabile. E’ il più vasto per dimensioni, dove Tso significa lago drok deriva da nomadi mentre il prefisso sta per turchese. fin da subito avevamo capito che il tibetano è lingua ostica, ma cercheremo di  dialogare in inglese o capirci a gesti. La vetta che fa da sfondo al lago ha un’elevazione di 7190 mt. Sul colle ci sono parecchi pastori locali che cercano di attirare i turisti con foto insieme a yak e cani decorati. 

Il buddhismo tibetano ha mutuato parecchio dalla precedente religione bön, fatta eccezione per alcune pratiche completamente opposte quale il verso della svastica (che sta significare il buddhismo che non avrà fine) e il percorso antiorario nei kora. Innestandosi sulla religione precedente nell’XI secolo, anche il buddhismo odierno considera sacri molti luoghi naturali come laghi, colli, vette, ecc., cosa che non ha simili nel nelle altre scuole. Scendiamo dal colle attraversando alcuni villaggi in mezzo alla steppa e ci viene spontaneo chiederci come si possa vivere in queste zone: assenza totale di alberi o anche solo di arbusti, terra arida, nessun servizio degno di nota in un raggio di almeno cento km. Qui devi arrangiarti con le tue esperienze e di quel poco che ti offre la natura. In quel poco si trovano le deiezioni degli yak, l’unico mezzo di riscaldamento accessibile. Lo sterco viene fatto seccare appiccicato ai muri e quindi ammucchiato una volta asciutto, di solito sopra gli stessi muri che delineano il confine delle case in posizione aerata. Apprendiamo che l’abbondanza di questa “risorsa” è sufficiente per far trascorrere l’inverno al caldo alle popolazioni e che le ceneri sono ricche di sostanze concimanti da poter essere utilizzate nelle latrine e conseguentemente come fertilizzante nei campi. A 4500 mt ci sono già i terrazzamenti pronti per ospitare le coltivazioni di orzo. 

Con tutto quello che c’è da vedere sembra perfino mancare il tempo per il pranzo, che saggiamente la guida ci porta a consumare in un locale che brilla per semplicità e gusto dei suoi piatti. Si tratta di un self service (Foto2, Foto3)molto ben organizzato al quale attingiamo senza tanta parsimonia. Si prosegue fino ai piedi del Naiqinkangsang snow mountain, una delle montagne sacre del Tibet (credenza derivante dalla religione antecedente). Verso la vetta si può vedere la “nuvola a bandiera” (la creatura del vento e della neve) sventolante e splendente nell’aria. Siamo quindi al Karo-la Pass (5010 mt.), in prossimità del Karo-la Glacier con la vetta omonima alta ca. 5.600 mt. Ha buona fama di “Regina di ghiaccio” sul tetto del mondo. 

Scendendo s’incontra un altro lago, questa volta artificiale, il Manlha Water Control Project. Si tratta di una diga, che raggiunge una capacità di 20.000 Kw. Il progetto fornisce irrigazione per oltre 43.000 ha. di terreno, oltre a limitare le piene dei fiumi. 

Quando sono passate le 14,30 h. arriviamo a Gyantse, la quarta città del Tibet (dopo Lhasa, Shigatse e Chamdo), nonché antico centro commerciale e crocevia fra la strada che conduce da Lhasa al Nepal da un lato con la via carovaniera che arriva da sud dal Sikkim/India/Bhutan. Conserva ancora parecchio del suo stile originale poiché non è ancora stata molto intaccata dall’influenza cinese, pur essendo i negozianti immancabilmente e visibilmente di etnia han. Assunse un ruolo d’importante centro militare e commerciale (particolarmente per lana e artigianato). Balzò agli onori della storia nel 1904 quando vi si tenne una battaglia a difesa dall’invasione inglese. A tale memoria la retorica cinese ha costruito un monumento a commemorare l’evento e conferito il titolo di hero city. E’ quasi oltraggioso vedere come proprio loro vengano qui a parlare d’invasione e occupazione straniera. Visitiamo subito il monastero (Palkhor Choide) (Foto2, Foto3, Foto4) con lo splendido stupa (Khunbum) ed a seguire la fortezza (Dzong). Il primo venne fondato nel 1418 ed è uno dei monasteri più importanti della regione. Nei monasteri e nei templi si trovano delle cappelle dedicate agli spiriti protettori, questi hanno sempre un'espressione arrabbiata, ma ciò inteso come un simbolo per spaventare gli spiriti del male e contro l'ignoranza. Questi personaggi vanno pertanto intrpretati come divinità protettrici a prescindere da come si presentano, anzi sono così proprio a fini di difesa. 

Ancora una volta Lapu ci fornisce una serie d’informazioni sulla cultura buddhista che ci tornano utili per avere una maggiore comprensione di questa affascinante fede. Mai riusciremo a capirne e carpirne i misteri, cosa che lasciamo fare ai massimi studiosi (si parla addirittura di mille diverse varietà di Buddha), ma riusciamo a chiarirci sommariamente le idee, in particolare per il concetto che si riferisce al circolo della vita. 

L’interesse principale della visita allo Dzong (fortezza) consta soprattutto nella vista dall’alto che si ha della città e del monastero. 

Non disponendo di legna per bruciare i corpi come avviene da altre parti, i defunti vengono portati in processione presso una piazzola esterna al villaggio. Una volta terminata la cerimonia, i corpi vengono spezzati in modo da poter essere portati via e mangiati dagli uccelli. Del resto in una terra gelata per buona parte dell'anno e senza legna, questo pare l'unico  modo per dare una sepoltura. Esiste un'eccezione per chi è morto a causa di malattie potenzialmente contagiose, per evitare la diffusione di epidemie vengono seppelliti. I cimiteri a cielo aperto esistono anche nella popolosa Lhasa, dove un paio di luoghi sono adibiti questo genere di sepoltura e  ci dicono che i rapaci hanno molto da fare. Va tenuto conto che invece i cinesi vengono cremati, come da loro tradizione. I bambini più piccoli invece vengono dispersi nelle acque sacre di alcuni laghi, probabilmente nessuno ha il coraggio di spezzare il corpo di un piccolo per darlo in pasto agli uccelli. E’ duro venire a contatto con certe pratiche che la necessità ha radicato nel corso dei millenni, ma anche in questo modo occorre ragionare considerando realtà estremamente diverse, in un mondo dove è difficile anche morire! 

Rientriamo a piedi al hotel, senza pretese ma efficiente e carino. Si cena al Tashi con un barbecue di yak e un sizzler dello stesso bovino contornato di verdure.

 Pernottamento: GYANTSE - Hotel Jianzang



Day 11 : mar. 30 aprile 2013

Shigatse: politica e religione al monastero di Tashilungpo. Shegar: prima veduta sull'Everest!

Colazione nel solito stile tibetano, buona senza le pretese di un lusso che nessuno qui si può permettere. Ma l’aspetto più interessante è l’arredamento in stile vivace, sembra di andare indietro nel tempo, in cui la tradizione segnava ogni tratto della vita quotidiana. Il cielo sembra emanare esso stesso una luce che origina dalla sua tinta cobalto, mentre il sole sale lentamente all’orizzonte riscaldando la giornata intensi colori più di quanto non influisca sulla temperatura. La zona che attraversiamo tra Gyantse e Shigatse è fondamentalmente agricola, a coltivazione di orzo, e vi sono estese superfici che vengono arate in questi giorni. Si tratta di aziende private in cui esiste una semplice forma di meccanizzazione, ben diversa da quanto abbiamo visto in Nepal. Il salice è una delle poche piante che si trova sull'altopiano, serve come frangivento lungo le strade e a protezione delle case, risulta molto resistente sia al vento che alla quota. Viene inoltre usato come materiale da costruzione. La struttura domestica è normalmente su due livelli: al piano terra ci sono gli animali e la zona magazzino mentre sopra c'è la zona abitativa.

