Day 4 : 27 – 12 - 099

Minoranze etniche fra le colline coltivate a riso: fra retrogradezza, tradizione e orgoglio

E’ domenica e ne approfittiamo per un giro al mercato nelle viuzze di Sapa. Alle 9,30 partiamo per un percorso a piedi di 5,5 km. per visitare il villaggio di Cat Cat, abitato dalla tribù H’mong. Sono circa venti capanne disseminate lungo uno splendido paesaggio di risaie a terrazza. Scendiamo fino ad attraversare un ruscello nel quale si gettano le splendide cacate Cat. Si risale evitando i vari taxisti che offrono un passaggio in salita con le moto ed andiamo in n ristorante per il pranzo. Vediamo anche delle piante che vengono coltivate per dare il tipico colore nero agli abiti tradizionali ‘Hmong. La preparazione del materiale per la tintura richiede un processo che dura circa una settimana. Nel pomeriggio scendiamo a Lao Chai, incontriamo alcune signore di etnia ‘Hmong Neri di ritorno dal mercato di Sapa, con le quali ci intratteniamo lungo il nostro tragitto. Non riusciamo a comunicare con le signore, ma una bambina di 10 anni riesce a parlare un buon inglese imparato abbordando i turisti stranieri nel tentativo di vendere loro qualcosa. Possiede un vocabolario essenziale ma efficace, reso ancora più particolare dal fatto che a parlarlo è una bambina residente in una zona remota del sud est asiatico. Arriviamo a Ta Van, abitato dalle minoranze etniche Dzay a ca. 3 km di distanza. Riconosciamo questa etnia dagli inconfondibili vestiti rosa e verde a tinte molto vive. Anche le costruzioni sono diverse, mentre ci colpisce la casa una famiglia la cui principale attività è la costruzione di sculture in pietrai. Ci spiegano che non riescono però ad avere sbocchi commerciali, così che molti manufatti giacciono invenduti. Il tutto in uno splendido paesaggio di risaie a terrazzo, alcune delle quali allagate. Si tratta comunque di una zona assai secca, tant’è che si riesce a fare solo un raccolto all’anno.

Popolazione e istruzione: i figli delle popolazioni che rappresentano le minoranze etniche frequentano normalmente solo le scuole primarie. Esistono degli edifici nei quali si radunano tutti i ragazzi dei paesi vicini e le maestre si spostano dove necessario, trascorrendo sul posto tutta la settimana lavorativa. Dopo i primi anni di scuola i ragazzi dovrebbero spostarsi per frequentare altre scuole, ma a questo punto il lavoro incombe e la necessità di braccia nelle campagne impedisce loro di proseguire negli studi. La bassa scolarità favorisce un’ignoranza assai diffusa impregnata di ataviche credenze. Il che porta ad esempio a trascurare le cure mediche, normalmente demandate a qualche saggio, il quale limita la terapia a cure sommarie con le erbe, condite da tanto misticismo. Questo fa sì che la mortalità infantile sia ancora molto alta, circa il 3%. Alle cure ospedaliere si ricorre solo in casi estremi e sovente quando è ormai troppo tardi. In passato c’è stata una politica tendente a far diminuire le nascite, conseguente al periodo di relativa prosperità del dopoguerra. Esistevano dei forti disincentivi fiscali, fino ad arrivare a vere e proprie sanzioni. Attualmente si cerca limitare le nascite a non oltre due figli e sembra ottenere un discreto effetto, poiché ci informano che la media è solo di 1,4 figli a testa. Ci sembra un dato molto basso, soprattutto in relazione alla miriade di bambini che si vedono scorrazzare per le strade. Negli ultimi anni si è assistito ad una forte inurbazione delle popolazioni di campagna. Gli stessi montagnard (appellativo con cui vengono definite le popolazioni delle minoranze etniche) vedono nella città un’occasione di guadagni più facili rispetto alla dura vita che li costringe a lavorare le terre dell’interno. Questo si trasforma in grossi problemi urbanistici e sociali, soprattutto per Saigon ed Hanoi. Inoltre comporta anche rischi a livello economico: la vita in città è soprattutto legata al commercio minuto, mentre chi vive nelle campagne difficilmente rischia la carestia sebbene sia costretto ad un lavoro molto più duro che nel breve termine può apparire meno remunerativo. Sembra che questa situazione sia destinata a peggiorare ulteriormente nei prossimi anni, tant’è che gli affitti ed il costo dei terreni nelle due maggiori città ha raggiunto livelli stratosferici.

Le distruzioni causate dall guerre e il relativo benessere degli ultimi anni hanno fatto sì che la popolazione aumentasse, mentre la generazione di mezzo è stata decimata dalla guerra. Ne nasce come conseguenza un popolo giovane ed un occupazione che inizia fin da ragazzini, come camerieri o altri lavori leggeri. Non abbiamo visto ragazzini addetti lavori pesanti, è anche vero che se c’è sfruttamento questo non avviene di fronte a tutti. Resta tutto da discutere se iniziare i ragazzi ad una cultura lavorativa fin da giovani sia poi tanto male come si vuole da noi. Quel che ne deriva è un popolo che magari non vanta una densità molto alta di intellettuali, ma che può invece contare su generazioni di persone che conoscono uno o più mestieri. In sede di valutazione per il matrimonio, la futura sposa viene molto valutata sul merito dei lavori pratici che sa fare, trascurando le nozioni culturali. Questa è un’altra ragione che spiega la necessità di iniziare a lavorare presto.

Il Vietnam è diventato il secondo produttore mondiale di caffè del tipo “robusta”, mentre la produzione di qualità “arabica” è insignificante. Mentre un tempo il caffè veniva prodotto quasi esclusivamente per esigenze interne, attualmente è diventato uno dei maggiori prodotti esportati grazie a forti investimenti governativi in aree che altrimenti avrebbero sofferto di grande depressione

Minoranze etniche: i Thay vivono soprattutto nelle zone meno elevate dove coltivano tè e frutta e abitano in graziose case su palafitte. Tzao e ‘Hmong sono invece stanziati su brulli altipiani sopra i 1100 mt. Il prodotto più redditizio delle minoranze è l’oppio, che non incontra il favore del governo vietnamita. Gli Dzao, coltivatori di frutta, allevatori di bestiame e tessitori di stoffe vivaci e bellissime; privi di una lingua scritta, tramandano oralmente da generazioni il loro patrimonio culturale.

Verso le 17,30 siamo di ritorno a Lao Cai, passeggiata in una zona assai squallida, cena in un ristorante del quale apprezziamo la cucina e ci imbarchiamo sul treno per un’altra notte stipati nelle cuccette fatte a dimensione dei vietnamiti. Partenza alle 20,15 dopo aver dribblato una serie di venditori insistenti, fra quelli che ti chiedono cinque volte di fila se gradisci farti lucidare le scarpe (mai che uno avesse un ripensamento repentino), venditori di artigianato e di quant’altro possa loro apportare qualche Dong.

 

Treno Lao Cai - Hanoi - (ET Pumkin)