Day 18 : 10 – 01 – 109

Phnom Penh: contrasti dell'Indocina, fra Lexus e storpiati dalle mine

 Rispetto ad Hanoi, Phnom Penh dà l’idea di essere una città più moderna, anche se i mendicanti presenti un pò ovunque non le fanno certo onore. Si intuisce però che vi sia molta più ingiustizia sociale e sfruttamento. Purtroppo anche i mutilati sono molti e cercano ogni mezzo per ottenere qualcosa di cui vivere. Si ha come l’impressione che lo Stato non esistesse, differentemente che in Vietnam. Quello che esiste è stato creato da Paesi stranieri, a titolo di aiuti umanitari, di filantorpia o di interessi commerciali.

 L’ultimo giorno lo dedichiamo alla visita di Phnom Penh. Andiamo subito a vedere i Campi di sterminio di Choeung EK. Dopo essere stati torturati al Tuol Sleng, i prigionieri venivano portati qui per essere uccisi. Molti altri venivano portati qui direttamente e finiti con i sistemi più brutali. E’ un luogo che ispira angoscia ed il fatto che non sia ancora attrezzato come un vero e proprio museo infonde maggior aderenza alla realtà di quanto sia accaduto. E’ infatti allucinante camminare sul bordo delle fosse comuni i cui cadaveri non sono stati recuperati. Vedere ossa che escono dalla terra, brandelli di vestiti ed immaginare che lì sotto si trovano più di 17.000 persone. E che questo è solo il luogo di esecuzione relativo a Phnom Penh, altri come questo se ne trovano sparsi ovunque in Cambogia.

 Rientriamo in città (qui eravamo a 13 km dal centro) per un interessante giro al Psar Tuol Tom Pong (mercato Russo) e proseguire nel primo pomeriggio verso il Wat Phnom, piccolo tempio situato su una collina artificiale che da il nome alla città. Vennero rinvenute quattro statue di Buddha. Particolarmente popolare presso i fedeli che vogliono vedere esauditi i propri desideri. Da qui si va a Palazzo Reale, costruito nel 1866 e ancora oggi residenza del re, con la Sala del Trono, in cui il Sovrano concede le sue udienze. All’interno del complesso si trova la Pagoda d’Argento (contigua al Palazzo Reale), così chiamata per il pavimento ricoperto da più di 5.000 mattonelle di questo nobile metallo. Ancora un giro al Mercato Psar Thmei dove ammiriamo senza gustare piatti contenenti ragni fritti e rientriamo in centro per un massaggio e la conseguente cena. Dopo diciotto giorni di fatiche senza sosta ci concediamo finalmente un po’ di relax prima delle 24 ore di voli che ci attendono. L’aeroporto di Phnom Penh è piccolo, tranquillo, per nulla simile a quello di altre capitali del sud est asiatico. Una sorpresa negativa l’abbiamo al momento di partire, quando ci vengono richiesti 25$ a testa come tassa per partire. Un vero furto legalizzato che ci offre ulteriori certezze su come questo Paese sia una farsa, e quel che è più grave lo è al cospetto di milioni di persone che muoiono di fame. Versiamo il nostro contributo ai satrapi locali perché si possano comprare un nuovo suv della Lexus e ci avviamo alle partenze. L’arrivo a Seoul ci ripiomba con qualche ora d’anticipo alla nostra realtà. Arriviamo alle 6.30 del mattino, quando fuori ci sono -8° e gli operatori aeroportuali sono intenti a ripulire le piste dalla neve. L’inverno è venuto a prenderci fin qui e ci riporta a casa.