Prima di entrare in città ci rechiamo al locale posto di polizia dove la guida cerca di ottenere i permessi per proseguire, ovvero andare verso la parte occidentale del Tibet. Ne servirà ancora un altro per entrare nel Parco dell'Everest. Si tratta di pura burocrazia volta a creare difficoltà e disincentivare il turismo di massa. Del resto, per chi ha le carte in regola non si tratta che di una pura formalità, d’altro canto sarebbe assurdo venire fin qui ed essere poi rispediti indietro ad uno dei tanti posti di controllo fissi che s’incontrano lungo il percorso. Ma rilasciare un solo permesso a Lhasa avrebbe tolto un po’ di fascino all’avventura.

Per la verità la stazione di polizia a Shigatse non è ancora aperta, o meglio non è ancora arrivato l’addetto ad apporre timbro e firma (anche se sono già le 9,30), torneremo dopo. Nel frattempo adiamo a visitare quel misto di fede pura e religione filogovernativa che è il monastero di Tashilungkpo (Foto2, Foto3). La prima è costituita dai fedeli che pregano intensamente, che versano burro di Yak (in realtà si tratta di un grasso vegetale, almeno in questo caso) per devozione e che, sempre per devozione, lasciano ingenti oboli ai monaci. Dall’altro lato c’è una religione piegata alla volontà di Pechino. I monaci in passato erano 3600, adesso ne rimangono 800. Durante la Rivoluzione Culturale vennero dispersi, costretti a sposarsi o portati in centri di rieducazione, dai quali pochi uscirono vivi. Attualmente per diventare monaco occorre essere autorizzati da un ente governativo (potremmo definirla una nuova forma di teocrazia), in cambio si riceve uno stipendio come ogni dipendente pubblico, mentre le offerte dei fedeli finiscono nelle casse statali. Questo almeno quanto abbiamo letto in più occasioni, ovviamente fuori dalla Cina. Inoltre il monastero è particolarmente significativo e “delicato” in quanto è la sede eletta del Panchen Lama (la seconda carica religiosa nel buddhismo tibetano). Con una forma che sommariamente si può descrivere nel vicepresidente (Panchen Lama) che nomina il presidente (Dalai Lama) e viceversa, attualmente ci troviamo  con un Panchen Lama nominato dal Dalai Lama parecchi anni fa, ma rapito in tenera età e sparito in qualche località nascosta della Cina e uno nominato dal partito comunista, che ha trovato fra le sue file un monaco particolarmente zelante e sensibile alle tematiche della capitale e lo ha nominato a capo dell’alta carica, cosicché sarà lui a nominare il prossimo Dalai Lama quando l’attuale passerà a miglior vita. Viene da pensare che quest’ultimo non verrà accettato dai fedelie ci troveremo di fronte a nuove oppressioni e massacri. E’ ovvio che l’attuale Panchen dimori a Pechino e solo raramente faccia apparizione nella sua sede naturale di Tashilungkpo. Insomma,  esiste un groviglio di intrighi politico religiosi e noi ci troviamo proprio nel punto nevralgico. L’aria che si respira è comunque quella di un qualsiasi monastero, dove circolano fedeli, monaci e ci sono le immancabili opere di restauro in corso. Sembra di vedere una certa opulenza che in verità non guasta dal punto di vista estetico: muri dipinti di recente, tende esterne non sfilacciate, stupa ricostruiti da sembrare antichi anche se datano pochi anni fa. Pare di arrivare in una corte religiosa dove il tempo non sia mai trascorso e tutto funzioni a perfezione, in un circolo virtuoso da set cinematografico. Conviene ripetere che di vero ci sono sicuramente i fedeli che destano ammirazione per il loro atteggiamento, credenti in modo sincero e verrebbe da dire perfino innocente. Ma quella è la loro religione e nella loro semplicità culturale sanno andare oltre ai rappresentanti terreni del Buddha. Il resto non lo sappiamo, ma abbiamo il forte sospetto che la religione in questo luogo non rappresenti la totalità dei pensieri. Nelle cappelle si trovano molti quadri del nono, decimo e undicesimo Panchen Lama. Non ne esistono invece dei precedenti in quanto prima non esistevano foto, strano che non esistano dei loro ritratti. Quando venne edificato il monastero, sul luogo ove sorge la cappella più antica si trova una pietra nera che fungeva da basamento di un cimitero tibetano a cielo aperto. All'interno del complesso vediamo molti sacchi d'orzo che vengono donati dai pellegrini per il sostentamento dei monaci, i quali lo useranno per fare lo tsampa, immancabile piatto tibetano.

Degli stupa presenti nel monastero è rimasto solo quello del quarto Panchen Lama, gli altri sono stati portati via dalla Rivoluzione Culturale così che le reliquie degli altri Panchen Lama hanno trovato posto nello stupa del quarto .

La città di Shigatse è diventata ormai completamente cinese, svuotata di quanto aveva di storico e circondata da foreste di palazzi che verosimilmente catalizzano le popolazioni rurali verso la città per trasformarle in plotoni d'operai.

Usciti dalla città attraversiamo una zona desertica con alture rocciose, di tanto in tanto s’intravedono piccoli villaggi che sopravvivono grazie ad elementari forme d’agricoltura, che con la quota si trasforma in allevamento. Vedendoli dall’esterno viene da chiedersi come vivano: sparuti gruppi di case dello stesso colore della terra circondate da muri ai quali solitamente viene appiccicato lo sterco di yak a seccare. Intorno è tutto un giallastro tendente all’ocra senza un filo d’erba. Pur comprendendo che aprile costituisca l’inizio stagione, rimane il fatto che l’epoca adatta alla coltivazione è assai ristretta. Un valido supporto alle attività agricole viene offerto dai frequenti corsi d’acqua che scendono dal versante nord della catena himalayana, fornendo le risorse idriche necessarie per far crescere l’orzo nei terrazzamenti e poco altro.

