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Sto cercando nella mia mente le parole per iniziare questo report e quella che maggiormente emerge dalle splendide acque di questo viaggio è il termine CONTRASTO. Mai mi era capitato di vivere dei luoghi in cui i contrasti fossero così acuti. Il Vietnam: un Paese impregnato di dottrine religiose e umanistiche pacifiche, che nel corso dell’ultimo secolo, ma anche per gran parte della sua storia, si è trovato di fronte a nemici soverchianti che ha dovuto combattere. E che per giunta ha vinto nonostante gli scarsi mezzi, a costo di indicibili sofferenze e grazie ad una tenacia che non ha pari nel mondo. Un recente passato ed il presente con un comunismo puramente di facciata, che consente speculazioni capitalistiche da far impallidire gli speculatori occidentali, salvo questi ultimi riprendersi poi dal pallore ed abbronzarsi nei resort alla moda lungo le calde spiagge oceaniche. La laboriosità di un popolo che poco o nulla si addice all’ideologia dominante degli ultimi cinquant’anni, dove almeno sulla carta tutti dovrebbero essere uguali. In realtà quello vietnamita è un popolo di mercanti e le ideologie servono solo da collante, fino a quando il benessere ne decreterà il tramonto. E questo sarebbe un bene. E’ auspicabile che resti comunque un barlume dell’insegnamento di Confucio, che tende a saldare la società allo Stato e considerare i membri di una famiglia solidali fra di loro, nel rispetto di ataviche gerarchie. Valori ai quali l’occidente ha ormai abdicato da un paio di generazioni e che lo costringe a vagare nelle nebbie di fronte agli scogli dell’indifferenza, in una Halong sociale senza ritorno.

Entrando in Cambogia i contrasti diventano perfino più acuti. Un popolo che ancora non si è ripreso da un tentato suicidio. Sì, perché il popolo che cerca di uccidere se stesso non va catalogato come genocida, bensì come suicida. E questo è stato la Cambogia dei Khmer Rossi, un’epoca che ha irretito un intero Paese, incapace di riaversi, dopo aver trascinato nelle fosse comuni un terzo della popolazione di allora, svuotato le città nel nome del comunismo più puro; quello in cui tutti avrebbero raggiunto l’uguaglianza. In realtà molti di essi l’hanno raggiunta: la Cambogia è stata trasformata in un enorme cimitero. Non esiste città senza le sue fosse comuni, senza le sue atrocità da ricordare. Non ci sono martiri in un Paese martirizzato esso stesso.

Non mi stanco di ripetere quanto stupore desti l’orgoglio dei vietnamiti, un popolo che da due millenni combatte per ottenere o mantenere l’indipendenza. Non credo che il destino me lo permetterà mai ed in ogni caso cercherei di sfuggirne, ma se in una reincarnazione futura dovessi diventare capo di uno Stato, una cosa che mi guarderei dal fare è certamente di dichiarare guerra al Vietnam nel tentativo di invaderlo. La storia di un’Italia che da quasi altrettanto tempo subisce dominazioni e scorrerie ossequiando di volta in volta l’invasore di turno, ne spiega e giustifica le divisioni interne e la mancanza di coesione del carattere nazionale.

Termino di scrivere queste pagine il 9 di febbraio 2010, quando è ormai trascorso un mese dal nostro arrivo, ma il ricordo e gli insegnamenti di questo viaggio sono destinati a durare nel tempo.


CARATTERISTICHE GENERALI

Mentre la Mongolia, con i suoi paesaggi che sconfinano oltre la linea dell’orizzonte è il chiaro simbolo della libertà, lo stesso non si può dire del Vietnam, compresso com’è da un territorio ristretto e da una popolazione eccessiva. Ovunque brulicano persone e le strade finiscono per essere un unico flusso in perenne movimento che s’interseca con uno stile per noi incomprensibile. Pare non esistano luoghi dove non si possa essere visti, se non nelle remote giungle dell’interno. La calma dei mongoli contro il brulicare dei vietnamiti, la pazienza come loro denominatore comune, insieme alla diffidenza verso la Cina, atavico quanto invadente vicino dei due popoli. La rinascita del buddhismo dopo anni di vero comunismo, ormai sopito, infonde ad entrambi i Paesi una nuova onda di spiritualità e li lega ad un passato remoto da cui trae origine la loro cultura. Questa religione, che resta fondamentalmente una grande filosofia di vita, potrebbe essere il mezzo utile per consentire uno sviluppo regolato. Ma è ancora presto per dirlo e i segnali preoccupanti non mancano. I Paesi loro vicini non sono certo di buon esempio. Dalla religione emerge anche un rigore morale, con i limiti della contestualizzazione temporale. Il Vietnam ha scelto una via fatta di pragmatismo. Nominalmente è una Repubblica Socialista e l’unico partito ammesso è quello comunista. Per non dimenticarlo campeggia ovunque il volto affusolato di Ho Chi Minh con qualche messaggio politico scritto in giallo su sfondo rosso, i tazebao completano l’opera. In realtà il sistema è di stampo capitalista con un tasso di sviluppo e redditività sconosciuti altrove. La laboriosità è una componente importante, la mancanza di diritti fa il resto per mantenere la quiete sociale. Di fronte al mondo e ad un certo modo di vedere le cose resta tuttavia un regime di sinistra che mantiene in condizioni di equità il suo popolo. Un sistema che ha già avuto successo in Cina e che qui viene rivisto in una versione locale. Chi lavora in aziende private non conosce festività, mentre i cantieri lavorano su 24 ore con una scarsa illuminazione notturna e conseguenti rischi. Discorso diverso vale per la Cambogia. Una pacificazione che non ha ancora compiuto il suo decimo anniversario ed un popolo diverso la rendono imparagonabile al suo vicino. Difficilmente un genitore vietnamita manderebbe i propri figli in strada a mendicare; l’orgoglio glielo impedirebbe. Anche la povertà conosce i suoi principi ed i suoi limiti, cose che invece non sembrano esistere nella contraddittoria Cambogia. Va considerato che il popolo cambogiano è forse quello che ha subito le peggiori angherie dalla fine della seconda guerra mondiale, forse addirittura peggio di questa. Nessuno ha sofferto come loro nelle guerre civili che hanno precorso e seguito l’epoca di puro terrore dei khmer rossi. E’ ancora trascorso poco tempo per permettere alle ferite di rimarginarsi permettendo così all’attualità di trasformarsi in storia. Lo Stato altro non è che un’accozzaglia di interessi ora convergenti ora conflittualmente divergenti. L’esempio della politica cambogiana è rappresentato dall’ex re Sihanouk, un Talleyrand in versione tirannica, capace di allearsi con tutti i suoi nemici e di cambiamenti politici impensabili pur di conservare il potere e l’impunità. Cosa che gli è riuscita perfettamente ed insieme a lui anche agli ex capi dei khmer rossi. Gli unici valori presenti di fronte ad una popolazione che muore di stenti sembrano essere solo potere e denaro. Non che altrove i governi siano animati da altre passioni, ma qui stride particolarmente e le Urla del Silenzio (dal titolo di un noto film ambientato proprio in Cambogia) si levano più alte. Qualcuno rinomina Phnom Penh come Lexus City, per via degli sfavillanti suv che percorrono la città, mentre ragazzini ai quali le mine hanno sradicato gambe e speranze strisciano lungo i marciapiedi come rettili. Due milioni e mezzo di turisti affollano Angkor ogni anno e ben 10 hotel a 5 stelle sono pronti ad accogliere i signori che abbinano la cultura khmer alle splendide spiagge thailandesi. E’ un turismo di un certo livello quello che visita i siti angkoriani. Dame in abito da sera sfilano nei ristoranti alla moda di Siem Reap, in questo angolo di terzo mondo la cui gente ha avuto solo la triste sfortuna di nascere nel luogo sbagliato. Una notte nel miglior hotel si Siem Reap costa 2000$ mentre la media dei disgraziati che vivono nelle piaghe melmose del Lago Tonle riesce a malapena a racimolare l’equivalente di 500$ all’anno. I conti sono presto fatti: 4 anni di lavoro per pagarsi una notte in hotel! Lo stridente contrasto è più che evidente e in anni trascorsi ha giustificato teoremi liberticidi fino ad arrivare alla follia dei khmer rossi. Vedere Angkor non significa vedere la Cambogia, le differenze restano in tutta la loro evidenza e la loro ingiustizia. Anche in Vietnam, come nel resto del mondo, ci sono classi differenti e forse è persino giusto che sia così, ma qui risulta proprio oltraggioso, tanto da parte dei turisti che degli indigeni arricchiti. I ricchi proventi derivanti dal nuovo impero economico angkoriano vedono il loro terminale nelle tasche di pochi, la corruzione è dilagante e solo il 10% degli introiti finisce per cause di mantenimento dei siti archeologici. Il resto viene ripartito fra i signorotti locali. Non sarà molto diversa la fine che fanno i fondi per la solidarietà alle popolazioni indigenti. La ricchezza che si vede non può essere sottratta ai poveri dacché non ne hanno. E le entrate sono quelle, finendo per essere un insulto alla propria storia ed alla solidarietà universale. Forse questo status altro non è che l’anarchia sociale di un Paese che non trova identità nel passato imperiale e deve riprendersi da un’epoca di conflittualità che non ha precedenti nel pur ricco catalogo delle nefandezze umane. Va comunque osservata la minor laboriosità della gente cambogiana, che si nota appena passato il confine. I prossimi anni ci diranno se sono i geni a rendere passiva la gente. Di certo lo è stato un passato che non riesce a passare. E questo vale tanto per i governanti che per i governati.



 

Day 1 : 23 / 24 – 12 - 099

Notte di Natale ad Hanoi: passato e presente s'incontrano

Non che pretendessimo di salire su un aereo destinato in Vietnam e rivivere le emozioni di chi ci andava negli anni caldi. Per la verità non ci tenevamo nemmeno molto. Ma imbarcarci su volo da Seul e sentire in sottofondo le musiche natalizie, questo proprio non ce l’aspettavamo. Del resto mancano poche ore a Natale e lo stesso aeroporto di Seoul è decorato a festa come non potrebbe essere lo stesso luogo in un Paese occidentale. Raggiungiamo Hanoi in 5 ore scarse di volo. Nonostante la neve presente a Torino, siamo riusciti a non perdere aerei, seppure con il brivido di lasciare il nostro aeroporto con quasi due ore di ritardo. A sua volta l’aereo da Roma è partito con quasi un’ora e mezza di ritardo, ma siamo arrivati ben in tempo per la coincidenza che ci avrebbe portati ad Hanoi. All’arrivo nella capitale vietnamita facciamo subito conoscenza con la nostra guida, Hn. Espletiamo le formalità per il visto direttamente in aeroporto, a cui segue un controllo doganale poco invasivo. Ci mettiamo finalmente in strada in una Hanoi che a modo suo si appresta a festeggiare il Natale. Essendo un Paese buddhista e formalmente comunista non sono previsti festeggiamenti ufficiali, ma ci sono molte decorazioni che tanto piacciono agli orientali ed è un’occasione per i giovani di scendere in strada e scorrazzare con gli scooter nelle vie del centro. Scopriremo comunque nei giorni a seguire che la moda del motorino è comune a tutti i vietnamiti e vale per ogni giorno dell’anno. E’ una festa che si sente soprattutto per copiare il mondo occidentale, ma domani resta comunque un giorno lavorativo per tutti. L’autista propone subito una guida da tenerci ben svegli, in mezzo ad un traffico che definire caotico è ancora poco. Infatti si sa che in Asia ci sono diversi sistemi di guida: in Cina sul lato sinistro, in Giappone e India a destra. In Vietnam capiamo fin dalle prime battute che si guida dove capita. La regola non scritta è che sulle superstrade si resti nella corsia di sorpasso e si resti indifferenti alle luci o colpi di clacson di chi sta dietro, il quale provoca sì frastuono ma non si arrabbia come avverrebbe sulle nostre strade. A mezzanotte il centro cittadino brulica di giovani sui loro scooter con almeno due, se non tre o più persone sopra. Arriviamo sani e salvi in hotel e per oggi può bastare così. L’hotel è ben posizionato rispetto al centro anche se non molto tranquillo, le stanze sono in stile coloniale.

