Day 17 : 09 – 01 – 109

 Fra le campagne a ovest del Tonle Sap e la capitale, dove angoscia e vizio confluiscono.

 Alle 8 lasciamo Siem Reap a bordo di un’auto condotta da un autista il cui modo di guidare ci fa apprezzare quanto sia bella la vita, soprattutto se non hai ragioni fondate che possa terminare di lì a poco. E’ proprio vero che certi valori si apprezzano in particolare quando non li si ha o li si sta per perdere. Lo scarso traffico veicolistico e le strade diritte sembrano autorizzarlo a correre alla disperata lungo la strada che porta a Sisophon. E’ un paesaggio di risaie in secca, pianeggiante e per certi aspetti anche monotono. Di tanto in tanto si attraversano dei villaggi lungo i quali si svolge una vita sonnolenta, con motociclette che scarrozzano ogni genere di prodotti (dai maiali vivi dentro le ceste alle anatre uccise appese su un asta, 4 per lato dietro il mezzo). Il quieto vivere viene turbato solo dalla nostra vettura che chiede precedenza a suon di clacson e l’ottiene con la forza. Oltre al pericolo che lo scriteriato conducente si ostina a non capire, perdiamo anche delle ottime opportunità fotografiche. Lasciamo la NH6 che corre verso ovest al confine thailandese e svoltiamo verso sud sulla NH5 in direzione di Battambang. E’ la seconda città del Paese, situata in una fertile piana, dove il turismo non è ancora arrivato. Ci fermiamo per una mezz’ora onde consentire al nostro autista di recuperare le energie spese con la colazione e fare il pieno di GPL. E questa sarà un’esperienza interessante: su una piazza affollata di ogni rappresentanza del genere umano si trova una pensilina sotto la quale chi conosce sa che si vende carburante, non c’è nessun cartello. Dopo aver inserito il tubo nel serbatoio, la benzinaia accende il motore elettrico e il gas incomincia a defluire. Un rigurgito fa poi uscire del GPL che, oltre a disinfettare le nostre valige, diffonde un odore nell’aria. Fortunatamente non esplode nulla. Riprendiamo la strada e quindi la corsa su una strada anche bella, pur restando i 120 km/orari una velocità eccessiva. Vediamo correre su un fianco la ferrovia del treno di bambù, a binario unico, dove quando due carri s’incontrano si smonta il meno carico e lo si ricompone in seguito. Il paesaggio di risaie diventa più verde ma rimane poco attraente dal punto di vista turistico. Attraversiamo altre cittadine, quali Pursat, Kompong Chhnang e Oudong. Prima di Hudong vediamo lungo la strada un centro per lo sminamento, con i mezzi speciali parcheggiati, a riprova di quanto questo sia un problema ancora molto contingente in Cambogia. Anche lungo questo percorso incontriamo molta gente stesa sulle amache e bambini in giro a mendicare. Una situazione di povertà senza orgoglio e non possiamo non fare un parallelo con quanto abbiamo visto in Vietnam. Alle 14,30, dopo una corsa lunga 6 ½ ore e 600 km, raggiungiamo finalmente la capitale cambogiana senza nemmeno aver fatto pranzo. Per oggi basteranno le opulente libagioni dei giorni scorsi. Andiamo all’hotel Blue River, in posizione decentrata e pertanto scomoda dal centro, ma con il balcone della camera che si apre nientemeno che sul Mekong. Cosa volevamo di più per chiudere queste vacanze. Ci congediamo dall’autista e ringraziamo per essere ancora vivi e vegeti. Per 15$ prenotiamo subito un tuk tuk per il pomeriggio ed iniziamo ad esplorare Phnom Penh per conto nostro. L’appuntamento con la guida è solo per domattina. PHNOM PENH (a 291 km da Battanbang) è situata nel punto d’incontro dei fiumi Mekong, Bassac e Tonle Sap. Deve il suo nome alla composizione della parola khmer “Phnom” che significa collina e del nome della donna Penh che nel 1372 la fondò. Capitale della Cambogia sin dal XV sec., dopo l’abbandono di Angkor.

 Ci rechiamo a vedere subito il Museo Tuol Sleng, liceo che fu sede della polizia politica sotto il regime di Pol Pot. C’è da restare allibiti di fronte alle atrocità commesse in quel luogo. Venne trasformato in centro di tortura. Nelle classi sono state costruite minuscole celle dove i carcerati potevano a malapena stare coricati tra una tortura e l’altra. E’ invece deprimente lo stato in cui il museo viene conservato. Se ne ricava l’idea che tutto sia stato fatto per rispettare il politically correct e poi venga lasciato in stato d’abbandono. E’ proprio abbandono la parola che meglio esprime questa situazione di trascuratezza nel curare un museo che invece dovrebbe mantenere alta la memoria dei tragici fatti accaduti. Rappresenta inoltre un biglietto da visita per gli stranieri, in quanto è fra i musei più visitati. Quindi un’occasione persa per dare un segno di discontinuità col passato. Sembra che si sia voluto dire: va fatto, ma se poi un quadro cade viene lasciato per terra con la didascalia nella sua posizione.

 Cambiando completamente tono andiamo a vedere il tramonto sul Mekong (Foto 2, Foto 3) Con un battello facciamo il giro di un’ora sul fiume, il che ci consente di vedere la palla di fuoco scendere lentamente dietro la città ed illuminare dei suoi colori caldi l’acqua del grande fiume. Rientriamo per cena dove gustiamo un amok, che abbiamo già provato la sera precedente a Siem Ream. Si tratta di pesce con una salsa molto gustosa. Passeggiata in centro, dove fa caldo ma si resiste. Temperature comunque degne delle nostre più belle giornate estive. Riprendiamo il nostro tuk tuk che ci aspetta e rientriamo in hotel per l’ultima notte.

 

 Phnom Penh - (Hotel Blue River)