Ci fermiamo in un punto di ristoro in corrispondenza del cippo che segna il km 5000 da Shanghai. Una distanza considerevole, ma non sufficiente per non sentirne l’ingombrante presenza. Stupisce comunque come le distanze kilometriche vengano considerate a partire da Shanghai e non da Pechino. Oltre ad un paio di negozi che vendono bibite, qui si trovano alcuni venditori ambulanti che cercano di rifilare pietre e collane con connotati religiosi ai viandanti (quasi come dei rosari). Arriviamo allo Tsuo La Pass a 4526 mt, una landa totalmente desolata, fatto salvo per le migliaia di bandiere di preghiera che sovrastano il colle. Rade pecore sembrano brucare la terra. Lasciamo la Friendship Hwy per Sakya, che raggiungiamo con una digressione di 25 km su sterrato. Anche qui il paesaggio circostante è molto arido, greggi di pecore e capre cercano qualcosa da mangiare nel terreno arato, anche se a dire il vero non sembrano soffrire la fame. Ci viene detto che la primavera quest’anno è assai indietro, anche perché ci saranno due mesi d’agosto, per effetto del calendario lunare che deve raccordarsi con quello solare. Parlando con la guida le diciamo che in Italia da oggi abbiamo un nuovo governo e restiamo stupiti quando, spiegando com’è costituito il sistema governativo italiano, ci viene chiesto il significato del Parlamento. Non bisogna dimenticare che in Cina (e meno che mai in Tibet) le istituzioni che reggono lo Stato sono di stile ben diverso dal nostro ed il parlamento è sostituito da un Congresso che si raduna raramente e solo dietro convocazione. Per essere sicura di capire bene, la nostra guida utilizzerà un traduttore digitale per la parola parliament. Lungo la strada c’è una grande attività di agricoltori intenti ad arare o lavorare nei campi. In questo caso la maggior parte lavora con dei buoi, mentre solo alcuni dispongono già di trattorini.  Sakya si trova a 4300 mt., mentre la strada che percorriamo per arrivarci si tiene sui 4000/4100 mt. Il suo significato è Terra Grigia, tant’è che molti edifici presentano colori diversi dalle classiche case tibetane. il monastero (Foto2) appartiene infatti alla scuola di Sakya, è retto da una “dinastia” di monaci che hanno il diritto di sposarsi ed avere prole per tramandare la stirpe a capo del complesso. I monaci semplici devono invece mantenere il celibato, come del resto tutti i religiosi nel mondo buddhista. L’interno è scuro, incontriamo pochi pellegrini e siamo gli unici turisti presenti. L’interno ha un’apparenza più austera, soprattutto la cappella delle divinità protettrici, che sembrano avere sembianze terrificanti, alcune delle quali sono state perfino ricoperte. Non si capisce se si tratti veramente di un sistema per incutere ancora più terrore o siano veramente spaventose. Resta il fatto che vogliono rappresentare un simbolo di ostilità all’ignoranza. Facciamo il giro camminando sulla sommità delle mura (Foto2, Foto3) del monastero con splendida veduta dall’alto sui dintorni. Rileviamo così la geometria delle costruzioni, nonché le abitazioni dei monaci e di chi ci vive. Al di fuori sorge quello che era un villaggio, oggi sviluppatosi nonostante la posizione periferica. Rientriamo sulla strada principale per affrontare la salita verso il passo Gyatso La (Foto2), a fianco della striscia asfaltata incontriamo greggi dove le capre lasciano sempre più posto alle pecore. I pastori che le seguono vivono in tende in condizioni di pura sussistenza, dove freddo e vento impetuoso scolpiscono i loro visi tanto da farli sembrare pietrificati. La neve diventa sempre più frequente, i nevai si annidano soprattutto sul fondovalle, coprendo in gran parte il torrente che scava dei tunnel sotto il manto ghiacciato per poter proseguire. Il passo si trova a 5248 mt. il freddo è pungente a causa del vento ma non particolarmente fastidioso. Camminare in piano non crea problemi, salvo sentire il cuore pulsare forte non appena si fanno pochi passi in salita. Scendendo, intorno al km 5114 abbiamo la prima veduta sull’Everest (orgogliosamente detto Qomolongma in tibetano, che significa Dea madre della terra). E’ ancora distante, quasi nascosto in mezzo alle altre montagne, ma la sua forma non può dare adito a dubbi. Eccolo finalmente dinnanzi a noi. Immagazziniamo le prime foto, mai che domani il tempo non ce lo conceda più, e restiamo senza parole per essere al cospetto della montagna più alta del mondo. Non lo sappiamo, ma questo è solo un assaggio. Domani avremo il privilegio di farne la conoscenza da molto più vicino ed il tempo ci sarà ancora una volta amico. Siamo sui 4500 mt e s’incominciano a vedere i primi villaggi stanziali con relativi terrazzamenti. Il Qomolongma Hotel di Shegar è in classico stile cinese, grande ed al tempo stesso spartano. Nessuno che parla inglese e ordinare una birra ed il poco altro non compreso nel menu standard della cena costituisce di per sé un’avventura. La stanza è fredda ma sotto i piumoni si dorme bene. Quando si è in quota la sera è sempre uguale: dopo cena il freddo diventa assai fastidioso e andare a dormire rappresenta allo stesso tempo una soluzione alla stanchezza ed un rimedio contro il freddo. Stasera facciamo due passi in questo insignificante paese e l’unica cosa che ci convince a stare fuori nonostante il vento che ci sferza è un tramonto da cartolina. L’ovest si ammanta di tutte le tonalità che vanno dal giallo al rosso. Rientriamo nella nostra camera, di grandi dimensioni nonostante il bagno sia di assai ristretto, dove riscontriamo una temperatura di 11°. Mettendo sopra di noi uno spessore di due piumini riusciremo a trascorrere un nottata ristoratrice.

Man mano che ci si allontana da Lhasa la cortesia dei tibetani rimane al livello più elevato, ne va tuttavia dell’efficienza probabilmente a causa della ruralità dei luoghi dove passiamo. Non c’è molto turismo e la gente rimane isolata per buona parte dell’anno. Le stesse cameriere sono indecise se dar seguito agli ordini ricevuti o restare a guardare gli ospiti che si trovano di fronte. Dal momento in cui si chiede qualcosa a quando lo si riceve può passare parecchio tempo, ma è giusto essere pazienti e tolleranti verso persone che vivono in un contesto così diverso. Fossimo noi così cortesi come lo sono loro! Va da se che in Nepal le persone sono ugualmente cortesi ma riescono anche ad unire un innato spirito di simpatia. Cosa più difficile per i tibetani, abituati ad un ambiente più rigido ed austero, nonché a 60 anni di oppressione. Resta il fatto che una volta conosciuti non si può non amare  loro modo di essere.

Pernottamento: SHEGAR - Qomolangma Hotel

 



Day 12 : mer. 1 maggio 2013

Monastero di Rongbuk e avvicinamento all'Everest, fino al Campo Base del versante nord. 

Non dobbiamo dimenticare che il Tibet appartiene alla Cina e che in fondo questo è pur sempre un Paese comunista, per quanto sia sempre più difficile accorgersene se non fosse per di regime autoritario. A ricordarcelo oggi ci viene in aiuto il primo maggio. La nostra guida cerca di andare a prendere i permessi per entrare nel Parco dell’Everest ma ciò non è possibile in quanto l’ufficio è chiuso per festività. Il problema si risolve facilmente acquistando i biglietti al primo punto di controllo che si trova subito dopo la deviazione dalla strada principale nel villaggio di Chai, poco dopo il punto per il controllo dei passaporti. Una rapida sosta e via per gli 80 km che ci porteranno all’EBC (Everest Base Camp), interamente sterrati ma su un terreno fondamentalmente in buono stato. Leggeremo che il governo voleva perfino asfaltarla, ma l’opposizione dell’India l’ha impedito. Trovarsi il gigante cinese con la possibilità di far arrivare ogni genere di mezzi a pochi km dal confine nepalese, e per conseguenza a poche centinaia da quello indiano, significa esporsi a grandi rischi strategici. In cambio i cinesi l’hanno attrezzata come meglio non si potrebbe. La salita è costante ed a tratti quasi impercettibile, attraversa gli ultimi villaggi che sopravvivono nell’arido più totale al fondo delle vallate. Una fonte di vita è costituita dai canali che portano linfa alle coltivazioni, pecore e capre hanno il muso piantato nella superficie brulla a brucare non si sa cosa. Poco oltre metà strada s’imbocca una vallata al fondo della quale campeggia la vetta più alta del mondo. Ma il momento magico è stato in occasione del superamento ad un colle posto al km 22 della strada che porta a Rongbuk, un vero punto panoramico dal quale si possono osservare ben 4 vette oltre gli ottomila (su 14 esistenti al mondo). Da destra (ovest) si vede la lunga cresta imbiancata del Cho Oyu, al centro come una star l’Everest e subito dietro il Lhotse. Più a est si vede bene il Makalu. In mezzo si trovano diverse cime “minori” che hanno contribuito a fare la storia dell’alpinismo, una fra tutte il Pumori. Restiamo a bocca aperta e non riusciamo a proferire parola. La quota non influisce, è l’emozione a farci vivere il momento come se ci trovassimo in un istante infinito, al rallentatore. Di fronte a tanta maestosità siamo semplicemente allibiti. L’Everest è ormai a poche decine di km e di là sembra guardarci, con l’immancabile nuvola che nasce dalla cresta est e va a coprire l’orizzonte oltre la montagna, liberando nuovamente il cielo di fronte al Lhotse. In Tibet ci sono 5 montagne sopra gli 8000 mt che sono il Makalu, l’Everest con il vicino Lhotse, il Cho Oyu e il Shisha Pangma (quest’ultimo l’unico interamente in territorio tibetano), accompagnate da 50 vette che superano i 7000 mt.