Hanoi - (Hng Ngc 1)

 



Day 2 : 25 – 12 - 099

Hanoi: austera città del nord. Attiva e laboriosa, ma sotto l'occhio vigile dello Zio Ho

La sveglia suona alle 7,30 ed un’ora dopo abbiamo appuntamento con Hn. Parte così l’avventura iniziando dalla visita di HANOI. Capitale del Vietnam, in vietnamita significa “al di qua del fiume” ed è adagiata lungo le sponde del Fiume Rosso con verdi giardini e belle pagode.Grazie ad un sonno profondo abbiamo assorbito bene le 6 ore di fuso orario, saliamo in auto e in mezzo ad un traffico infernale lasciamo la zona centrale dove si trova il nostro hotel in direzione nord per la Pagoda Tran Quoc, la più antica di Hanoi, che sorge sul West Lake . Intanto iniziamo a conoscere la differenza tra una pagoda ed un tempio: la prima presenta sempre delle statue di Buddha ed è sempre dedicata a questo Dio, pertanto si tratta di professione della fede buddhista. Nel secondo si pratica invece la fede taoista o il confucianesimo e vi si trovano immagini o statue di santi e venerabili, i quali possono anche essere dei nobili, generali o saggi del passato che abbiano acquisito grandi meriti nelle loro discipline. La prima religione ad arrivare in Vietnam è stata quella taoista, almeno nella parte nord, portata dai cinesi. A seguito della loro caduta verso l’anno 1000 si è resa possibile la penetrazione del confucianesimo e del buddhismo mahayana.

Nella capitale si vedono ovunque dei lavori in corso per restaurare opere d’arte: nel 2010 ricorre il millesimo anniversario della fondazione di Hanoi e precisamente nel mese di ottobre.

Ci spostiamo nel tempio taoista di Quan Thanh, che si trova poco distante dal West Lake. Lungo il corso che ci conduce al tempio incontriamo una signora con l’immancabile cappello a cono ed il Gành (una barra di bambù posta sulla spalla che regge due ceste), col quale le donne riescono a trasportare anche pesi di 80 kg. ben bilanciati fra parte anteriore e posteriore. Con abile mossa ci passa gli strumenti di lavoro per consentirci di farle una foto e per conseguenza venderci un casco di banane ed un ananas sbucciato e tagliato, il tutto a poco meno di 1,5 €. Paghiamo con questo un simpatico dazio il nostro noviziato all’abile arte commerciale vietnamita e ci addentriamo nell’oscuro quanto misterioso tempio, dove i volti severi delle statue osservano gli stranieri che si aggirano in casa loro.

Attraversiamo la strada a piedi, in quello che è e rimarrà un vero e proprio segno di fede (in chi sta in cielo e in chi deve evitare due puntini che avanzano attraversando un fiume su due ruote). Proseguiamo ancora per qualche centinaio di metri e ci troviamo nel quartiere politico della capitale. Passiamo davanti al Palazzo Residenziale (che sarebbe vietato fotografare) e alla spianata del Mausoleo di Ho Chi Minh (Lang Chu Tich), imponente costruzione in marmo e granito che custodisce la salma del celeberrimo politico in una suggestiva bara di vetro. Il mausoleo rimane chiuso per tre mesi ogni anno al fine di permettere alle spoglie imbalsamate di Ho Chi Minh di subire in Russia la dovuta manutenzione. Oggi è comunque chiuso, altrimenti ci sono lunghe file di vietnamiti che portano il loro saluto al padre della patria. Il personale di guardia al mausoleo non può essere fotografato, come in generale tutti quelli che vestono una divisa. Si arriva infine alla Pagoda ad un solo pilastro (Chua Mot Cot).

A fianco si trova il Museo di Ho Chi Minh in stile comunista moderno. Riprendiamo l’auto e ci dirigiamo verso nord est per passare a regolare i conti con l’Asiatica Travel, dove conosciamo la sig.ra Nguyen Than, per proseguire in direzione del Museo di Etnologia, dove si trova tutta una serie di reperti legati alle varie etnie e minoranze che popolano il Vietnam. Queste ultime sono 53 (più quella kenh, stabilitasi nelle zone pianeggianti e dunque più fertili) e rappresentano il 15% della popolazione.

Spiccano le case i cui tetti in paglia arrivano a raggiungere anche i 16 mt. molto spioventi. Vengono costruite nel centro e servono da casa comune. Altre case su palafitta sono invece molto lunghe: ogni volta che la famiglia si amplia ne aggiungono un pezzo in lunghezza, fino ad raggiungere qualche decina di metri, con diversi focolai in funzione di quante famiglie vi abitano. Hanno tutte dei bracieri, che servono ovviamente per cucinare, dal momento che il riscaldamento viene solo usato in alcune regioni montagnose del nord-ovest. La tipologia costruttiva su palafitta nasce da ragioni di difesa e soprattutto per ripararsi dalle frequenti inondazioni che colpiscono quasi ovunque. Vi sono inoltre esposti i costumi delle etnie, come scopriremo nei giorni a venire sono indossati quotidianamente e non solo in occasione di feste folkloristiche. I Viet hanno occupato le zone più basse e fertili, mentre le immigrazioni di etnie minoritarie si sono dovute accontentare degli altipiani o delle zone montane, in quello che si può definire un vero processo di sedimentazione umana legato alle linee altimetriche. Tali minoranze non hanno mai avuto la forza per ottenere delle posizioni migliori e vivono tutt’ora in condizioni di inferiorità economica rispetto a quella dominante, in un conflitto che talvolta ha assunto anche connotati violenti. I francesi, facendo leva sul malcontento delle minoranze cercarono di fomentare il questo risentimento per dividere e sottomettere il Paese. Vediamo anche quella che viene chiamata la casa funeraria: a distanza di alcuni anni dalla sepoltura, i defunti vengono messi in case comuni circondate da statue in legno, che servono per il culto dei morti. A questo punto non vengono più venerati in quanto si ritiene che abbiano raggiunto la pace celeste. Viene messa in mezzo alla casa una grande quantità di cibo e si ritiene che con questo i defunti possano mantenersi fino al momento della rinascita. In genere, in tutto il Vietnam esiste un grande rispetto dei defunti.

In alcune case dove si trova il pavimento in legno si può entrare con le scarpe, in altre con pavimento in bambù occorre toglierle. Ciò non ha radici religiose, ma vuole solo evitare che la sabbia finisca tra le canne formanti il pavimento.

Nel settore pubblico si lavora di solito per cinque giorni e mezzo. Un dipendente pubblico guadagna circa 100 $ al mese, coi quali è molto difficile vivere e si rende pertanto necessario integrare con altri lavori o facendo leva sul proprio mestiere e con la corruzione. Nel lavoro privato si lavora anche su 7 giorni in quanto si viene pagati alla giornata ed un operaio specializzato può anche arrivare a 300 $.

E’ curioso notare come i negozi che vendono gli stessi prodotti siano di solito disposti in serie, con esposizioni pressoché uguali gli uni accanto agli altri, in una concorrenza che più perfetta non potrebbe essere (mobili, mattoni, legno, macellerie, ecc.). Lo stesso accade per i barbieri.

Ci spostiamo di nuovo verso il centro per vedere il Museo dei B52, curioso anche se piccolo. L’attrattiva principale è un B52 colpito dai Viet Cong, pertanto risulta spezzato in diversi tronconi. E’ stato rimontato rispettando esattamente le dimensioni reali e questo fornisce un’idea di quanto venisse giustamente chiamato la fortezza volante. E’ curioso rilevare come la retorica di Stato esponga negli stessi musei tanto armamenti vietnamiti (di produzione sovietica o cinese) che americani. Non è difficile riconoscerli, i primi sono verniciati ed in buone condizioni, mentre i secondi sono invece lasciati arrugginire ed in evidente stato d’abbandono, a dimostrare anche esteticamente l’inferiorità del nemico.

Passiamo davanti alla Hanoi Tower, un moderno quanto discusso centro, costruito abbattendo buona parte dell’ex prigione Hoa Hoi, detto anche Maison Centrale o Hanoi Hilton. Pausa per il pranzo in un ristorante che persegue scopi benefici, impiegando ragazzi di strada ed educandoli ad un lavoro e ad una vita nuova. Un buon esempio di grande rigore e di uguale efficienza. Andiamo al Tempio della Letteratura (Pagoda Van Mieu) antica università costruita nel 1070 in onore di Confucio, divenuto scuola mandarinale. E’ diviso in 5 cortili. Significativa la parte delle stele, dove venivano scolpiti i nomi di coloro i quali ottenevano il dottorato, a seguito di studi lunghissimi ed esami di incredibile severità. Chi veniva promosso aveva però una carriera assicurata, che poteva arrivare fino a quella di mandarino. Confucio è stato il patrocinatore degli studi e della scienza in generale ed in questo le società che hanno fatto propria la sua filosofia di vita attribuiscono grande valore a questi principi. Il cammino che si fa per raggiungere il tempio vuole rappresentare per il pellegrino che vi cammina la stessa strada che faceva l’esaminando nel passare i vari esami, si superano delle porte e si entra in un nuovo cortile, dal quale si accede al successivo, sempre più importante.

Ci distacchiamo da quella che fino ad un secolo fa è stata la sede della cultura vietnamita per immergerci nuovamente nel traffico, che diventa più caotico man mano che ci si avvicina al centro, in un nugolo di scooter e qualche bici sempre più rara. Ci sono anche delle auto di bella cilindrata. Per le 17 siamo al Museo delle Marionette, dove ha inizio uno spettacolo teatrale di marionette sull’acqua. Rappresentazione che riproduce storie di vita di tutti i giorni e leggende popolari, in cui gli attori sono marionette di legno e lo scenario è creato sull’acqua. E’ una tipicità vietnamita, nata dai contadini che usavano le risaie come palcoscenico per rappresentare scene di storia e società. Nel nostro caso sono 17 atti a rappresentare la vita quotidiana, il ritorno a casa dei mandarini appena nominati, una serie di scene di caccia e pesca, nonché di mitologia locale. Al termine ci incamminiamo da soli nel dedalo del quartiere vecchio, delle 36 Strade/corporazioni, un autentico labirinto di stradine con negozi e artigiani di ogni genere. Una caratteristica sono le case a galleria o a corridoio, il cui fronte è molto stretto (si dice che in passato l’imposizione fiscale fosse basata sulla larghezza del fronte della casa) ma che possono arrivare ad una lunghezza di 40 mt. Questo sistema crea differenze di pressione favorendo la ventilazione nei giorni più afosi, che nella stagione estiva assillano la capitale. Nelle strade vediamo molti agenti di polizia che non esitano a fermare la gente per dei controlli. Scopriamo che gli agenti con divisa verde scuro sono preposti alla sicurezza di palazzi, ambasciate, ecc., mentre quelli con divisa a tinta kaki si occupano del il controllo stradale. Attraversare le strade.  Come in altri Paesi asiatici la moda che va per la maggiore è quella di suonare il clacson in continuazione. Si suona non tanto per intimare a qualcuno di spostarsi, bensì per segnalare la propria presenza. Pertanto ognuno suona in continuazione solo in quanto sta viaggiando. Chi subisce la strombazzata, lungi dall’adirarsi imprecando e replicando con gestacci come avviene da noi, prende atto di chi gli sta nelle vicinanze ed eventualmente si sposta. Nonostante la caoticità del traffico vietnamita non capita mai di vedere litigi stradali. E ai nostri occhi ci sarebbero ben validi motivi. Allo stesso modo il diritto di precedenza non è una priorità contemplata dal codice stradale. Ci viene addirittura detto che non ne esiste uno e non sappiamo se chi ce l’ha detto stesse scherzando, solo prendendo atto di un dato di fatto: se fosse veramente così non abbiamo problemi a crederlo. Non ci poniamo grandi problemi poiché non fa molta differenza. Chi si inserisce in una strada lo fa e gli altri consentono l’inserimento senza grandi frastuoni. Tutto si svolge lentamente ma senza indugi, come per tacito accordo.

