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Sto cercando nella mia mente le parole per iniziare questo report e quella che maggiormente emerge dalle splendide acque di questo viaggio è il termine CONTRASTO. Mai mi era capitato di vivere dei luoghi in cui i contrasti fossero così acuti. Il Vietnam: un Paese impregnato di dottrine religiose e umanistiche pacifiche, che nel corso dell’ultimo secolo, ma anche per gran parte della sua storia, si è trovato di fronte a nemici soverchianti che ha dovuto combattere. E che per giunta ha vinto nonostante gli scarsi mezzi, a costo di indicibili sofferenze e grazie ad una tenacia che non ha pari nel mondo. Un recente passato ed il presente con un comunismo puramente di facciata, che consente speculazioni capitalistiche da far impallidire gli speculatori occidentali, salvo questi ultimi riprendersi poi dal pallore ed abbronzarsi nei resort alla moda lungo le calde spiagge oceaniche. La laboriosità di un popolo che poco o nulla si addice all’ideologia dominante degli ultimi cinquant’anni, dove almeno sulla carta tutti dovrebbero essere uguali. In realtà quello vietnamita è un popolo di mercanti e le ideologie servono solo da collante, fino a quando il benessere ne decreterà il tramonto. E questo sarebbe un bene. E’ auspicabile che resti comunque un barlume dell’insegnamento di Confucio, che tende a saldare la società allo Stato e considerare i membri di una famiglia solidali fra di loro, nel rispetto di ataviche gerarchie. Valori ai quali l’occidente ha ormai abdicato da un paio di generazioni e che lo costringe a vagare nelle nebbie di fronte agli scogli dell’indifferenza, in una Halong sociale senza ritorno.

Entrando in Cambogia i contrasti diventano perfino più acuti. Un popolo che ancora non si è ripreso da un tentato suicidio. Sì, perché il popolo che cerca di uccidere se stesso non va catalogato come genocida, bensì come suicida. E questo è stato la Cambogia dei Khmer Rossi, un’epoca che ha irretito un intero Paese, incapace di riaversi, dopo aver trascinato nelle fosse comuni un terzo della popolazione di allora, svuotato le città nel nome del comunismo più puro; quello in cui tutti avrebbero raggiunto l’uguaglianza. In realtà molti di essi l’hanno raggiunta: la Cambogia è stata trasformata in un enorme cimitero. Non esiste città senza le sue fosse comuni, senza le sue atrocità da ricordare. Non ci sono martiri in un Paese martirizzato esso stesso.

Non mi stanco di ripetere quanto stupore desti l’orgoglio dei vietnamiti, un popolo che da due millenni combatte per ottenere o mantenere l’indipendenza. Non credo che il destino me lo permetterà mai ed in ogni caso cercherei di sfuggirne, ma se in una reincarnazione futura dovessi diventare capo di uno Stato, una cosa che mi guarderei dal fare è certamente di dichiarare guerra al Vietnam nel tentativo di invaderlo. La storia di un’Italia che da quasi altrettanto tempo subisce dominazioni e scorrerie ossequiando di volta in volta l’invasore di turno, ne spiega e giustifica le divisioni interne e la mancanza di coesione del carattere nazionale.

Termino di scrivere queste pagine il 9 di febbraio 2010, quando è ormai trascorso un mese dal nostro arrivo, ma il ricordo e gli insegnamenti di questo viaggio sono destinati a durare nel tempo.