Quando sono ormai le 13 raggiungiamo la nostra meta odierna, il monastero di Rongbuk, dove prendiamo posto nella vicina guesthouse. La stanza è del tipo spartano che ormai conosciamo bene, ma come vedremo non sarà l’arredamento quanto l’altitudine a complicarci il sonno. Pranzo nel locale mensa, al centro del quale si trova la stufa a sterco di yak sulla quale viene fatta bollire l’acqua. La cortesia è una costante, il piatto è all’altezza della situazione e della quota. Da qui al campo base vero e proprio mancano ancora 8 km. Copriamo la prima metà con il fuoristrada fino al campo tendato, dove si può pernottare presso i venditori di oggettistica varia. Noi proseguiamo per altri 4 km a piedi (volendo c’è anche un servizio navetta che fa la spola di tanto in tanto) e con un balzo di 200 mt. di dislivello che vengono ben spalmati in lungo arriviamo al punto oltre il quale il nostro permesso non ci consente di andare. Siamo a 5200 mt e vi troviamo l’immancabile posto di controllo della polizia cinese. Gentilmente questa volta non verificano se abbiamo tutti i requisiti per essere lì. Intorno a noi l’immagine di un’ampia vallata che scende dalle pendici della Dea Madre, di fronte il versante nord della Dea stessa, sui lati vette rocciose come potremmo trovare ovunque. Il campo dove ci troviamo è composto da alcune tende probabilmente dei militari di sorveglianza, intorno pascolano degli yak che di tanto in tanto vengono ingaggiati come portatori. Turisti come noi ne vedremo solo al momento di lasciare quel paradiso: sono due ragazze cinesi. Saliamo su una collinetta panoramica dove sventolano infinite bandiere di preghiera e dalla posizione dominante scorgiamo a breve distanza il campo base delle spedizioni. Siamo di fronte all’Everest; esiste davvero e siamo lì in una splendida giornata di sole. Ancora un volta restiamo ammutoliti. Dopo le foto di rito lascio che il vento s’impossessi di me e dei miei pensieri mentre la Piramide incombe con la sua mole. A mano a mano che la contemplazione muove i pensieri dalla dimensione naturale a quella umana, non posso non pensare che su questa montagna si è scritta la storia dell’alpinismo moderno, che si sono svolte tragedie e che quelle decine di tende che mi trovo lì davanti rischiano di ridurre tutto ad un circo. Mi domando se vorrei andare oltre, ascenderlo, rischiare la vita ma entrare nella ristretta schiera di quelli che hanno “salito” l’Everest. La risposta che ne nasce mentre resto immobile a fissare ogni dettaglio di quel triangolo di roccia cangiante dal grigio all’ocra è che vorrei salirlo a condizione di esserne capace. Dietro l’apparente scontatezza dell’asserzione si nasconde un ragionamento purista. Ormai raggiungere la cima dell’Everest è diventata un’escursione per la quale basta avere i soldi, pagarne l’organizzazione e possedere una buona condizione generale. Al resto pensano le aziende dedicate allo scopo, che per lucro forniscono le vie attrezzate, ossigeno in quantità ed ogni altro comfort compatibile con la quota. Che qualche sfortunato incappi nel mal tempo o malanni non diagnosticati fa parte del gioco, ma i più se la cavano indenni. Una mania che vede gli USA fra i leader di questo sport originato dal business ed i cui riflessi ambientali sono noti. Quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della prima ascensione e per l’occasione i campeggi sono ancora più affollati, tanto dal versante nepalese che da questo. Mentre lo osservo mi dico che scalarlo dev’essere cosa da professionisti, gente che a queste imprese dedica la vita (e a volte la perde anche) ma che è in grado di farlo col minimo supporto esterno, sapendo cavarsela da soli e non appesi ad una corda manovrata da altri. Una volta rientrati in Italia scopriamo che “Gnaro” Mondinelli  era lì ed è salito per la terza volta in punta. Questo non fa che rafforzare la mia teoria che solo i forti ne hanno diritto. Dopo questi attimi che sembrano durare un’eternità, e che dell’eternità portano il valore, iniziamo la discesa. Insieme a Lapu, che è salita con la navetta ma scende con noi, facciamo una bella chiacchierata sulle abitudini domestiche, uno scambio d’informazioni sul tetto del mondo. Mentre camminiamo vediamo anche delle bombolette vuote (tipo quelle degli insetticidi) per l’ossigeno buttate lì senza la minima cura. Saranno appartenute a qualcuno che è andato al campo base o a qualche conquistatore dell’Everest?

A Rongbuk andiamo a visitare il locale monastero, il più alto del mondo. Stranamente qui convivono monaci e nun (monache), mentre in passato esistevano due strutture separate. Ciò è dovuto al fatto che la Rivoluzione Culturale aveva distrutto entrambi i monasteri ma solo uno è stato ricostruito. Per concludere andiamo a scattare la foto classica del posto: lo stupa del monastero con tanto di  Everest sullo sfondo. Il sacro della natura unito a quello dello spirito in un’unica immagine.

Il fatto che ci siano pochi visitatori è anche dovuto alla recente riapertura del campo base. La ragione che ha portato alla chiusura dell’EBC pare legata alle manifestazioni del 2008/2009 da parte di stranieri in favore del Tibet, alle quali seguirono immagini con la bandiera tibetana, fino a far diventare il campo base un teatro per chiedere maggior autonomia alla regione. Per tutta risposta il governo cinese ne ha chiuso l'accesso per un anno intero, sembra sia stata fatta un’eccezione per le spedizioni alpinistiche e per i visitatori cinesi. La fortuna ha voluto che il 1° aprile di quest’anno ripristinassero l’accesso al campo. Altro lungo periodo di chiusura si ebbe comunque nel 2008 in coincidenza con il passaggio della fiaccola olimpica, la quale venne issata sul tetto del mondo. Un simbolo di pace e fraternità è servito per fornire l’ennesima manifestazione di potenza mista ad arroganza da parte del Dragone.

Si è fatta ora di cena e rientriamo nella guesthouse dove vediamo un nutrito gruppo di motociclisti arrivati dal Nepal (americani e australiani) con tanto di camion al seguito. Gustiamo la genuina quanto gustosa cucina locale intervallata da fughe all’esterno per immortalare il tramonto. Il vento è forte ed il calare del sole ha rinfrescato l’ambiente. Ci corichiamo che sono le 20,30, altro da fare non c’è. E qui inizia l’incubo che ci costringerà a restare svegli fino al mattino successivo. Pur non avendo problemi legati all’acclimatamento non riusciamo a prendere sonno. Fossimo da un’altra parte basterebbe scendere e passare il tempo leggendo o guardando la tv. Ma qui non si può: manca la luce (il generatore viene acceso alle 20 e spento verso le 22,30) e l’orologio sul tavolino che segna una temperatura di 6° in camera sconsiglia di uscire dal sacco. Respirare da coricati è più difficile che in posizione eretta, così che ogni tanto bisogna tirare fuori la testa per incamerare più ossigeno.

Pernottamento: RONGBUK - Rongbuk Guesthouse



Day 13 : gio. 2 maggio 2013

L'Everest ci saluta con una splendida alba. Si rientra sul Friendship Hwy fino a Zhangmu.

Il fuso orario unico e valido per tutta la Cina fa sì che inizi ad albeggiare non prima delle 7. Sembra di rinascere, usciamo dal letto e andiamo fuori per vedere cosa succede. Con un grosso thermos di acqua bollente consegnatoci in camera la sera precedente ci diamo una sciacquata al viso. L’esperienza dell’alba (Foto2, Foto3, Foto4) alle 7,30 è simile a quella del tramonto: struggente. In quel momento dimentichiamo la nottata insonne e ben desti restiamo ancora una volta immobili dinanzi alla parete nord dell’Everest, insensibili al vento gelido che cerca di scalfire la nostra pelle. Immaginiamo chi sta salendo e nonostante le asperità debba considerarsi fortunato ad incontrare un tempo tanto stabile. La colazione calda è comunque una corroborante iniezione di energie.