Ci viene inoltre raccontato di come, appena ottenuta una provvisoria indipendenza il 2 settembre 1945, delle forti alluvioni hanno distrutto il raccolto di riso ed ha ucciso direttamente ed indirettamente circa due milioni di persone, tante quante non sono morte per mano militare durante le guerre d’indipendenza. E’ strano come di questo argomento non ne parli nessun libro e si dia invece enfasi solo alle vicende belliche. La storiografia attuale ammette che la storia dell’ultimo secolo vietnamita è stata anche costellata di errori da parte del partito comunista, soprattutto dopo l’unificazione, quando venne creato un vero e proprio regime di terrore, dove la gente scappava impaurita dal sud, nonché per la triste vicenda dei boat people. Dopo la catastrofe economica degli anni ottanta, in cui è stato applicato un comunismo di stampo ferreo, ci si è resi conto che il popolo vietnamita è nella media molto laborioso e pertanto risulta retrivo ad ogni forma di dirigismo centralizzato e pianificato di stile sovietico. L’abilità tardiva è stata quella di capire tale indole e puntare il timone su un capitalismo, seppure centralizzato. Lasciare iniziativa all’impresa privata, anche se individuale o di piccole dimensioni, può essere l’unico sbocco ad un costante progresso economico. La normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti ha contribuito a portare notevoli investimenti, anche se il riconoscimento per l’aiuto durante la guerra antiamericana va tributato all’Unione Sovietica la quale, pur con grandi interessi, ha aiutato il Vietnam con armamenti e formazione militare a combattere il nemico. La stessa Cina ha dato manforte in occasione della guerra antifrancese, in nome della solidarietà fra Paesi comunisti, prima che i rapporti si rovinassero nell’ambito della tensione che ha caratterizzato gli anni settanta fra URSS e Cina.

Se il Vietnam può vantare l’indipendenza è anche grazie ad una serie di concause talvolta fortunose. Dopo la seconda guerra mondiale la Cina aveva ormai occupato il Vietnam del nord. Dovette tuttavia recedere a causa dei disordini interni creati dai comunisti di Mao contro il regime di Chang Khai Schek, il quale fu costretto a ripiegare per curare i problemi di casa. Successivamente, la rivoluzione che ha portato Mao al potere ha fatto sì che il potente vicino dovesse prestare maggior attenzione alle questioni di politica interna e pertanto ha lasciato mano libera alla Francia. Ho Chi Minh ha sapientemente agevolato il ritorno del dominio francese, ben sapendo che di questo si sarebbe disfatto più facilmente, anche se ciò richiese ulteriori nove anni di guerra, fino alla vittoria storica di Dien Bien Phu nel 1954.

Il Vietnam segue il calendario cinese, ossia quello lunare.

Il caffè vietnamita che troviamo particolarmente buono, ha un retrogusto di cacao. In realtà viene proprio addizionato da fave di cacao verde sminuzzato, che non ne cambia il colore ma lo rende più denso e profumato.

Una differenza tra Hanoi è Saigon sta nel relazionarsi nei confronti delle spese. Nella capitale gli abitanti sono più parsimoniosi e cercano di risparmiare una parte consistente delle entrate per i periodi di magra, che comunque arriveranno nell’epoca dei tifoni. Nella metropoli del sud si tende invece a spendere l’intero stipendio, confidando che i tempi critici non arriveranno. In effetti la natura è più benigna nei confronti dei saigonesi e di norma si riescono ad avere dei raccolti soddisfacenti per sfamare la famiglia durante tutto l’anno. Va anche ricordato come la dominazione prima francese e poi americana abbia lasciato un costume maggiormente consumista nel sud rispetto al nord abituato a cinesi e sovietici. Gli affitti di Hanoi sono molto cari, possono raggiungere facilmente i 300 $, senza dover andare in residenze di lusso. Ciò è dovuto al fatto che la domanda di alloggi è in costante crescita e la città non ha più lo spazio per espandersi. Le famiglie cercano di fare tutti gli sforzi possibili per mandare i figli all’università per farli uscire dalla condizione di relativa povertà in cui la maggioranza delle persone si trova. Di conseguenza i ragazzi di solito vivono ad Hanoi in gruppi. La coltivazione del riso può dare due raccolti nella zona di Hanoi, uno sulle fresche montagne più a nord e fino a tre nel fertile delta del Mekong. La semina del riso avviene in campi di dimensioni ridotte, poi viene trapiantato, mentre nel frattempo il campo viene arato quando è asciutto, quindi riempito d’acqua ed erpicato o fresato quando è inondato. A seguire avviene il trapianto. Energia: il 60% delle fonti energetiche è di derivazione idroelettrica, grazie ad alcune grandi centrali costruite col supporto sovietico, mentre il rimanente è di origine termica. In particolare il carbone, di cui la zona intorno ad Halong è assai ricca, o ancora il petrolio che si estrae al largo delle coste vietnamite. Si sta anche parlando di costruire delle centrali nucleari. Attualmente, non disponendo di raffinerie, esportano il petrolio grezzo e lo reimportano raffinato. Durante la guerra gli americani avevano portato delle erbe rampicanti che attecchiscono molto facilmente, chi passava sotto non poteva non farle muovere e veniva così scoperto. Altre rampicanti infestavano invece le foreste fino ad asfissiare gli alberi e farli morire. Sembra che dopo molti sforzi siano riusciti finalmente a limitarne la proliferazione.

Nella tradizione vietnamita, ma in generale in tutto l’Estremo Oriente, ci sono quattro animali mitologici: il dragone, l’unicorno, la fenice e il leone.

Si cena al Little Hanoi, quindi segue una passeggiata nelle vie centrali per un’occhiata ai mercati serali di Hang Be e Dong Xuan e fino al lago Han Kien, di fronte al quale abbiamo l’appuntamento con Han. Ci trasferiamo alla Hanoi Station, affollata di gente in attesa del treno. Attraversando i binari come non sarebbe possibile fare altrove, fra il rumore delle locomotive a gasolio, al buio andiamo a cercare il nostro treno previsto partire alle 21,10 per Lao Cai. Qui troviamo il vagone letto e finalmente le cuccette prenotate per noi. Lo scompartimento letto è da quattro cuccette, infatti oltre ad Han, abbiamo un vietnamita che vive in Francia da alcuni decenni e torna per fare il turista nel proprio Paese d’origine. Puntuale il treno lascia la stazione per attraversare il centro e rendere ancora più caotico il traffico. Sembra un elefante che col suo passaggio solleva un vespaio tutt’intorno. Attraversa il Long Bien bridge sul Fiume Rosso e si dirige verso le campagne. Impiega più di 8 ore per percorrere 320 km., ma è costretto a lunghe fermate onde permettere lo scambio con altri convogli. La ferrovia che va verso nord ovest è ad un solo binario e l’incremento degli scambi commerciali degli ultimi anni con la Cina ha notevolmente intensificato il traffico, soprattutto quello merci.

 

Treno Hanoi – Lao Cai - (ET Pumkin)




Day 3 : 26 – 12 - 099


In treno verso il nordest. La Cina a due passi, nel territorio delle minoranze etniche.


Nonostante lo sferragliare e la cuccetta più dimensionata alle taglie vietnamite che non ai turisti occidentali, riusciamo a riposarci bene per arrivare a destinazione alle 5,30 del mattino successivo. Il fuso orario da recuperare aiuta non poco a conciliare il sonno. Andiamo a consumare la colazione in un ristorantino a poca distanza dalla stazione quando è ancora buio fitto, apprezzando una spremuta di deliziose arance. Alle 6,30 ci troviamo con un autista locale ed in auto si parte risalendo una vallata alla volta di Bac Ha, dove la domenica si tiene un mercato popolato da 14 gruppi di montagnard, con le loro mercanzie. Dal momento che è sabato ci rechiamo a Can Cao , 20 km da Bac Ha, solo 9 km a sud del confine cinese, per vedere il mercato che si tiene il sabato mattina passando per bei paesaggi di risaie a terrazza. Il Mercato di Can Cao è uno dei più affascinanti fra quelli che si tengono all’aperto nella regione e vi si vende di tutto. Le donne affollano i banchi di vestiti e attrezzi utili per la casa, mentre gli uomini si ritrovano nel settore dedicato al bestiame e su una collina dove sugli alberi vengono appese delle gabbie con uccelli selvatici catturati. Si rincontrano poi in uno dei tanti “bar-ristorante”, dove vengono serviti i pasti di cucina prettamente locale. La bellezza del posto è data dallo sfondo delle risaie a terrazza, dai variopinti vestiti indossati dalle donne appartenenti all’etnia degli ‘Hmong fioriti, nonché dalla varietà delle merci esposte. E’ curioso vedere come venga venduto dell’alcol in taniche, ottenuto dalla fermentazione di riso o mais. Più tardi, in una cascina isolata, ne vedremo il processo di produzione con wok per la cottura ed alambicchi per la distillazione. La quasi totale assenza di turisti rendo il tutto più genuino. La vicinanza alla Cina attira molti commercianti dal Paese vicino e questo è testimoniato anche dal commercio dei cani.

Per recarsi in Cina occorre di regola un visto che non è ottenibile al posto di frontiera. Per i locali esistono invece delle deroghe che consentono lo sconfinamento reciproco, anche perché le stesse minoranze si vengono a trovare sovente sul territorio di entrambi i Paesi. Il viaggio per Bac Ha richiede un’ora e mezza da Lao Cai su una strada molto bella, poi occorre aggiungere un’altra ora per Can Cao e qui il fondo diventa più sconnesso.

Lungo il ritorno verso Bac Ha, scendiamo per percorrere un sentiero che ci porta a visitare alcune case isolate in mezzo alle risaie. In tutte troviamo delle ragazze che cuciono a macchina borse o abiti in colori sgargianti che venderanno poi ai mercati settimanali. Le case sono costruite con muri in terra e presentano sovente delle crepe, ma ci dicono non essere a rischio. Giungiamo a Bac Ha poco prima di mezzogiorno, nel momento in cui due sposi stanno per offrire il pranzo nuziale ad un bel numero di invitati. Osserviamo incuriositi e gli portiamo i nostri auguri, posando per una foto con loro. Apprezziamo la civiltà dimostrata da queste popolazioni nell’offrire un pranzo che non dura oltre i tre quarti d’ora. La laboriosità ed il rispetto del popolo vietnamita si vede anche da questi dettagli, anche nelle zone più remote come questa. Dopo pranzo una provvidenziale passeggiata al mercato locale, anche se di dimensioni ridotte. Domani ci sarà quello importante, con grande affluenza di turisti. E’ curioso come le macellerie espongano la carne all’esterno senza protezione con sale o tenendola al fresco. Viene depositata sui dei banconi di legno, sui quali viene semplicemente messo del cartone. Ci viene detto che il bestiame viene ucciso, sezionato e poi esposto in modo da farlo fuori il più rapidamente possibile, nella mezza giornata.

Si riparte quindi in direzione di Lao Cai, che si trova al confine con la Cina, in passato città carovaniera percorsa per secoli da nomadi e mercanti. Nel 1979, durante l’invasione cinese la città fu rasa al suolo e oggi quasi tutti gli edifici sono nuovi. Il confine, chiuso a causa della guerra, fu riaperto solo nel 1993. Sotto un sole caldo e non ancora abituati a queste temperature andiamo a bere una bibita in un bar proprio sul confine cinese. A separarci dall’impero Celeste vi è solo un fiume, che si potrebbe attraversare anche a piedi. Un ponte unisce i due Stati, ornato da entrambe le parti con una grande porta a rappresentare l’ingresso nei rispettivi Paesi. Anche gli edifici che si possono vedere da oltre confine sembrano voler dimostrare l’opulenza del vicino. E’ un modo come un altro di mostrare i muscoli e far vedere la propria potenza, per fortuna senza il corredo delle armi. Anche se ormai c’è piena collaborazione economica, fra i due Paesi continua ad esserci reciproco sospetto e le ferite dell’ultima guerra, sebbene rimarginate, hanno lasciato delle cicatrici. Inoltre per i vietnamiti vale la regola per la quale diffidare di un tale gigante che pesa sui confini settentrionali sia una regola di saggezza. Fin da tempi remoti i cinesi hanno considerato il Vietnam come una loro provincia meridionale, e lo stesso nome Viet Nam richiama in qualche modo questo concetto. Del resto non ne hanno mai fatto mistero, dal momento che hanno dominato il Vietnam per oltre mille anni e successivamente hanno cercato a più riprese di riappropriarsene. Solo la tenacia vietnamita è riuscita a ricacciare il vicino oltre i propri confini, seppure a costo di enormi sacrifici umani. L’ultima volta è successo proprio in queste regioni negli anni 70, quando i khmer rossi cambogiani, appoggiati dai cinesi, hanno effettuato delle incursioni sempre più insistenti in Vietnam, che a sua volta ha reagito invadendo la Cambogia e ponendo fine al regime di Pol Pot.