CARATTERISTICHE GENERALI

Mentre la Mongolia, con i suoi paesaggi che sconfinano oltre la linea dell’orizzonte è il chiaro simbolo della libertà, lo stesso non si può dire del Vietnam, compresso com’è da un territorio ristretto e da una popolazione eccessiva. Ovunque brulicano persone e le strade finiscono per essere un unico flusso in perenne movimento che s’interseca con uno stile per noi incomprensibile. Pare non esistano luoghi dove non si possa essere visti, se non nelle remote giungle dell’interno. La calma dei mongoli contro il brulicare dei vietnamiti, la pazienza come loro denominatore comune, insieme alla diffidenza verso la Cina, atavico quanto invadente vicino dei due popoli. La rinascita del buddhismo dopo anni di vero comunismo, ormai sopito, infonde ad entrambi i Paesi una nuova onda di spiritualità e li lega ad un passato remoto da cui trae origine la loro cultura. Questa religione, che resta fondamentalmente una grande filosofia di vita, potrebbe essere il mezzo utile per consentire uno sviluppo regolato. Ma è ancora presto per dirlo e i segnali preoccupanti non mancano. I Paesi loro vicini non sono certo di buon esempio. Dalla religione emerge anche un rigore morale, con i limiti della contestualizzazione temporale. Il Vietnam ha scelto una via fatta di pragmatismo. Nominalmente è una Repubblica Socialista e l’unico partito ammesso è quello comunista. Per non dimenticarlo campeggia ovunque il volto affusolato di Ho Chi Minh con qualche messaggio politico scritto in giallo su sfondo rosso, i tazebao completano l’opera. In realtà il sistema è di stampo capitalista con un tasso di sviluppo e redditività sconosciuti altrove. La laboriosità è una componente importante, la mancanza di diritti fa il resto per mantenere la quiete sociale. Di fronte al mondo e ad un certo modo di vedere le cose resta tuttavia un regime di sinistra che mantiene in condizioni di equità il suo popolo. Un sistema che ha già avuto successo in Cina e che qui viene rivisto in una versione locale. Chi lavora in aziende private non conosce festività, mentre i cantieri lavorano su 24 ore con una scarsa illuminazione notturna e conseguenti rischi. Discorso diverso vale per la Cambogia. Una pacificazione che non ha ancora compiuto il suo decimo anniversario ed un popolo diverso la rendono imparagonabile al suo vicino. Difficilmente un genitore vietnamita manderebbe i propri figli in strada a mendicare; l’orgoglio glielo impedirebbe. Anche la povertà conosce i suoi principi ed i suoi limiti, cose che invece non sembrano esistere nella contraddittoria Cambogia. Va considerato che il popolo cambogiano è forse quello che ha subito le peggiori angherie dalla fine della seconda guerra mondiale, forse addirittura peggio di questa. Nessuno ha sofferto come loro nelle guerre civili che hanno precorso e seguito l’epoca di puro terrore dei khmer rossi. E’ ancora trascorso poco tempo per permettere alle ferite di rimarginarsi permettendo così all’attualità di trasformarsi in storia. Lo Stato altro non è che un’accozzaglia di interessi ora convergenti ora conflittualmente divergenti. L’esempio della politica cambogiana è rappresentato dall’ex re Sihanouk, un Talleyrand in versione tirannica, capace di allearsi con tutti i suoi nemici e di cambiamenti politici impensabili pur di conservare il potere e l’impunità. Cosa che gli è riuscita perfettamente ed insieme a lui anche agli ex capi dei khmer rossi. Gli unici valori presenti di fronte ad una popolazione che muore di stenti sembrano essere solo potere e denaro. Non che altrove i governi siano animati da altre passioni, ma qui stride particolarmente e le Urla del Silenzio (dal titolo di un noto film ambientato proprio in Cambogia) si levano più alte. Qualcuno rinomina Phnom Penh come Lexus City, per via degli sfavillanti suv che percorrono la città, mentre ragazzini ai quali le mine hanno sradicato gambe e speranze strisciano lungo i marciapiedi come rettili. Due milioni e mezzo di turisti affollano Angkor ogni anno e ben 10 hotel a 5 stelle sono pronti ad accogliere i signori che abbinano la cultura khmer alle splendide spiagge thailandesi. E’ un turismo di un certo livello quello che visita i siti angkoriani. Dame in abito da sera sfilano nei ristoranti alla moda di Siem Reap, in questo angolo di terzo mondo la cui gente ha avuto solo la triste sfortuna di nascere nel luogo sbagliato. Una notte nel miglior hotel si Siem Reap costa 2000$ mentre la media dei disgraziati che vivono nelle piaghe melmose del Lago Tonle riesce a malapena a racimolare l’equivalente di 500$ all’anno. I conti sono presto fatti: 4 anni di lavoro per pagarsi una notte in hotel! Lo stridente contrasto è più che evidente e in anni trascorsi ha giustificato teoremi liberticidi fino ad arrivare alla follia dei khmer rossi. Vedere Angkor non significa vedere la Cambogia, le differenze restano in tutta la loro evidenza e la loro ingiustizia. Anche in Vietnam, come nel resto del mondo, ci sono classi differenti e forse è persino giusto che sia così, ma qui risulta proprio oltraggioso, tanto da parte dei turisti che degli indigeni arricchiti. I ricchi proventi derivanti dal nuovo impero economico angkoriano vedono il loro terminale nelle tasche di pochi, la corruzione è dilagante e solo il 10% degli introiti finisce per cause di mantenimento dei siti archeologici. Il resto viene ripartito fra i signorotti locali. Non sarà molto diversa la fine che fanno i fondi per la solidarietà alle popolazioni indigenti. La ricchezza che si vede non può essere sottratta ai poveri dacché non ne hanno. E le entrate sono quelle, finendo per essere un insulto alla propria storia ed alla solidarietà universale. Forse questo status altro non è che l’anarchia sociale di un Paese che non trova identità nel passato imperiale e deve riprendersi da un’epoca di conflittualità che non ha precedenti nel pur ricco catalogo delle nefandezze umane. Va comunque osservata la minor laboriosità della gente cambogiana, che si nota appena passato il confine. I prossimi anni ci diranno se sono i geni a rendere passiva la gente. Di certo lo è stato un passato che non riesce a passare. E questo vale tanto per i governanti che per i governati.