Si parte in direzione nordovest. Il primo tratto ripercorre la strada da cui siamo saliti, poi anziché ripiegare verso Shegar, prendiamo una traccia che porta a Tingri. In alcuni punti il percorso sembra più un’opinione che un tracciato vero e proprio, ma l’autista conosce il fatto suo ed ogni tanto incontriamo perfino dei piccoli villaggi di pastori. La vita è veramente primitiva, le condizioni per noi sarebbero proibitive. A parte la quota, tutti i laghetti dove l’acqua ristagna portano i segni del ghiaccio della notte appena trascorsa. Un sole che appare più che mai distante inizia a sollevarsi lentamente verso il cielo portando con sé il disgelo quotidiano. Alcuni ruscelli attraversano la pista formando spesse coltri di neve e ghiaccio. Con il fuoristrada e grazie alla maestria dell’autista ne usciamo senza problemi, ma altri s’impiantano. E’ così che ci troviamo a soccorrere un trattore con carico al seguito fermo in mezzo alla strada, con le ruote che hanno rotto il ghiaccio non riesce più a muoversi. Lo tiriamo indietro legando una corda al Land Cruiser mettendo a segno la buona azione quotidiana. Non senza brivido guadiamo altri torrenti ghiacciati, mentre il fuoristrada di tanto in tanto scivola pericolosamente su un lato, ma la nostra fiducia nell’autista è totale e alla fine si rivelerà ben riposta. Il terreno continua ad essere aspro per qualche decina di km. Sapevamo che questa strada è molto più rustica di quella percorsa ieri e ne abbiamo la prova. Migliora solo all’altezza del bivio che porta al campo base del Cho Oyu, quando ormai non manca più molto a Tingri e quindi, alla strada asfaltata. Ora non resta che avvicinarci alla frontiera nepalese. Ma per farlo occorre ancora superare il Shung La pass, posto a 5200 mt. con vista sul Shisha Pangma. Alcune nuvole consentono solo di vederne la base. A questo punto inizia la discesa vera e propria, quella che dall’altopiano va ad infilarsi in una fenditura che l’orografia ha scavato in maniera a dir poco bizzarra. Nei 1500 km di lunghezza della catena himalayana ci sono pochi punti di passaggio e questo è forse il più significativo in quanto mette in comunicazione Kathmandu con il Tibet e Lhasa su una strada tutto sommato transitabile. Si tratta di un canyon, una vera coltellata a dividere in due la catena montusa. La strada scende in modo cadenzato fino a creare una cengia scavata nella roccia di una parete quasi verticale. Anche se il tempo non è dei migliori il paesaggio non manca di suggestività. Con l’altopiano del Tibet abbiamo anche lasciato il terreno brullo, sostituito dalla macchia verde tipica delle nostre montagne. Lungo i versanti sono ancora ben visibili le slavine invernali e non è difficile immaginarne la violenza una volta vista la verticalità. Ci si ferma a Nyalam per il pranzo. E’ una cittadina semplicemente squallida e l’osteria cinese nella quale ci fermiamo è all’altezza del paese. Poco prima veniamo ancora una volta controllati dei passaporti per accedere al tratto finale della Friendship Hwy. Quando sono appena le 15 arriviamo alla meta quotidiana di Zhangmu, una città molto particolare: intanto si disloca lungo una serie di tornanti in ripida discesa, offre di sé un’idea assai losca tipica delle città di confine e vi si trova ogni genere di negozio. Alla sera uscendo per fare due passi vediamo addirittura tre vetrine con esposte altrettante ragazze. La cosa ha dell’incredibile se si pensa che in Cina la prostituzione è proibita per legge, ma evidentemente Zhangmu è da considerarsi zona franca. Del resto bisogna pur offrire qualche svago ai militari e addetti vari al posto di confine relegato in una zona più che periferica della Cina, a 5500 km da Shanghai. E Zhangmu non è luogo da offrire tanti svaghi. Andiamo con Lapu per la cena del congedo, scoprendo qualche curiosità sulle ricette di cucina e affrontiamo con lei argomenti scottanti. Scopriamo che non possiede nemmeno un passaporto, tanto a che servirebbe? Uscire dalla Cina è pressoché impossibile, occorrono molti soldi e delle ragioni documentate, mentre per girare nel resto del Paese basta un qualsiasi documento d’identità. Pur essendo una ragazza che ha studiato e pertanto con una cultura generale assai buona, ha delle lacune madornali su quello che è il mondo esterno. Lungo la discesa dal campo base dell’Everest, al riparo da orecchie indiscrete, avevamo già affrontato il discorso e traspariva in lei una sorta di rassegnazione per la distruzione culturale in atto. E’ l’ultima notte che trascorriamo in Tibet; mentre siamo in camera ed osserviamo il via vai dalla finestra ne traiamo le conclusioni: l’invasione cinese del 1950 e la Rivoluzione Culturale hanno lasciato dei segni ma quello che sta distruggendo il Tibet è un altro tipo d’invasione, non più militare ma civile. Centinaia di migliaia di cinesi vengono sovvenzionati per lasciare le loro abitazioni in regioni povere per andare a vivere in questa, mischiandosi forzatamente al tessuto sociale già presente. Anche se le due comunità seguono vie e vite separate succede che una città come Lhasa passi da 50.000 a 640.000 abitanti, cambi nei costumi, diventando trafficata e caotica, perdendo quindi la sua misticità. Il governo sta inoltre operando in maniera anche più subdola, con la tentazione del dio denaro e del benessere. Anziché lasciare languire la regione in uno stato di semipovertà, ha deciso d’investire ingenti somme per la sua modernizzazione. Capita cosi di vedere Lhasa trasformata in un unico, enorme cantiere, i monasteri restaurati se non ricostruiti di  sana pianta. Tutte cose che avevamo già visto nell’Amdo a Labrang e Kumbum, nonché nell’intero Xinjiang. Verrebbe da dire che il nemico in questo caso viene plagiato con l’opulenza ed alla fine dei giovani finiranno per caderci. Al tempo stesso si offre lavoro alle masse di cinesi che vengono invogliate a trasferirsi da queste parti  E’ chiaro che i lavori svolti qui dai cinesi siano quelli di maggior fiducia: dalle forze di polizia alla dirigenza di ogni livello e genere. E’ difficile provare antipatia per chi è stato trasferito qui a migliaia di km di distanza dalla propria terra, in una landa desolata, arida, fredda e scarsa di ossigeno. Sono dei disperati manovrati da un potere onnivoro, pedine di un gioco ben più ampio, che vede come posta in palio i tesori sotterranei del Tibet (gas, petrolio, minerali, ecc.), oltre ad un’estensione che copre quasi un terzo della Cina in un’area geopolitica assai delicata, dove le potenze indiane, russe e musulmane giocano un ruolo rilevante nel scacchiere centroasiatico. Allo stesso modo non si può avere sentimento diverso dal ribrezzo di fronte ai turisti cinesi, sprezzanti dalla cultura locale, arroganti come lo sono ovunque, obesi e provinciali come lo sono tutti gli arricchiti. Gente a cui si è riempito il portafogli in anni recenti ma senza la nobiltà d’animo che contraddistingue i veri signori.

Solo la religione rimane come guida imprescindibile e rappresenta senza dubbio il collante che tiene unito il tessuto tibetano, nonostante gli innumerevoli ostacoli frapposti dal governo. Se riusciranno a mantenere i fondamenti culturali del loro credo è probabile che prima o poi questi tornino utili in un’ottica di libertà. 

In tutti questi giorni di soggiorno in Tibet non abbiamo incontrato molti turisti. E’ probabile che i notevoli ostacoli burocratici creati per limitarne l’ingresso abbiano fatto il loro effetto, in più è una destinazione non ancora molto gettonata dai tour operator che preferiscono mandare le greggi a Pechino e verso le città dove lo shopping prevale sul misticismo

Pernottamento: ZHANGMU - Zhangmu hotel




Day 14 : ven. 3 maggio 2013

Passaggio sul Friendship Bridge e ritorno nell'allegro Nepal. Misto di religioni a Swayambunaht.