Con sorpresa apprendiamo che il Vietnam è grande importatore di prodotti cinesi. Ciò non è dovuto a ragioni di basso costo della manodopera, dal momento che qui potrebbe costare ancor meno. Il tutto va però a discapito della qualità. La ragione è da imputare alla maggior organizzazione delle fabbriche cinesi, che producono in massa e pertanto riescono ad essere più competitive, mentre qui la base è di solito artigianale. In direzione opposta fluiscono soltanto prodotti alimentari, ma lo sbilancio nei confronti della Cina resta un problema per il governo di Hanoi. Lungo il ponte passano in continuazione camion carichi di ogni genere di merce e dei carri a trazione umana stipati all’inverosimile. Non occorre essere dei doganieri scafati per intendere che il contrabbando rappresenti una regola, piuttosto che un’eccezione, nonostante la presenza di guardie doganali evidentemente ben oliate ed integrate e nel sistema. Le merci passano sotto i loro occhi compiacenti a tal punto da apparire come affari legali.

E’ interessante notare come i vietnamiti coi quali ci siamo intrattenuti raccontino i fatti di storia recente o antica con un’enfasi tale quasi stessero narrando degli eventi epici. Allo stesso tempo usano sempre il pronome noi con accento ricco di orgoglio quando raccontano fatti storici o di guerra. Orgogliosi epigoni di un popolo che ha sempre dovuto combattere per difendere il proprio territorio, riuscendo peraltro tutte le volte vincitore.

Prendiamo la strada che sale verso i massicci del Vietnam, per giungere a Sa Pa. E’ una vecchia stazione climatica montana che sorge a 1600 mt. di altitudine, situata in una bella valle ai margini di un’oasi naturale di ca. 30 kmq., caratterizzata da un clima fresco che permette la coltivazione di alberi da frutto e lo sviluppo di rigogliosi giardini, con palme e piantagioni di tè. Visto il clima più temperato si possono trovare qui delle varietà che altrimenti non crescerebbero in Vietnam. Risulta persino ci siano degli inverni in cui la neve riesce ad imbiancare la città.

E’ questo uno dei luoghi più incantevoli dell’incontaminata area del Vietnam settentrionale. Il paesaggio montano di questi luoghi è dominato dalla Catena del Hoang Lien Son. Attorno alla cittadina circondata da alte montagne si trovano cascate gorgoglianti e il “ponte delle nuvole” sospeso sul fiume Muong Hoa. Sa Pa ha origine francese ed il suo nome deriva da sap, ovvero abete.

La temperatura si fa più fresca fino a raggiungere i 10° e la notte si rivelerà più rigida di quanto possa far pensare un Paese a clima tropicale. Abbiamo ancora qualche ora di tempo e ne approfittiamo per salire sulla montagna del Dragone, dalla cui cima si apre una splendida vista sulle vallate sottostanti, nonché sulla cittadina di Sapa. Splendido scenario reso soffuso dall’alternato incontro fra nuvole e foschia proveniente dal basso. Nel frattempo iniziano a riempirsi le bancarelle del mercato che si tiene il sabato sera ed iniziamo a raccogliere alcune idee per lo shopping “etnico”. Dopo una fugace visita all’hotel Victoria, tanto lussuoso quanto in contrasto con la semplicità dell’ambiente circostante, si cena nel vicino ristorante Fansipan. Ancora un giro al mercato per acquistare dei manufatti artigianali e rientro in hotel per una nottata corroborante e fresca, nonostante l’utilizzo di una provvidenziale stufa tirata fuori dall’armadio della stanza.

 

Sapa - (Royal View SP)




Day 4 : 27 – 12 - 099

Minoranze etniche fra le colline coltivate a riso: fra retrogradezza, tradizione e orgoglio

E’ domenica e ne approfittiamo per un giro al mercato nelle viuzze di Sapa. Alle 9,30 partiamo per un percorso a piedi di 5,5 km. per visitare il villaggio di Cat Cat, abitato dalla tribù H’mong. Sono circa venti capanne disseminate lungo uno splendido paesaggio di risaie a terrazza. Scendiamo fino ad attraversare un ruscello nel quale si gettano le splendide cacate Cat. Si risale evitando i vari taxisti che offrono un passaggio in salita con le moto ed andiamo in n ristorante per il pranzo. Vediamo anche delle piante che vengono coltivate per dare il tipico colore nero agli abiti tradizionali ‘Hmong. La preparazione del materiale per la tintura richiede un processo che dura circa una settimana. Nel pomeriggio scendiamo a Lao Chai, incontriamo alcune signore di etnia ‘Hmong Neri di ritorno dal mercato di Sapa, con le quali ci intratteniamo lungo il nostro tragitto. Non riusciamo a comunicare con le signore, ma una bambina di 10 anni riesce a parlare un buon inglese imparato abbordando i turisti stranieri nel tentativo di vendere loro qualcosa. Possiede un vocabolario essenziale ma efficace, reso ancora più particolare dal fatto che a parlarlo è una bambina residente in una zona remota del sud est asiatico. Arriviamo a Ta Van, abitato dalle minoranze etniche Dzay a ca. 3 km di distanza. Riconosciamo questa etnia dagli inconfondibili vestiti rosa e verde a tinte molto vive. Anche le costruzioni sono diverse, mentre ci colpisce la casa una famiglia la cui principale attività è la costruzione di sculture in pietrai. Ci spiegano che non riescono però ad avere sbocchi commerciali, così che molti manufatti giacciono invenduti. Il tutto in uno splendido paesaggio di risaie a terrazzo, alcune delle quali allagate. Si tratta comunque di una zona assai secca, tant’è che si riesce a fare solo un raccolto all’anno.

Popolazione e istruzione: i figli delle popolazioni che rappresentano le minoranze etniche frequentano normalmente solo le scuole primarie. Esistono degli edifici nei quali si radunano tutti i ragazzi dei paesi vicini e le maestre si spostano dove necessario, trascorrendo sul posto tutta la settimana lavorativa. Dopo i primi anni di scuola i ragazzi dovrebbero spostarsi per frequentare altre scuole, ma a questo punto il lavoro incombe e la necessità di braccia nelle campagne impedisce loro di proseguire negli studi. La bassa scolarità favorisce un’ignoranza assai diffusa impregnata di ataviche credenze. Il che porta ad esempio a trascurare le cure mediche, normalmente demandate a qualche saggio, il quale limita la terapia a cure sommarie con le erbe, condite da tanto misticismo. Questo fa sì che la mortalità infantile sia ancora molto alta, circa il 3%. Alle cure ospedaliere si ricorre solo in casi estremi e sovente quando è ormai troppo tardi. In passato c’è stata una politica tendente a far diminuire le nascite, conseguente al periodo di relativa prosperità del dopoguerra. Esistevano dei forti disincentivi fiscali, fino ad arrivare a vere e proprie sanzioni. Attualmente si cerca limitare le nascite a non oltre due figli e sembra ottenere un discreto effetto, poiché ci informano che la media è solo di 1,4 figli a testa. Ci sembra un dato molto basso, soprattutto in relazione alla miriade di bambini che si vedono scorrazzare per le strade. Negli ultimi anni si è assistito ad una forte inurbazione delle popolazioni di campagna. Gli stessi montagnard (appellativo con cui vengono definite le popolazioni delle minoranze etniche) vedono nella città un’occasione di guadagni più facili rispetto alla dura vita che li costringe a lavorare le terre dell’interno. Questo si trasforma in grossi problemi urbanistici e sociali, soprattutto per Saigon ed Hanoi. Inoltre comporta anche rischi a livello economico: la vita in città è soprattutto legata al commercio minuto, mentre chi vive nelle campagne difficilmente rischia la carestia sebbene sia costretto ad un lavoro molto più duro che nel breve termine può apparire meno remunerativo. Sembra che questa situazione sia destinata a peggiorare ulteriormente nei prossimi anni, tant’è che gli affitti ed il costo dei terreni nelle due maggiori città ha raggiunto livelli stratosferici.

Le distruzioni causate dall guerre e il relativo benessere degli ultimi anni hanno fatto sì che la popolazione aumentasse, mentre la generazione di mezzo è stata decimata dalla guerra. Ne nasce come conseguenza un popolo giovane ed un occupazione che inizia fin da ragazzini, come camerieri o altri lavori leggeri. Non abbiamo visto ragazzini addetti lavori pesanti, è anche vero che se c’è sfruttamento questo non avviene di fronte a tutti. Resta tutto da discutere se iniziare i ragazzi ad una cultura lavorativa fin da giovani sia poi tanto male come si vuole da noi. Quel che ne deriva è un popolo che magari non vanta una densità molto alta di intellettuali, ma che può invece contare su generazioni di persone che conoscono uno o più mestieri. In sede di valutazione per il matrimonio, la futura sposa viene molto valutata sul merito dei lavori pratici che sa fare, trascurando le nozioni culturali. Questa è un’altra ragione che spiega la necessità di iniziare a lavorare presto.

Il Vietnam è diventato il secondo produttore mondiale di caffè del tipo “robusta”, mentre la produzione di qualità “arabica” è insignificante. Mentre un tempo il caffè veniva prodotto quasi esclusivamente per esigenze interne, attualmente è diventato uno dei maggiori prodotti esportati grazie a forti investimenti governativi in aree che altrimenti avrebbero sofferto di grande depressione

Minoranze etniche: i Thay vivono soprattutto nelle zone meno elevate dove coltivano tè e frutta e abitano in graziose case su palafitte. Tzao e ‘Hmong sono invece stanziati su brulli altipiani sopra i 1100 mt. Il prodotto più redditizio delle minoranze è l’oppio, che non incontra il favore del governo vietnamita. Gli Dzao, coltivatori di frutta, allevatori di bestiame e tessitori di stoffe vivaci e bellissime; privi di una lingua scritta, tramandano oralmente da generazioni il loro patrimonio culturale.

Verso le 17,30 siamo di ritorno a Lao Cai, passeggiata in una zona assai squallida, cena in un ristorante del quale apprezziamo la cucina e ci imbarchiamo sul treno per un’altra notte stipati nelle cuccette fatte a dimensione dei vietnamiti. Partenza alle 20,15 dopo aver dribblato una serie di venditori insistenti, fra quelli che ti chiedono cinque volte di fila se gradisci farti lucidare le scarpe (mai che uno avesse un ripensamento repentino), venditori di artigianato e di quant’altro possa loro apportare qualche Dong.

 

Treno Lao Cai - Hanoi - (ET Pumkin)




Day 5 : 28 – 12 - 099


Ultima visita ad Hanoi e la magia di Tam Coc: dove il paesaggio diventa spirito.