Con l’umore di chi si congeda da un sogno che sta per finire, ci apprestiamo a lasciare il Tibet. Consumiamo la colazione nel ristorante dell’hotel, grandi spazi e poca sostanza. Usciamo per incontrare quelli che nel frattempo sono diventati i nostri amici, l’autista e Lapu, la guida. Con loro scambiamo due parole di forma ma sono i silenzi a dominare la scena. Peccato, perché la giornata è particolarmente serena, cosa anomala in questo luogo dove le correnti umide meridionali incontrano quelle più fredde da nord. La vegetazione la dice lunga in materia. Ma neanche questo può bastare a renderci sorridenti. Sono le 8 e scendiamo verso il ponte di confine. Lasciamo loro quanto ci resta di valuta locale, oltre ad una congrua mancia in dollari. Sono le 8.30 ed il confine apre alle 9: abbiamo ancora il tempo per osservare quanto succede intorno a noi in questo luogo distante dal mondo, distante dal tempo. Traffici e politiche a noi invisibili attraversano il ponte in entrambe le direzioni, in un afflato di misteriosità. Dall’altra parte, sul versante nepalese dietro un cancello si assiepa qualche decina di persone, in attesa che il varco venga aperto. Quando questo avviene iniziano a correre verso il banchetto della polizia situato a metà del ponte per acquisire la priorità. Non vendiamo ancora camion, quelli probabilmente sono transitati nella notte in un senso alternato che diversamente non potrebbe essere, l’unica strada di Kodari con il suo traffico di umani, vetture, animali e altri mezzi motorizzati non lo consentirebbe. Del resto non viene concesso ai camion indiani (la grande maggioranza) o nepalesi di passare in Tibet, al massimo possono raggiungere Zhang Mu, lì tutto viene trasbordato su camion e autisti cinesi. Sul lato cinese tutto è tranquillo, i funzionari raggiungono il posto di frontiera per prendere servizio in un palazzo in stile moderno impero cinese, pochi viaggiatori si guardano intorno meravigliati, altri individui del posto attendono nei locali che segnano gli ultimi metri di Tibet. In realtà di Tibet qui rimane ben poco, siamo nel fondo di un vallone periferico persino per questa regione e le architetture e i visi hanno parvenze tipicamente made in China. A pochi metri ci sarebbe la libertà per i tibetani, ma loro non possono raggiungerla. Chi ci prova viene falciato. Non ci siamo mai trovati in un punto simile, un muro di Berlino in versione asiatica delineato in questo caso da un torrente. Sui lati, ripidi versanti ricchi di vegetazione. Da una parte una vita di nobile miseria, dall’altro quella di una nobile oppressione. Nel mezzo, noi, a vivere in una condizione di privilegiati che transitano liberamente da un posto all’altro. Non si percepisce tensione, del resto fra i due Paesi esistono normali relazioni diplomatiche. Certo che tutto è più sotto controllo di quanto riusciamo ad immaginare: sappiamo di guardie cinesi che in borghese si aggirano a Kodari per sorvegliare su quanto accade, cosa impensabile in ogni altro angolo del mondo. Finalmente alle 10h (7,45 h. ora di Kathmandu) si apre il confine e siamo fra i primi ad essere sottoposti ai controlli: prima quello dei permessi, quindi l’ispezione ai bagagli, infine quello dei passaporti. Il tutto si sbriga in pochi minuti, ma noi non abbiamo nulla da temere, mentre Lapu si aggira per tradurre chi siamo ai funzionari. Ad un certo punto ci troviamo fuori ed arriva il momento di salutare la nostra guida con la quale abbiamo condiviso questa settimana. E’ un momento toccante: noi torniamo verso un mondo più prossimo al nostro, lei andrà a recuperare un tedesco a Lhasa per ricominciare un nuovo giro. Con l’autista ci siamo congedati poco prima, lui deve ritornare a Lhasa, mentre lei deve prendere in consegna alcuni clienti per fargli espletare le formalità doganali ad entrare in Tibet, poi troverà un qualche modo per rientrare nella capitale. Ciò almeno quanto ci viene detto, ma in questo Paese di misteri e di cose dette per depistare diventa difficile scindere le parole dai fatti. Resta il fatto che ci troviamo fuori dalla Cina ma ancora sullo stesso versante. Qui veniamo assaliti da facchini che intendono portarci di là le valigie. Rifiutiamo cortesemente fino a quando non leggiamo i nostri nomi su un foglio, appena riconosciuti un manovale del nostro “passatore” ci requisisce i bagagli e con loro attraversiamo il ponte. Il tempo sembra trascorrere al rallentatore, consci del momento che stiamo vivendo camminiamo lentamente ma dobbiamo anche stare dietro ai nostri averi. Vorremmo guardarci intorno ma dobbiamo camminare e scansare i nepalesi che si affrettano ad attraversare, il Friendship Bridge che unisce e nel contempo divide Nepal e Tibet sta sotto di noi e ancora più sotto scende impetuoso il Bhote Kosi. Abbiamo solo il tempo di pensare a quante storie vere passano quotidianamente da qui e ci troviamo a varcare il cancello sul lato nepalese. Qui tutto è diverso e quasi tutto ha la forma confusionaria di un bazaar. E’ un viavai di mezzi lungo una strada che non potrebbe contenerli tutti nemmeno se fosse una piazza d’armi, conciliati solo dalla proverbiale pazienza degli autisti. Ci rechiamo nel punto di frontiera per registrare l’ingresso in Nepal, senza tante formalità dal momento che abbiamo il visto per ingresso multiplo, si tratta solo di apporre la solita marca ed un timbro. Il nostro accompagnatore ci lascia seduti su una panchina sistemata lungo i caseggiati sul lato sinistro: il suo lavoro è terminato, ora verremo presi in consegna da una nuova guida ed un nuovo autista. Dal momento che i due tardano ad arrivare abbiamo tutto il tempo per osservare lo scorrere della vita quotidiana a Kodari (Foto2, Foto3). E’ così che vediamo la scena dei bambini che vanno a scuola, faccendieri che circolano per svolgere i loro loschi affari, camion indiani che scendono suonando per non investire qualcuno, auto che cercano invano parcheggio per qualche minuto in attesa di poter incontrare il gruppo con il quale hanno appuntamento. Ancora una volta sono pochi gli occidentali, quasi nessun cinese, mentre il resto è costituito da nepalesi o indiani (difficile riconoscerli in quanto hanno gli stessi tratti somatici). Con bei tre quarti d’ora di ritardo finalmente arrivano i nostri: scopriremo poi che non si parte mai abbastanza presto con queste strade. Arrivano da Kathmandu ed hanno già una bella esperienza alle spalle. Esperienza che raddoppieranno nel ritorno, questa volta con noi a bordo. Ma non siamo abituati a questo traffico e ogni sorpasso è un momento infinito che può tuttavia finire in un istante, anche tragicamente. La prima impressione di questa parte di Nepal è che il governo non abbia voluto investire nella pavimentazione delle strade, lasciando volutamente lunghi tratti di polveroso sterrato in un’arteria che dovrebbe essere fra le più importanti e trafficate di tutto il Paese, in quanto mette in comunicazione con la Cina. Forse sarà proprio questa la ragione o forse sono le frequenti frane (Foto2) che durante la stagione monsonica precipitano giù in vere e proprie slavine di fango (forse entrambe le cose), resta il fatto che è un vero inferno tanto per chi ci abita che per chi la percorre. E’ praticamente una striscia di polvere ad unica corsia tanto: chi arrivasse per la prima volta in Nepal non distinguerebbe se si guida a destra oppure a sinistra. E’ ovvio che camion e bus vadano lenti ed è altrettanto palese che le auto approfittino di ogni varco per cercare un sorpasso, sovente cieco. Resta ancora da capire come gli incidenti siano relativamente pochi e come gli autisti non finiscano sclerati dopo poco tempo. Scendendo, la strada diventa più percorribile e si può guardare fuori con maggiore speranza, ma non è il caso di farsi illusioni. Dopo qualche decina di km dove sull’altro versante continua il Tibet, la frontiera piega a est e ci troviamo in pieno territorio nepalese, dove il fiume perde il suo carattere torrentizio tanto da aprire dei pianori dove i bambini giocano nell’acqua. Una sosta per vedere gli alveari  (Foto2) in posizione pensile sotto una parete di roccia ed un’altra a bere una bibita in un bar su una splendida posizione lungo il fiume che scende dall’Helambu, per arrivare nella trafficata capitale. La valle di Kathmandu è accogliente e piacevole, la strada serpeggia nel verde tra splendide case ben tenute e coltivazione ordinate, in uno scenario reso mozzafiato dalle vette circostanti. Poco prima di entrare in città, in posizione di protettore in cima ad una collina, vediamo un’enorme statua di Shiva (Foto2) con annesso tempio. Ci spiegano che è lì proprio a protezione della città. A questo punto non resta che superare il perenne imbottigliamento di Kathmandu ed arrivare finalmente in hotel quando è l’una. Pur avendo dovuto attendere l’auto che è venuta a prenderci siamo arrivati presto in virtù delle 2,15 h. di recupero del fuso orario. Abbiamo comunque impiegato tre ore per un percorso di 100 km.