Arriviamo ad Hanoi alle 5,40 h. mentre è ancora notte fonda ma la città sta iniziando ad animarsi. Anzi, attraversando una zona dove ha luogo il mercato, c’è già il brulicare delle ore di punta. Passiamo in hotel per una doccia senza cadere nella tentazione di un letto invitante e morbido, cosa che le cuccette del treno ben si guardavano dall’offrire. Nel giro di un’oretta siamo pronti e freschi per ripartire. Questa volta si recupera quanto non siamo riusciti a vedere durante la visita di Hanoi dell’altro giorno. Passando per un interessante mercato cittadino ci rechiamo infatti verso il Lago della Spada restituita (Hoan Kiem), legato ad una leggenda di spade, imperatori e tartarughe d’oro, circondato da alberi secolari. Visitiamo il Tempio di Ngoc Son, oasi di pace e tranquillità. Da qui si ha una bella veduta sulla Torre della Tartaruga (Thap Rua)

Con Hàn parliamo di religione e ci informa di come nella religione buddhista non esistano vere e proprie cerimonie. I fedeli si recano al tempio o alla pagoda per pregare o chiedere ai bonzi di pregare ed intercedere per loro. La religione taoista e il confucianesimo sono essenzialmente degli stili di vita che si ispirano rispettivamente a maestri venerabili e a dei filosofi. Questi fanno da leader spirituali ma non esistono veri e propri ministri di culto o cerimonie. Come sempre, in questo Paese le tre religioni si fondono fra di loro mutuando aspetti ora dell’una ora dell’altra, in una confusione spirituale giustificata solo dalla fede e che alla fine risulta essere complementare. Si parla poi della teoria dello yin e del yang, significa che esiste una compensazione ed un equilibrio in ogni cosa e che l’uomo deve perseguire proprio questo fine. Il simbolo del taosimo esprime perfettamente questo concetto: il cerchio al cui interno due colori equilibrati si compenetrano ma nello stesso tempo esiste un punto di un colore all’interno dell’altro e viceversa. Yin e Yang rappresentano le differenze, la conflittualità fra due sentimenti o cose materiali. Ma quello che è yin rispetto ad un determinato yang può diventare yang nei confronti di un altro elemento.

Per entrare nei templi e nelle pagode di solito le porte presentano un rialzo, un asse che si deve scavalcare. Questo costringe chi entra nel luogo sacro a prestare attenzione al passo che sta per compiere e quindi abbassare lo sguardo. Il risultato è di entrare a testa bassa e conseguentemente portare rispetto alle divinità. Questo stratagemma consente a chiunque di non dimenticare la buona abitudine di umiltà e prostrazione quando si entra in un tempio e ci si trova di fronte al divino.

Nel centro di Hanoi fervono i lavori per la preparazione dei festeggiamenti del millennio della città, previsti per il mese di ottobre 2010. Si ricorda con questo la fondazione dello Stato vietnamita. Nella periferia vediamo dei macellai che hanno degli animali cotti a sembrare delle grosse porchette in esposizione. Sulle prime pensiamo che si tratti di maialini. Ci rendiamo conto che sono dei cani quando vediamo che non hanno la coda arrotolata e soprattutto quando li vediamo appesi ad un gancio. Si tratta di animali piuttosto grossi che la nostra sensibilità nei confronti dell’amico per eccellenza dell’uomo ci porta a rabbrividire. Qui invece è del tutto naturale.

 Un'altra peculiarità è data dall’abilità di riuscire a trasportare di tutto sui motorini: solo di oggi abbiamo incontrato un motorino carico all’inverosimile di video di computer, un altro che trasportava maialini vivi dentro alle ceste, a volte sono anche dei maiali adulti che non si sa come siano stati fatti entrare dentro le ceste. Non vogliamo pensare che siano cresciuti proprio lì dentro. E’ incredibile inoltre vedere come gli autisti possano mantenere l’equilibrio nel procedere, soprattutto quando trasportano animali vivi ed impauriti, una maestria che ha ben pochi simili nel mondo. A Sapa abbiamo visto trasportare fascine e gruppi di tronchi di medie dimensioni.

Lasciamo Hanoi per puntare in auto verso sud in direzione dell’antica capitale Hoalu, cittadella collocata in un’interessante scenario ambientale e un tempo dimora della famiglia reale. Il primo tratto è di autostrada, dove ognuno fa quello che vuole. Si attraversa un paesaggio pianeggiante di risaie e l’attenzione viene attirata dalle tante tombe sparse nei campi in ordine sparso e senza un orientamento preciso. Alcune sono raggruppate in qualcosa che potrebbe sembrare un cimitero, altre si trovano nel mezzo di risaie o altre piantagioni. Ci spiegano che, chi se lo può permettere, si fa tumulare e costruire una tomba in un luogo previsto dalla geomanzia. Pertanto ogni tomba può avere un orientamento diverso dalle altre, anche se sono vicine. A Tam Coc vedremo un cimitero posizionato su un’isola in mezzo alla laguna. Alcune tombe sono state costruite addirittura conquistando terreno alla laguna per volere delle combinazioni astrali che ognuno di noi dovrebbe avere.

Che la spericolatezza del traffico non sia unicamente un’idea che ci portiamo dietro lo vediamo tristemente dalle rovine di un incidente fra due camion avvenuto la notte precedente. Purtroppo uno dei due autisti non è sopravvissuto .

Visitiamo due templi nei quali si venerano i due re che hanno fondato il Vietnam intorno al 980, sconfiggendo i cinesi. La prima dinastia che governò il Paese ebbe proprio qui la sua capitale intorno all’anno mille. La capitale venne localizzata in questo luogo per due ragioni essenziali: una è che i regnanti provenivano da questa zona, l’altra è il dedalo di faraglioni che serve da protezione contro eventuali invasioni nemiche. Ci viene segnalato una caratteristica atipica per la cultura vietnamita, tale per cui le vedove normalmente tendono a non risposarsi. In questo caso una regina, alla morte del proprio consorte prese in sposo il fratello di suo marito. L’origine di questa tradizione sta nel fatto che quella vietnamita è una società patriarcale e soprattutto il Confucianesimo prevede che la donna sia sottomessa all’uomo, ma nell’ambito di un matrimonio. Va detto che il confucianesimo è una dottrina di vita che detta rigide regole morali ed ha una visione molto gerarchica: i sudditi devono obbedienza al re, la moglie al marito, i figli ai genitori e così via. Una teoria che ha fatto comodo ai regnanti di ogni epoca per congelare la società ad un ordine di obbedienza ispirata a fini religiosi, ma che nel contempo è servita da collante per preservare l’orgoglio nazionale e l’unità famigliare. Con una scalinata di 260 gradini arriviamo sulla cima di una collina dove si trova la tomba del primo re. L’occasione è propizia per avere un’ampia visita dall’alto di questo sistema carsico, una zona pianeggiante nella quale si innestano delle colline ripide di roccia carsica e ricoperte di vegetazione. Ancora poco più a sud, attraverso un magnifico paesaggio di risaie per arrivare alla zona di Tam Coc. Passiamo nell’hotel che ci ospiterà per la notte ed affittiamo un paio di bici per un’escursione verso il tempio di Thai Vi. Davanti a noi compare un ambiente incantevole fra risaie, laghetti poco profondi ed i faraglioni che si elevano improvvisi dalla pianura, tali da far valere per questo luogo il nome di Halong terrestre. Visitiamo la pagoda in una posizione remota e che pertanto non è presa di mira dai turisti. Tramite la nostra guida ci intratteniamo col guardiano, un anziano dall’espressione ascetica che ispira simpatia, anche se non riusciamo a condividere con lui una sola parola. La semplice espressione pacifica e la cordialità del suo modo di fare sono impressionanti. Ci offre alcune banane che, come tutte quelle che si trovano da queste parti sono almeno la metà delle nostre, hanno una buccia molto sottile e sono dolci come non le abbiamo mai gustate finora.

Passando con la bici sugli stretti sentieri che delimitano le risaie ci incamminiamo verso il rientro, più precisamente al porticciolo, dal quale ci imbarchiamo per un giro sul sampan (tipica barca a remi dal fondo piatto) in quello è previsto essere il clou della giornata, ovvero per visitare le grotte di Tam Coc, scavate nel cuore della montagna, che racchiudono piccole pagode all’interno. A remare sono madre e figlia, alle quali per ragioni cavalleresche mi aggrego volentieri, e ci avviamo per un giro di due ore solcando in silenzio le acque poco profonde che formano la laguna. Col sampan attraversiamo tre grotte, sorta di tunnel naturali che nel loro punto più alto saranno un paio di metri. E’ curioso vedere come i locali, onde mantenere le mani libere per fare altro, abbiano affinato una capacità a remare coi piedi. Un’arte della quale pare che vadano fieri, per noi sembra già faticoso il solo pagaiare a forza di braccia. Mentre rientriamo il sole al tramonto ci appare tra due elevazioni rocciose e si riflette nell’acqua in una di quelle visioni che solitamente si dicono da poster.

Le abili rematrici ad un certo punto sfilano dal fondo della barca dei tessuti e tovaglie di ogni genere, fiore all’occhiello dell’artigianato locale. Resistiamo alla tentazione dello shopping acquatico e rientriamo al porticciolo, dove Hàn ci ha aspettato con le bici. Riprendiamo le due ruote e con una pedalata di un quarto d’ora andiamo in direzione opposta per la pagoda di Giada, detta anche Bich Dong. La pagoda si articola su tre livelli, tutti incastonati in una galleria nella roccia che si snoda verso l’alto. L’unico rammarico è che sono ormai le 17,30 e il crepuscolo sta spegnendo la luce naturale.

Rientriamo in hotel ed usciamo subito per la cena in una zona dove incontriamo diversi negozi che propongono tessuti. Incominciamo a farci un’idea precisa dei negozi vietnamiti. Le case hanno sostanzialmente tre pareti, il lato frontale è completamente aperto e funge da vetrina. La famiglia che lo gestisce abita lì e pertanto gli orari di apertura e chiusura del negozio coincidono con quelli della levata e dell’andare a dormire. Chi è meglio piazzato economicamente si ricava una stanza separata con dei vetri in modo da avere la vista sulla strada, mentre gli altri hanno un giaciglio sul fondo che possono smontare al mattino. Il soffitto è sempre molto alto per cercare di ridurre l’afa estiva e si cerca in tutti i modi di creare delle correnti d’aria per ridurre le temperature. L’insistenza dei commercianti mette a dura prova la nostra pazienza, anche se non sfociano mai nell’arroganza.

 

Tam Coc - (Yến Nhi)




Day 6 : 29 – 12 - 099

Baia di Halong dove l'incanto della Natura subisce l'invasione turistica.

Alle 8 lasciamo Tam Coc in direzione della Baia di Halong. Sono 4 ore di auto per un totale di 200 km. Il trasferimento avviene su strade in buone condizioni ma molto frequentate, soprattutto dal traffico pesante. Siamo comunque vicini ad Hanoi, nel delta del Fiume Rosso, una delle zone più fertili e nel contempo più popolate dell’intero Vietnam. Il nostro autista se la cava bene in uno slalom che dura quasi tutto il viaggio fra mezzi circolanti di ogni genere. Facciamo una sosta in un una sorta di area di servizio. Veniamo attratti da barattoli da 5 lt., all’interno dei quali ci sono grossi serpenti ed un organo animale indefinito che potrebbe contenere la bile dell’orso, delle cui proprietà si favoleggia molto. Il tutto è rigorosamente sotto spirito. Peccato non poterli portare con noi, sarebbero un souvenir originale. Passiamo senza sostare ad Hai Pong, uno dei principali porti del Paese. Lungo lo spostamento incontriamo un corteo di veicoli con bandiere vietnamite e militari motorizzati: probabilmente si dà sepoltura ad un caduto della guerra ritrovato recentemente. Il tutto offre un’idea di retorica nazionalista, oltre ad essere un doveroso omaggio verso chi è caduto per la Patria.

Verso le 12,15 siamo ad Halong per fare il check in ed iniziare così la crociera sull’omonima baia. La Baia di Halong é un nome poetico che significa “dove il drago s’inabissa nelle acque”. Secondo la leggenda, le centinaia d’isolotti sarebbero i resti della coda di un drago inabissatosi nelle acque del golfo. Veniamo dapprima caricati su instabili barchette e quindi trasferiti a bordo delle tipiche imbarcazioni, le giunche, per la visita della baia e delle sue grotte e vedere alcune delle 3000 isole che vi sono disseminate su un bacino di 1520 kmq. L'opera di erosione del vento e dell'acqua nel corso dei millenni ha modellato un incredibile paesaggio di isole, isolette e faraglioni, alcuni dei quali alti centinaia di metri. Alcune isole hanno formato anche un laghetto interno, accessibile attraverso un passaggio che sparisce del tutto durante l’alta marea. Durante le mezze stagioni, la foschia del mattino crea effetti ancor più suggestivi, facendo apparire e scomparire isole e rocce in lontananza. A bordo della giunca ci vengono assegnate le camere, di gusto raffinato con splendida vista, e ci avviamo per il pranzo. Il genere umano che incontriamo è ormai il turista di stampo signorile. Di quelli che si degnano solo per andare a visitare i luoghi più importanti e poco inclini alle sorprese che un viaggio d’avventura potrebbe loro riservare. Del resto se si vuole visitare la baia pare che non esistano altre soluzioni. Sfoderiamo tutto il nostro galateo e pranziamo insieme ad una coppia di tedeschi avvezzi alle località turistiche del far east ed un’anziana quanto simpatica coppia proveniente dall’America. In realtà lui è francese di origine ma ha vissuto la giovane età in Vietnam, prima che scoppiasse la guerra, mentre lei ha origini egiziane. In definitiva sono comunque due coppie simpatiche e leghiamo subito, parlando di viaggi vissuti o ancora nel cassetto. Le vivande sono di qualità sopraffina e vengono servite come se si trattasse di un pranzo di gala. Del resto la compagnia deve pure giustificare il costo ed impegnare in qualche modo il tempo dei clienti. A stomaco pieno facciamo rotta sulle grotte della Sorpresa. La vera sorpresa in realtà è l’ammasso di battelli che scaricano orde di turisti verso la grotta. Il clima poco ventilato trasforma la baia di attracco in un ambiente irrespirabile dalle esalazioni dei motori. E per fortuna che si tratta di un luogo protetto dall’Unesco, con regolamentazioni molto rigorose. Le grotte sono molto belle, come lo sono tutte le cavità carsiche, con stalattiti enormi. Il tutto è riccamente illuminato a formare un effetto scenico di rilievo. Resta ancora da vedere se tutte quelle luci colorate non possano nuocere al delicato ambiente naturale che si trova nella roccia. La grotta è stata abitata per 130 anni ed era rifugio della gente che viveva in zona, riparandosi dalle intemperie e dalle incursioni nemiche. Riprendiamo la nostra piccola barca ed andiamo sull’isola di Titop (un militare vincitore di qualche rimarchevole battaglia in una delle ultime due guerre), dove saliamo 220 ripidi gradini per godere della splendida vista sui faraglioni che la circondano ed i battelli all’ancora che illuminano l’arcipelago. Scenicamente lo spettacolo non è male, ma perde di fascino all’idea di come potrebbe essere se non ci fossero, dal punto di vista naturalistico. Il tempo non è soleggiato e la foschia che appare all’orizzonte offre una profondità migliore nella vista delle isole che si ergono dritte dal pelo dell’acqua. Rientriamo per la cena, che offre uno spettacolo pirotecnico addirittura superiore a quello del pranzo. Si spengono le luci e con forte rischio d’inciampo entrano in sala i camerieri con un piatto di ananas svuotato all’interno e illuminato da dentro con una serie di gamberetti che pendono dai fori fatti nella buccia. Il resto segue con coreografie simili. E chiamalo terzo mondo, per di più in un Paese dove vige come morale unica quella socialista!! Trascorriamo qualche ora sul ponte superiore, momenti nei quali il tempo sembra essersi fermato. Intorno a noi il mare del golfo del Tonchino sembra appena sussurrare la sua storia, mentre sulle altre giunche regna il silenzio. Finalmente assaporiamo nel modo più giusto la magia di questo luogo incantato.

  Baia di Halong - (Giunca: Halong Emotion)

 



Day 7 : 30 – 12 - 099

Fra i villaggi galleggianti nel Tonchino e via verso il centro del Vietnam.

Quella che ieri si definiva una “brume”, oggi è una foschia più densa che arriva a coprire le punte dei faraglioni, rendendo sempre suggestiva ma meno ampia la vista del golfo. Ci svegliamo alle 6 per partecipare al corso di Thai Chi, una disciplina di origine cinese, che consente ai muscoli del corpo di riprendersi in modo equilibrato dopo un sonno ristoratore. In effetti il sonno, cullato dalle leggere onde del Tonchino, è stato di qualità non inferiore al servizio della cena di ieri sera. Alle 7 c’è una ricca colazione a buffet, qualora la cena avesse lasciato spazio a qualche languorino. Alle 8,30 siamo pronti per una nuova sfida: con la solita barchetta lasciamo la giunca e ci avviamo per visitare i villaggi galleggianti di pescatori. Un’esperienza nuova dalla quale apprendiamo molte cose. Sono in tutto 7 villaggi per un totale di 1200 persone. Gli abitanti conducono un tipo di vita particolare molto diverso dalla terraferma. Quello dell’acqua, pur vivendoci sopra, rappresenta uno dei maggiori problemi. Raccolgono l’acqua piovana per usi non alimentari, altrimenti la devono comprare a riva e ad incidere è soprattutto il trasporto. Un fusto da ca. 150 litri può costare anche 100.000 Dong, dal momento che una barca può portare al massimo due fusti. Esistono delle scuole dove i ragazzi frequentano la scuola primaria, le insegnanti arrivano il lunedì e trascorrono nella scuola l’intera settimana, salvo rientrare sulla terraferma per il week end. Non ci sono ospedali, quando c’è un’urgenza s’imbarca il malato su una barca a motore e in 45 minuti, pari a 12 km, si cerca di portarlo in tempo a riva. Lo stesso accade alle partorienti, ma resta alto il tasso di parti avvenuti a bordo. Un tempo chi moriva veniva inumato sulla spiaggia, adesso che l’ambiente è protetto ed i morti a quanto pare inquinano più del gasolio esalto dai battelli turistici, le sepolture avvengono sulla terraferma. L’economia è molto semplice: si pescano pesci nei bassi fondali della baia, soprattutto calamari, per venderli a riva e scambiare con riso e verdura. I villaggi esistono da 200 anni, siamo quindi alla quinta generazione. Quando nella seconda metà dell’anno si verificano i frequenti tifoni o tempeste, le case vengono spostate al riparo dietro un faraglione o addirittura all’interno di un lago artificiale protetto dal alte rocce o grotte, dalle quali si entra con un tunnel che la natura stessa ha scavato nella montagna. All’interno una cresta montuosa fa da cornice a questa sorta di finto cono vulcanico. Da lì attendono che gli eventi naturali facciano il loro corso per uscirne quando il pericolo sarà cessato. Senza questi ripari la vita dei villaggi galleggianti non avrebbe nemmeno senso pensarla. Puntiamo verso la Bai Tu Long per vedere i faraglioni: rocher Coc, rocher Cap De, rocher Bo Cua et rocher Vong Vieng. Dopo queste interessanti visite rientriamo sulla giunca per il check out e verso le 11,30 tocchiamo la terraferma dopo essere passati ancora una volta in mezzo alla bellezza di questi acuti rocciosi che emergono dal mare. Il programma prevede un pranzo in ristorante tipico di Halong, dove ancora una volta ci convinciamo delle delizie offerte dal mare.

Concludiamo così la nostra parentesi nel nord del Vietnam. In tre ore e un quarto nette raggiungiamo l’aeroporto di Hanoi. E’ incredibile come le indicazioni siano talmente scarse da non riuscire a trovare subito l’aeroporto. E in fondo stiamo parlando dell’aeroporto internazionale della capitale di un grande Paese emergente, forse non ancora emerso abbastanza da organizzare una segnaletica accettabile. Lungo la strada facciamo una sosta in un tourist center, dove i pullman scaricano turisti provenienti dal mondo opulento per il loro immancabile shopping. Basta una prima occhiata per capire che la fastidiosa aria condizionata viene pagata ad un prezzo troppo elevato in rapporto agli stessi prodotti che si trovano nei vari mercatini. Durante il rientro assistiamo allo spettacolo delle corriere che si sorpassano in continuo per arrivare prima alla fermata successiva ed accaparrarsi i passeggeri che attendono pazientemente. Tutto questo con un sano spirito di concorrenza, senza accesa rivalità ma con grave rischio di incidenti. Lungo il percorso in mezzo ad un paesaggio caratterizzato da risaie vediamo ancora diverse fornaci usate per cuocere mattoni. L’espansione di Hanoi ha un bisogno continuo di laterizi. Nelle vicinanze le donne con i grandi cappelli di bambù seminano a mano, i bufali arano, i contadini tagliano il riso. Mentre rientriamo alcune finissime gocce d’acqua scendono sul parabrezza. Notiamo come si formino immediatamente piccole pozzanghere e questo spiega come il terreno sia poco permeabile e di conseguenza il perché della continue piantagioni di riso. L’aeroporto è decisamente piccolo per una città che in verità continua a spostarsi essenzialmente su due ruote o in treno per le lunghe distanze.

 V o l o H A N O I   -   H U E’ : 17,25 – 18,55 – volo VN 247

 A dispetto di quanto potrebbe far supporre a chi si fida solo del blasone delle grandi marche, la Vietnam Airlines offre un Airbus 321 nuovo con l’assistenza di eleganti hostess abbigliate con l’ao dai. All’arrivo incontriamo la guida che ci accompagnerà nei tre giorni previsti nel Vietnam centrale. E’ un ragazzo dall’aspetto assai informale e si chiama Tuai. Lungo la strada che ci porta all’hotel vediamo dei focolai di carta accesi, con qualcuno che li riattizza costantemente. Scopriamo che è il giorno del plenilunio e in tale occasione i buddhisti accendono dei piccoli falò di carta ed incenso per devozione. Ne vedremo altri con il relativo penetrante profumo alla sera quando andremo in cerca di una cena. La città appare molto più tranquilla, con un traffico più garbato, anche se non ancora in stile occidentale. Le strade sono ampie ed i negozi non arrivano ad invadere tutto il marciapiede come accade invece ad Hanoi. Ci sono 23° di temperatura. Vedremo che la gente appare meno insistente.

 

Hue - (Festival Hotel)




Day 8 : 31 – 12 - 099

Hué: capitale imperiale, tombe imperiali e capodanno al caldo


Hué, la capitale del Vietnam Centrale. Tra il ’75 e il ’90 tutti i vecchi edifici della città furono considerati politicamente scorretti in quanto simbolo della dinastia feudale Nguyen e giacevano pertanto in uno stato di totale abbandono. Durante la guerra antiamericana Huè rimase sotto il controllo delle truppe vietnamite del nord per circa 25 giorni, in occasione dell’offensiva del Tet nel 1968, durante i quali vennero bruciati vivi o picchiati a morte 3000 civili, soprattutto commercianti, monaci buddhisti, preti cattolici e intellettuali, o chiunque avesse avuto legami col governo sudvietnamita. Le vittime furono gettate in fosse comuni, scoperte pochi anni dopo in diversi punti della città. All’interno della cittadella, l’ultimo imperatore, Bac Bao Dai, il 30 agosto 1945 pose fine alla dinastia Nguyen, abdicando di fronte ad una delegazione inviata dal governo rivoluzionario provvisorio di Ho Chi Minh.

Ci svegliamo di buonora per avere una prima impressione di Hué, mentre inizia ad animarsi. Alle 7 siamo già sulla strada che porta verso la cittadella, imboccando l’affollato ponte Phu Xuan. La meta è il museo militare all’aperto dove si trovano i relitti di alcuni carri armati ed altri mezzi d’artiglieria americani. Il tutto è lasciato volutamente in stato di semiabbandono per umiliare moralmente il nemico ed evidenziare chi ha vinto e chi invece è scappato. E’ curioso notare come sulle didascalie che descrivono i mezzi militari riportino americans quando si parla dell’esercito americano e di puppet soldiers (soldati marionette), quando ci si riferisce all’esercito vietnamita del sud. La storia la scrive chi vince: se a prevalere fosse stata la parte opposta ci troveremmo di fronte a carri armati con la stella rossa ed i fantocci sarebbero stati quelli del nord. La verità storica è ancora impregnata dalle appartenenze politiche ed ideologiche, anche se va tenuto conto che il governo sudvietnamita ha sempre e solo vissuto degli emolumenti americani, in un regime di corruzione illimitata e con un esercito totalmente incapace di fronte alla determinazione dei nordisti. Lo stesso presidente Diem ha sempre privilegiato gli interessi personali a scapito di una situazione politico militare che non è mai stata florida. In quanto ad atrocità nessuno si è risparmiato ed entrambe le fazioni in conflitto non hanno lesinato ad andare ben oltre quelli che erano i già alti prezzi di violenza richiesti dalla guerra, anche quando questa è terminata.