Soddisfatti di essere sopravvissuti all’esperienza, ci ricordiamo di non avere nemmeno pranzato. Allo scopo mangeremo  un paio di barrette ed eccoci di nuovo pronti per uscire a scoprire un nuovo angolo di Kathmandu. Oggi tocca allo Stupa di Swayambunath e alla città satellite di Patan. Il primo è uno splendido esempio di convivenza fra le religioni: sebbene lo stupa sia un simbolo del buddhismo tutt’intorno si trovano sculture hinduiste poiché oggi la maggioranza della popolazione nepalese è seguace di questa religione. Situato alla periferia ovest, si trova su una collina, alla quale si ascende da due scalinate. Dall’ampio piazzale in cima si gode di una splendida vista sulla città e si ha modo di ammirare lo stupa centrale, contornato da templi, statue e una folla di pellegrini intenti a pregare. Il posto non rappresenta un esempio per gli igienisti occidentali ma anche a questo abbiamo ormai fatta l’abitudine. Scendiamo lungo la scalinata occidentale dove incontriamo alcune scimmiette e ci concediamo anche a qualche shopping presso una ragazza che intaglia quadri nella pietra. Ne compriamo uno con la figura delle mani giunte ed il saluto Namasté (saluto il divino che è in te) a dare il benvenuto per chi entra in casa. Saranno anche soltanto dei simboli, ma loro ospitali lo sono davvero. Contrattiamo la tariffa con un tassista per farci portare a Patan e qui iniziamo il giro della cittadina. Non c’è soluzione di continuità con Kathmandu, ma fino a due secoli fa erano città stato in forte concorrenza fra di loro. Una concorrenza anche positiva perché ha postato alla costruzione di un’altra Durbar Square (Foto2, Foto3) simile a quella di Kathmandu e di un’infinità di templi ed edifici caratteristici per conquistare il primato di città più bella. Fortunatamente nulla è andato distrutto ed ora possiamo immergerci in quest’atmosfera urbana che significherebbe un salto indietro di un paio di secoli, non fosse per il traffico che ci riporta subito al presente. Dopo un paio di foto alla piazza ci infiliamo nei vicoli in un percorso guidato proposto dalla LP per meglio capirne lo spirito.

Per le 19 dobbiamo essere in hotel da dove, accompagnati da Prachanda e Gurung (i due della Trekkers’ Society) andremo alla cena di commiato. Il locale non poteva essere scelto meglio, dal momento che al Bhojan Griha si tengono anche spettacoli di danze folkloristiche con splendidi costumi locali. Gustiamo un dahl bhat delizioso, quello vero ci dicono, altri assaggi della cucina nepalese e con i due simpatici ragazzi abbiamo anche modo di scambiare un paio di opinioni e di birre. 

Quando sono ormai le 23 ci congediamo da loro grati della simpatia e dell’ottimo servizio resoci. Era impossibile trovare di meglio, anche volendo essere pignoli, non potremmo trovare neppure un neo nella loro organizzazione. Anche oggi la giornata è stata intensa e stasera non abbiamo difficoltà a prendere sonno. Per la terza notte in due settimane pernottiamo al Kathmandu Eco Hotel.

 

Pernottamento: KATHMANDU - Kathmandu Eco Hotel



Day 15 : sab. 4 maggio 2013

Tempio induista di Pashupatinath e Stupa buddhista di Bodhnath: due religioni, due aspetti della vita, uno spirito comune.

L’ultimo giorno di questo indimenticabile viaggio ci vede visitare un’altra parte di Kathmandu. Poiché, se si eccettua Durbar Square, la capitale non presenta grandi monumenti, avevamo deciso di vederla “a rate” nei ritagli di tempo fra un giro e l’altro. E’ così che oggi dedichiamo la giornata a alla visita del tempio induista di Pashupatinath ed allo stupa buddhista di Bodnath. Dopo aver contrattato il taxi, dal nostro campo base situato a Thamel andiamo direttamente al tempio, che non è propriamente il luogo più adatto dopo la colazione. Pashupatinath in effetti è uno dei luoghi più sacri per gli induisti ed è qui che avviene gran parte delle cremazioni in quanto il fiume Bagmati (un rigagnolo oleoso del quale non si vede il fondo tanto è sporco) viene subito dopo il Gange in quanto a sacralità. L’esterno offre un’apparenza serena, coi venditori di corone di fiori dalle cromaticità molto gradevoli. Con nostra sorpresa ci troviamo a pagare un cifra esorbitante per l’ingresso (ca. 550 Rs) che non consente nemmeno l’accesso al tempio vero e proprio, appannaggio dei credenti della religione induista. Pur essendo appena le prime ore del mattino, vediamo già delle pire che ardono e alcune cerimonie funebri in corso. Chiediamo se si può fotografare e una guida di passaggio ci dice che non c’è alcun problema. Ci risultava che in passato fosse richiesto maggiore rispetto per chi si trova in quel luogo a dare sepoltura ad un congiunto, ma pare che pagando il biglietto si acquisisca anche il diritto a immortalare lo show. Cerchiamo comunque di essere rispettosi, mentre la guida improvvisata ci racconta alcuni aspetti del rituale: il cadavere viene portato in questo luogo con veicoli simili ad ambulanze avvolto in veli colorati di arancione e giallo. Viene quindi di trasferiti a spalle verso una delle piazzole dove nel frattempo è stata preparata la legna. Il rituale prevede che i portatori facciano tre giri intorno alla pira (che per chi se lo può permettere è di sandalo, considerato un legno più nobile) sulla quale ci sono delle sterpaglie, depositino il corpo e lo cospargano di sostanze come se si trattasse di una benedizione. A questo punto c’è un minimo di commemorazione per poi procedere all’accensione della paglia e del corpo iniziando dalla bocca. Il fuoco avvolge fin da subito la salma e ci viene assicurato che la pira riesce a bruciare anche le ossa. E’ così che assistiamo ad una serie di cremazioni, alcune appena iniziate, altre dove ormai non rimane altro che la cenere. Questa verrà poi dispersa nel fiume sacro, per poter dare inizio ad un nuovo giro. Tutto il processo richiede circa 4 ore e vi hanno luogo 50/60 cremazioni al giorno, proprio perché si tratta di un fiume sacro parecchi arrivano dalle città vicine o qualcuno chiede di venire a morire proprio qui. Il Bagmati scorre con la sua tinta petrolio ai piedi delle piazzole, da quel punto in avanti costituirà anche virtualmente la tomba dei cittadini di Kathmandu e non solo. In mezzo al fiume, che più propriamente si può definire un liquame, alcuni bambini cercano di recuperare delle monetine gettate sul fondo, senza ovviamente vederlo. Forse quanto colpisce di più è quella che noi chiameremmo assenza totale d’igiene, ma questo è un fatto culturale che i locali potrebbero tranquillamente opinare. Ci sono una decina di piazzole, quelle davanti al tempio sono tuttavia riservate alla famiglia reale. Così almeno era fino a qualche anno fa; ora, cambiando il regime non sappiamo a chi vengano riservate. Alcune postazioni sono coperte da tettoie, per consentire il rituale anche durante i periodi di maltempo, soprattutto durante i monsoni. Vi si vedono delle scene struggenti, come quella in cui un barbiere taglia sul momento i capelli del figlio maggiore rasandolo a zero. Condizione che dovrà essere tenuta per un mese insieme al vestito bianco, che per questa religione è simbolo di lutto. I sadhu non vengono invece cremati ma interrati, essendo dei sapienti; la stessa cosa avviene anche per i bambini. Il fumo che si alza ha un odore acre in quanto a bruciare non è solo la legna. Intorno a noi per completare il simbolismo induista pascolano vacche, mentre i sadhu peregrinano in cerca di qualcuno che li fotografi in cambio di una mancia, il necessario che consenta loro di sopravvivere. Si riscopre quanto la vita abbia un valore effimero, che sia un mero passaggio, come i mandala buddhisti, creati con la sabbia e destinati a scomparire con una volata di vento. Quanta differenza rispetto allo stile occidentale, dove ogni attimo va colto come se fosse l’ultimo e sfruttato al massimo, qui ogni attimo non è altro che un piccolo segmento di eternità, pertanto trascurabile. Il passaggio dalla vita alla morte è sì un momento triste, ma non significa altro che la reincarnazione e non essere troppo attaccati alla vita comporta una relazione con la morte meno tragica. Con tutti questi pensieri in mente lasciamo alle nostre spalle il fumo di chi è passato ad altra vita che salga verso il cielo e procediamo lungo il parco sulla collina che si allontana dal tempio. Chiediamo nel modo che possiamo indicazione per raggiungere a Bodhnath e riusciamo a percorrere i 1500 mt di tratto urbano senza perderci. Si cambia religione ma lo spirito è sempre lo stesso. Forse il buddhismo ci affascina maggiormente perché ci ispira un istinto mistico o semplicemente perché ci richiama le montagne del Tibet piuttosto che la sua varietà di colori. Purtroppo conosciamo a malapena il minimo indispensabile di queste religioni ed è per noi difficile discernere gli aspetti più intrinsechi. Non escludiamo tuttavia che questa sia un fortuna: l’approccio semplice nei confronti di una religione porta più in prossimità del divino che non una complessa elaborazione teologica. Resta sempre l’aspetto umano di queste popolazioni a farci pensare che un credo sia valido più in virtù della gente che lo pratica che non del suo contrario. Bodhnath ha poi qualcosa di speciale: situata alla periferia est di Kathmandu, dove si trova buona parte della diaspora tibetana fuggita negli ultimi decenni alla repressione cinese, è un’isola di buddhismo tantrico nel mare induista. Vale la pena ricordare che fra i pellegrini si trovano anche molti induisti, nel nome di una convivenza che non sta solo nelle pie intenzioni dei moralisti. L’atmosfera che si respira è sublime, in ogni angolo si ode la melodia di om mani padme hum, che dopo un po’ sembra quasi diventare cantilenante, ma in realtà è l’abbinamento essenziale per la riflessione, ciò che ti trasporta in una dimensione diversa (pur senza fare uso di sostanze stupefacenti) e ti rende i monumenti circostanti ancora più pieni di significato. La cupola semisferica dello stupa dalla quale scendono le strisce colorate a volere rappresentare il fiore di loto, tutta la simbologia che sta sopra di essa, i monaci con le loro classiche tuniche porpora che cantano i mantra nei monasteri, in cui brillano le candele che bruciano burro di yak. Sembra di essere in paradiso e per certi aspetti è proprio così.