Alle 8,15 ci troviamo in hotel con la nostra guida e con lui andiamo a visitare la Cittadella Imperiale con il Recinto Reale, costruita sul modello della Città Proibita di Pechino secondo i dettami della geomanzia cinese (costruita dai primi imperatori Nguyen) e secondo I Ching (il libro dei mutamenti dell’universo) e le regole tra lo Yang (il positivo) e lo Yin (il negativo). Infatti una caratteristica dei monumenti sta proprio nella geometria, soprattutto nelle simmetrie anche degli oggetti esposti. Il francese di Tuai non è impeccabile, ma dimostra una buona conoscenza dei luoghi storici, oltre ad una valida cultura generale a discapito della giovane età. Visitiamo quindi la Città Imperiale e la Città Proibita, che si trova all’interno della prima. La Cittadella è in pieno restauro. Ci viene spiegato come buona parte delle distruzioni sia da addebitare ai bombardamenti americani. Questo è vero, ma senza nulla togliere alla gravità del fatto, la guida scorda di dire che i Viet Cong avevano posto la loro base proprio all’interno della Città Proibita, attirando pertanto le bombe su questa zona. Vediamo inoltre parecchi monumenti che necessitano di un restauro, ma questo è essenzialmente dovuto al clima terribile che caratterizza Hué. E’ considerata la città più piovosa del Vietnam, nella seconda metà dell’anno i tifoni arrecano distruzione e inondazioni e il suo tempo è considerato di regola uno spauracchio per tutti i vietnamiti. Fortunatamente incontriamo invece una giornata di sole, ma l’umidità si fa sentire al di là dei nostri limiti di sopportazione, riducendo la pressione e di conseguenza le nostre forze al minimo. Alla fine quello che si riesce a vedere della Città Proibita risulta essere ben poco, perché i cantieri sono ancora assai indietro e non si tratta di semplice ristrutturazione, bensì di vera e propria ricostruzione, basandosi su antiche cartoline o disegni scampati allo scempio della guerra. Visitiamo il Teatro Orientale, dove avvengono ancora delle rappresentazioni.Ci rechiamo all’imbarcadero, da dove con una caratteristica barchetta a motore ci avviamo sul Fiume dei Profumi (Huong Giang), così chiamato in quanto in un certo periodo dell’anno una specie di alberi lascia cadere i suoi fiori particolarmente profumati e la corrente se li porta via diffondendo un effluvio profumato. In realtà il fiume ha dimensioni molto grandi e crediamo che negli ultimi decenni si possa parlare di odori piuttosto che di profumi. Raggiungiamo via battello la Pagoda della Vecchia Signora celeste Thien Mu. Situata sulla sponda sx., fu costruita nel 1600, è una delle opere architettoniche più famose del Vietnam. Dietro la Pagoda si trova un bel giardino ricco di alberi esotici e bonsai tenuti dai monaci locali. Vediamo la pianta del pepe, del frangipane e l’albero del pane, il pamplemousse (una sorta di pompelmo a forma di pera) ed il jacquier (una specie di durion, il frutto che puzza a tal punto da esserne proibito il trasporto in aereo o il consumo in camera in certi hotels). Dietro il santuario della pagoda di Thein Mu si può vedere l’automobile Austin, con la quale nel ’63 il monaco Tich Quang Duc, si recò a Saigon dove si immolò in segno di protesta contro il regime sudvietnamita e la politica del presidente Diem, dandosi pubblicamente fuoco. Una celebre fotografia del suo gesto venne pubblicata sulle copertine dei giornali e fece il giro del mondo, spingendo altri monaci ad emularlo. Molti occidentali furono scossi, più che dal suicidio in sé, dalla reazione della cognata del presidente, che definì sarcasticamente questi suicidi Barbecue Party.

 Rientriamo a Hué in auto per il pranzo e nel pomeriggio tocca alla visita delle tombe imperiali, che si trovano ad un quarto d’ora dal centro in direzione sud. Iniziamo dal Mausoleo Minh Mang, perfettamente integrato nel contesto naturale e proseguiamo per quello di Khai Dhin. Sorprende in particolare quest’ultimo, costruito circa 80 anni fa in piena epoca di dominio francese, per tumulare l’imperatore fantoccio succube dei colonizzatori europei. Ha delle dimensioni enormi, eretto in stile neoclassico e per certi versi sfiora anche il pacchiano nel voler mostrare una grandeur che non aveva ragion d’essere, visto che i regnanti erano tenuti in carica per pura formalità e per tenere a bada la popolazione. Forse proprio a cercare di smentire questo dato di fatto sta la scenografia dei monumenti. Questo spiega inoltre perché la dinastia Nguyen fosse particolarmente detestata dal popolo, il quale in un’epoca di costanti ristrettezze doveva sottostare ad un doppio giogo e pagarne i rispettivi tributi.

Si rientra in città per affittare un cyclo-pousse e fare un giro nel centro cittadino. Non avevamo mai sperimentato questo mezzo di locomozione che era lo status symbol della classe dominante francese, visto spesso nei film ambientati in Indocina. Lo scopriamo essere nel contempo un bel mezzo per visitare il centro cittadino ma, proprio per il fatto di trovarsi in prima linea di fronte al traffico, trasforma il trasportato in un paraurti per il pedalatore che sta dietro. Forse chi lo ha inventato non ha tenuto conto dell’evoluzione del traffico vietnamita. Abbiamo così una visione del centro di Hué, a partire dalle abitazioni galleggianti su una ramo del fiume, per passare ai quartieri posti all’interno della Cittadella. E’ incredibile il numero di bambini che sgusciano fra le strette vie, a dimostrazione di quanto sia giovane questo popolo.

 Rispetto ad Hanoi, Hué ci appare più vivibile e ancora ricca della passata borghesia francese. Lungo il fiume si incontrano diverse case in stile coloniale appartenuti alla classe ricca. Attualmente sono adibiti ad uffici pubblici dopo la confisca del 1954 e dopo essere state usate dai “fantocci” sudvietnamiti. Molte di esse sono diventate scuole, poiché Hué è la sede delle scuole superiori ed ospedali di riferimento per il Vietnam centrale. A prescindere dalla colonizzazione, la città emana un animo nobile, probabilmente legato al suo recente passato di capitale imperiale.

 Il menu di Capodanno prevede gli involtini primavera con pesce alla moda di Hué, calamari sautée con ananas, maiale al miele, anatra all’arancia, banana e ananas flambé, coppe di vino, caffè vietnamita e tè al loto. Ceniamo nello splendido dehor situato vicino alla piscina dell’hotel, in uno stile sobrio ma di grande efficacia qualitativa. Andiamo a fare una passeggiata in centro per vedere la città nel suo vivere quotidiano, cosa non difficile dal momento che la vita si svolge lungo le strade. Passando di fronte alle vetrine di una banca ed altri uffici , vediamo gli impiegati intenti al brindisi di fine anno. All’esterno si trovano numerose belle composizioni floreali inviate a titolo d’augurio. Stupisce anche in questo caso come il Capodanno solare venga festeggiato in ufficio coi colleghi piuttosto che fra le mura domestiche. Stanchi della giornata ci rintaniamo e quando arriva la mezzanotte brindiamo con una bottiglietta d’acqua ed un occhio già mezzo chiuso. L’altro non tarda a fare altrettanto per trasportarci in un sonno ristoratore.

 Hue - (Festival Hotel)



Day 9 : 01 – 01 - 109

Il Passo delle Nuvole col sole e la perla del Centro: Hoi An

E’ il primo dell’anno, ma a parte gli auguri della guida quasi non ce ne accorgiamo. Il caldo non si addice a certe festività ed oggi sembra un giorno di vacanza come tutti gli altri. Partiamo per Hoi An in una varietà di paesaggi spettacolare. Dapprima lungo il villaggio di pescatori di Lang Co, dove i locali estraggono olio dall’eucalipto e ai lati della strada si vedono molti banchetti che vendono olio, usato soprattutto dalle donne e per proteggere i bambini. Si pescano anche delle perle di scarso valore per farne delle collane e venderle lungo la strada. L’attività principale è la pesca di crostacei e molluschi, grazie alle basse acque della laguna. Più avanti vedremo che i pescatori di calamari in mare aperto usano delle barche molto particolari, sono in realtà delle ceste in bambù a pianta rotonda, senza una prua. Si valica quindi il PASSO DI HAI VAN NAM (Passo delle Nuvole), confine geografico, climatico e culturale tra il nord e il sud del Vietnam. Sostiamo per ammirare dall’alto Danang e sulla famosa “China Beach”, che si estende per oltre 30 km. Abbiamo una fortuna incredibile perché se si chiama Colle delle Nuvole ci sarà anche un motivo e dicono che lo si debba proprio a questa stagione. La giornata che incontriamo è invece delle migliori. Il sole splende e la foschia è ridotta ai minimi termini, lasciando spazio a lunghe vedute tanto a nord che a sud. A testimoniare l’importanza strategica del colle stanno due fortini: uno in mattoni eretto dalla dinastia Nguyen, l’altro dagli americani. Del resto questa è una strozzatura del Vietnam ed il colle rappresenta l’unica possibilità di passaggio al di fuori delle rotte marittime, per quanto non di semplice attraversamento in epoche remote. Anche di recente ha dato parecchio filo da torcere a camion e pullman che si cimentavano nella sua salita con motori poco in ordine. Nel 2005 i giapponesi hanno costruito un tunnel che in 6,3 km porta dall’altra parte e unisce ulteriormente il nord con il sud del Paese, mentre passando per il colle sono 22 km. In realtà il vecchio confine politico correva circa 120 km più a nord in prossimità del 17° parallelo, in quella che veniva chiamata la DMZ (zona demilitarizzata), in realtà una delle zone nelle quali si sono concentrati i maggiori bombardamenti di tutta la guerra. Attualmente attraversano il colle solo moto, auto e autocisterne. Se in questo modo si scongiura il pericolo di incidenti che coinvolgano veicoli carichi di combustibili, il passaggio dal colle di camion in condizioni meccaniche precarie lascia comunque molte perplessità in materia di sicurezza. Scendiamo su Danang (1,1 Mn. abitanti), la quarta città del Paese ed il centro economico del Vietnam centrale, città portuale circondata da montagne. Sede della più grande base militare americana durante il famoso conflitto. Visitiamo il Museo Cham, il più fornito di reperti archeologici del vecchio impero e che raccoglie splendide opere di statuaria importanza di questo popolo che per moltissimi anni rivaleggiò con i Khmer della Cambogia. Ci torna utile per aprirci le idee su quella che era la civiltà Cham, ma soprattutto sulle divinità induiste e, a partire da una certa epoca, anche del buddhismo. Il linga, ovvero il simbolo fallico legato alla fertilità, nella scultura è rappresentato nella parte alta tondeggiante, nella seconda a pianta ottagonale e alla base quadrato. Questo a simboleggiare rispettivamente Shiva, Vishnu e Brahma. Sotto si trova il simbolo femminile che si chiama yoni.