Prima di lasciare Bodhnath andiamo a comprare un tangka (dipinto religioso che nel nostro caso raffigura lo stupa disegnato dall’alto). L’occasione è utile per apprendere i rudimenti delle tecniche, nonché i metodi di lavoro. Richiede maestria, pazienza ed un’esperienza incredibili, ma il risultato ha dell’eccezionale in quanto a dettagli.

Con un taxi ritorniamo a Thamel dove ci dedichiamo allo shopping e cose da comprare non mancano anche per gente come noi, poco incline alle attività di questo genere. A parte l’attrezzatura da montagna a prezzi particolarmente convenienti, si trovano molte varietà di tè, spezie, libri e artigianato locale (capi prodotti con lana di yak). Ormai non resta che attendere le 18, quando verranno a prenderci per l’ultimo viaggio verso l’aeroporto (è il terzo in due settimane), non prima di essere omaggiati di un katakh (sciarpa beneaugurante). Nonostante il lieve ritardo, avremmo tutto il tempo, ma riusciamo ancora ad avere un quarto d’ora di brivido quando un ingorgo ci tiene fermi qualche decina di minuti. Le macchine si bloccano reciprocamente in una sorta di domino stradale che fa impazzire il traffico. Per la prima volta vorremmo essere all’aeroporto: tutti che suonano, i vigili che usano il fischietto più per sfogare lo stress che non per dirimere la matassa, un esempio di caos mai visto. Alla fine con la politica dei piccoli passi l’autista riesce ad infilare una serie di vie periferiche sterrate che ci conducono alla strada che porta all’aeroporto. Siamo ancora in tempo ma non c’è molto tempo da perdere. Rifiliamo le rupie rimasteci al coraggioso autista che ha sfidato il traffico, ottenendo da lui l’ultimo, entusiasta Namasté. Per la verità ne riceverò ancora uno dal funzionario di controllo di cui ho parlato all’inizio del racconto.

E a questo punto la grande corsa è proprio finita, non resta che attendere il volo per Doha. Il mondo intorno a noi sembra fermarsi, solo la mente continua a roteare e in un’istante sembra di rivivere le tante, belle scene vissute in queste due intense settimane di viaggio. Come sempre i sentimenti si mescolano: da un lato il piacere che tutto sia andato bene, con il raggiungimento degli obietti dell’Annapurna Base Camp e di quello dell’Everest nel non facile Tibet, dall’altra la nostalgia di lasciare delle popolazioni semplicemente splendide. Questo sentimento ci coglie fin da subito, raramente è capitato di provare nostalgia prima di lasciare un Paese, un’esperienza. Stavolta va proprio così, rientriamo ma dobbiamo promettere a noi stessi che ritorneremo, per potercene fare una ragione. Perché una volta alla vita quotidiana torneremo esternamente ad essere quelli di prima, ma dentro no: perché una parte di noi dimorerà per sempre fra le cime e alla gente dell’Himalaya. Starà a noi tornare di tanto in tanto a trovarla, di tornare a trovare una parte di noi stessi!

 P.S. PUR NON ESSENDO QUESTA LA RAGIONE DEL NOSTRO VIAGGIO E PER CONSEGUENZA DEGLI APPUNTI CHE NE CONSEGUONO, ABBIAMO DOVUTO RENDERCI CONTO DI PERSONA DELL'OPPRESSIONE IN CUI VIVE IL POPOLO TIBETANO. SE QUESTO REPORTAGE SARA' SERVITO A SENSIBILIZZARE QUALCHE ANIMO SULLA CAUSA TIBETANA, L'OBIETTIVO SARA' A QUESTO PUNTO RAGGIUNTO.

IMPRESSIONI SU TRE POPOLI MERAVIGLIOSI:

Carattere nepalese, tibetano e mongolo: i primi sono forse i più latini, più simpatici. Nei secondi cogliamo la difficoltà di affrontare la vita quotidiana, di vincere una natura benigna di paesaggi ma nel contempo ostile nel terreno, nelle temperature e nella quota. La difficoltà di procurarsi i pasti giornalieri mista all’oppressione cinese non possono che renderne il carattere più schivo. La giovialità non manca comunque ad emergere nella voglia di cantare e di essere aperti verso gli altri. I mongoli sono un popolo che vive molto più a nord e deve convivere con una natura addirittura più ostile. Sebbene posseggano un bene fondamentale quale è la libertà, sono costretti ad essere nomadi per poter campare. Da questo deriva un atteggiamento più sobrio, che li unisce ai tibetani nell’espressione religiosa. Forse meno tantrica, quindi anche qui più sobria rispetto alle credenze nelle divinità che costellano l’olimpo tibetano, tanto da far dubitare che questo genere di buddhismo possa essere considerato una religione monoteista. Nepal e Tibet condividono invece le aspre quanto splendide montagne dell’Himalaya. Il versante sud nepalese è più umido, nevoso e verde nella sua parte bassa; quello nord tibetano presenta caratteristiche più aride con l’altopiano che si estende ai loro piedi. Una dimensione unica che i secoli hanno plasmato il modo di essere delle genti. 

LONELY PLANET: 

Non che contenga chissà quale messaggio antirivoluzionario, ma è sufficiente una mezza pagina nella relazione sulla storia del Paese dove si parla chiaramente di occupazione e non di liberazione, a rendere bandita questa pubblicazione. Per la verità e per un ligio dovere di cronaca, si parla anche di come prima del 1950 la popolazione tibetana vivesse in un regime di semischiavitù e che i Lama amministrassero anche il potere temporale, tale per cui la teocrazia costringeva la popolazione alla miseria mentre gli alti gradi religiosi erano in realtà dei latifondisti ai quali tutto era dovuto.