 Appena lasciata la città, in direzione sud costeggiamo una delle spiagge più belle di tutto il Vietnam. In realtà passiamo solo a fianco di una serie di hotel extra lusso, resorts e campi da golf, capaci di far arrivare ricchi clienti occidentali o giapponesi (ultimamente anche cinesi) a beneficio di investitori stranieri. Gli unici soldi che rimangono nelle tasche dei vietnamiti, e forse non restano nemmeno all’interno del Paese, sono quelli delle tangenti che i governanti comunisti incassano per elargire le concessioni. Un monito di come le ideologie, anche le più austere, sovente scendano a patti proprio col diavolo che vorrebbero combattere. Ne deriva uno scempio ambientale irreversibile, in quanto gli hotel vengono a trovarsi letteralmente sulla spiaggia. Conviene a questo punto spendere alcune parole sul sistema politico vietnamita: pur essendo un regime a partito unico, quello comunista, nell’ambito di un sistema autoritario che non ammette deroghe in materia dottrinale, il Paese sta attraversando un periodo di comunismo liberista. Come il vicino cinese, il Vietnam si è aperto agli investimenti stranieri, che arrivano per sfruttare (talvolta il termine risulta più che mai appropriato) i vantaggi derivanti da una mano d’opera a basso costo e l’assenza di leggi in materia di tutela del lavoro. Appare quasi come un’astuzia di chi tiene le redini del potere il fatto che restino comunisti tanto per offrire un velo di contiguità agli ideali della sinistra e per conseguenza non subire gli attacchi dei “moralisti” occidentali. A riprova di ciò si vedono ancora molti cartelli in cui campeggia la faccia smilza di Ho Chi Minh, il padre della Patria, ormai ridotta ad icona ornamentale, dietro la quale si svolge ogni genere di traffico. Ad approfittare di questa situazione è soprattutto Saigon, dov’è arrivata la maggior parte degli investimenti e più predisposta visto il trascorso filoccidentale. Ad Hanoi sembrerebbero voler essere più pudici, ma sembrano non disdegnare anche loro il profumo degli affari. Se da un lato stride, dall’altro si finisce per capire il perché di questo sillogismo tra ideologia comunista – autoritarismo – capitalismo: la possibilità di far soldi senza che altri intervengano a sindacare sulle cose domestiche.

 Costeggiamo le Montagne di granito dove si trovano pagode e templi in un paesaggio surreale. Le “Marble Mountains”, cinque colline di marmo dall’alto delle quali si gode di una vista suggestiva sulle aree circostanti. Sono resti di isole che in tempi remoti rappresentavano i cinque elementi dell’universo: acqua, legno, fuoco, terra e metallo. Sosta in un centro di produzione e, soprattutto, vendita di manufatti in marmo. Una insistente commessa si appiccica a noi e ci ronza intorno nell’inutile tentativo di venderci qualche statuetta. Questo atteggiamento, tipico del sudest asiatico finisce per trasformasi in un elemento dissuasore all’acquisto. Pressati da qualcuno che con le poche parole d’inglese che conosce continua a dirti di comprare questa o quella statuetta, si finisce per dare un’occhiata disattenta e ripartire quanto prima. Gli oggetti sono di per sé molto ben fatti: si va da simboli religiosi buddhisti a quelli cristiani e soprammobili di ogni genere.

 Arriviamo a Hoi An verso mezzogiorno. Lasciamo le valigie in hotel ed andiamo a consumare il rito del pranzo in un ristorantino che si trova di fronte alla città vecchia, a dividerci c’è solo un ramo del fiume. Tanto per cambiare la cucina è squisita.  Iniziamo così la visita di Hoi An, entrando nella città vecchia. Andiamo in una fabbrica dove si tesse la seta, ma soprattutto una sartoria dove si eseguono ricami e cuciono vestiti su misura. Ci viene mostrato come avviene la produzione partendo dai bachi, quindi vediamo dapprima i bachi mentre divorano le foglie di gelso, la formazione del bozzolo (ne esistono di due tipi, bianco e giallo), la filatura, la produzione di tessuti in seta ed infine i vestiti. I bachi vengono nutriti con foglie di gelso ogni 3 ore durante il giorno e due volte di notte. In 10 giorni si ottengono i bozzoli e da un bozzolo messo a bagno nell’acqua bollente per uccidere il baco all’interno si arriva ad ottenere 250/500 metri di filo. Talvolta si arriva anche ad 1 km. Ci viene spiegato che in un giorno si producono 2,5-3 metri di taffetà e 30 cm di seta pura. Far vedere dei musei/fabbrica è un sistema per introdurre clienti in quello che alla fine è un grande negozio, vicino al quale si trova una parte della produzione. Con la scusa di un giro istruttivo, li si fa arrivare nella zona adibita alle vendite e sta poi alle commesse completare l’opera commerciale. Allo stesso modo, nella stessa azienda vediamo anche la produzione delle lampade cinesi, dell’intaglio del legno e della tessitura di stuoie utilizzate in sostituzione dei materassi (per farne una ci vuole il lavoro di due persone per 4 ore). Tutti lavori ormai dimenticati alle nostre latitudini, che pertanto interessano il turista in cerca di acquisti artigianali. Del resto la scarsità di mezzi meccanici fa sì che la maggior parte dei manufatti sia realizzata a mano.Il Ponte Giapponese è datato 1592 ed è caratteristico per la forma arcuata e dal tetto. Vanta una struttura molto solida; i primi costruttori temevano infatti i terremoti. Nel corso dei secoli, gli elementi decorativi del ponte hanno subito poche modifiche, mantenendosi relativamente fedeli al progetto originario e rispecchiando la sobrietà giapponese, in netto contrasto con il gusto vietnamita e cinese per l’eccesso decorativo. Visitiamo il museo delle Ceramiche, la casa dei mercanti nonché tempio della famiglia Tran che contempera tre stili (cinese, giapponese e vietnamita). Andiamo a vedere una casa delle corporazioni, quella del Fukien, più alcune altre che visitiamo per conto nostro una volta congedata la guida.  La via centrale è tutta un negozio, variopinta e molto trafficata da gente a piedi. Vi si vendono soprattutto abiti, stoffe, lampade cinesi e souvenir di basso valore. Verso il fiume Thu Bon si svolge un pittoresco mercato locale, dove si possono scorgere generi alimentari di ogni sorta. A margine, proprio in prossimità del fiume si trova il mercato del pesce. Per trovarlo basta lasciarsi guidare dal naso. In realtà la fauna ittica esposta è molto appetitosa.

 Una cena indimenticabile al Morning Glory suggella questo primo giorno del nuovo anno, dove gustiamo il maccarello (una sorta di sgombro) caramellato con cipolle e ananas, all’interno di un vaso di ghisa. Ulteriore passeggiata per raggiungere l’opificio-negozio dove siamo stati in mattinata e completare l’acquisto di un ao dai. Manca poco all’orario di chiusura delle 22, quando prendono le misure di Bruna. Domattina le lavoranti del primo turno inizieranno alle 8 ed alle 11 tutto sarà pronto. Ci vuole il lavoro di tre persone per tre ore: per tagliare, cucire e ricamare l’abito su misura. Si ripromettono di consegnarcelo in hotel entro mezzogiorno con un’efficienza che ci lascia sorpresi. Andremo comunque a ritirarlo noi stessi.

 Il fiume, assai basso nel pomeriggio, con l’alta marea è giunto a straripare ed invadere la strada che lo costeggia fino a lambire i marciapiedi. Che gli straripamenti accadano con una certa frequenza è testimoniato dal fatto che la casa dei mercanti visitata nel pomeriggio fosse stata costruita tenendo in conto una botola nel soffitto di poco più di un metro di lato per tirare su i mobili e consentire alla famiglia di vivere al primo piano nell’attesa che le acque si ritirassero. I 100 pali che la sorreggono hanno una base in cemento per evitare la corrosione del legno. Durante le emergenze era in grado di ospitare un centinaio di persone. A riprova di questo, nel pomeriggio ci fermiamo in un bar per un frullato e vediamo il livello raggiunto dall’acqua durante le ultime inondazioni di settembre 2009. Segna un metro e ottanta e ricordiamo le notizie che giungevano da nel corso dell’autunno sulle disastrose inondazioni che nel solo Vietnam centrale hanno provocato la morte di più di 80 persone.

Hoi An - (Thuỳ Dương 3)



Day 10 : 02 – 01 - 109

 

Salto nel glorioso passato Champa di Myson e volo a Saigon per il sabato sera.

Oggi il programma prevede la visita del sito archeologico di My Son, situato a 45 km verso l’interno. E’ è il sito Cham più importante del Vietnam, centro religioso ed intellettuale del regno Champa, risalente al IV secolo. Vi si trova la più pregevole concentrazione di torri cham. Dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità, ospita i resti di alcuni santuari ed edifici, molti dei quali distrutti dai bombardamenti americani. Il regno Cham intratteneva intensi rapporti commerciali e culturali con Giava, dove andavano a formarsi gli eruditi. Purtroppo il presente non offre uno spettacolo di continuità con l’illustre storia del sito. Le erbacce si stanno via via impossessando dei templi e le torri versano in condizioni di declino ormai avviato, al quale la guerra ha sicuramente fornito il suo contributo. Va detto comunque che i Cham erano un popolo assai primitivo e poco incline all’estetica. Basti ricordare che, nell’epoca in cui in Europa fioriva il romanico, qui gli archi venivano creati mettendo una pietra che fungesse da architrave. Gli edifici sembrano più degli ammassi di mattoni in rovina che non un luogo dove si è fatta una parte importante della storia vietnamita. Le montagne che circondano il luogo sono ammantate di nuvole che ne tratteggiano le creste, rendendo l’ambiente assai suggestivo. Assistiamo ad un’interessante spettacolo di danze locali e ci avviamo per il ritorno, passando lungo belle risaie e campi di manioca. Vediamo indirettamente anche un funerale: alcune persone vestite con costumi stanno facendo delle sobrie danze di cordoglio. Ad Hoi An noleggiamo una bici e ci avviamo per la spiaggia di Cua Dai, dove facciamo una passeggiata fra i bagnanti. Non avendo il costume ci limitiamo a toccare l’acqua con le mani. Lungo la via del ritorno ci fermiamo in un locale per il pranzo e via per Hoi An in bicicletta, che visitiamo in lungo e in largo usando questo mezzo. La giornata è calda ma non eccessivamente umida. Restituiamo le bici e ci troviamo puntuali per l’incontro con l’autista ed il proseguimento verso Danang, ritornando quindi indietro di 30 km. L’aeroporto è piccolo e non ci sono simboli sulla segnaletica stradale che possano portare allo scalo. Bisogna tassativamente conoscere il vietnamita o avere un autista. Fortunatamente abbiamo il secondo. L’aeroporto consta di due soli gates, ma la puntualità è una certezza, così come lo sono il servizio e la cortesia a bordo dell’aereo.

 V o l o D A N A N G -   S A I G O N : 18,10 – 19,20 – volo VN 327

 Arriviamo a SAIGON dove ci sono 28° e facciamo conoscenza con la nostra guida, una signora di 46 anni mal portati. Fin dalle prime battute ci rendiamo conto come sia già un ambiente molto più caotico o cosmopolita a seconda delle interpretazioni. Cena in un ristorante fin troppo lussuoso per i nostri gusti, dove soffriamo il freddo in virtù di un condizionatore troppo efficiente. Del resto, un locale di un Paese povero e caldo se vuole dimostrare opulenza deve avere dei condizionatori molto potenti per dissipare molte frigorie anche a costo di ammalare i clienti.

 Il menu è buono come in ogni altro ristorante incontrato finora. Si va in hotel per depositare le valigie ed usciamo per scoprire il fascino della città nel sabato sera. Si respira un piacevole aspetto coloniale con ampi viali alberati, tranquilli quartieri residenziali e palazzine neoclassiche. Attualmente rappresenta il cuore industriale e commerciale del Vietnam ed i suoi abitanti sono rinomati per il loro spiccato senso commerciale, nonché per la gioia di vivere, un po’ in antitesi con l’austera Hanoi. Saigon ha un’intensa storia recente ma non trae radici molto lontane, essendo stata costruita negli ultimi secoli dove un tempo sorgeva un’antica città khmer. A prescindere dal giorno della settimana le vie del centro, e non solo, sono dei fiumi dove scorre a ritmo costante un’orda di moto e scooter di ogni genere. Le poche auto sembrano delle barche in mezzo alla corrente delle moto. Anche qui attraversare la strada rappresenta un vero e proprio segno di fede: si avanza lentamente nella speranza di essere evitati. E così di norma accade, fino a diventare quasi un gioco. Il centro città è ancora riccamente decorato per le festività natalizie in un gioco di neon inimmaginabile perfino a noi. Una sorta di Las Vegas impiantata nell’estremo oriente. La religione non ha nulla a che vedere, prendono il pretesto del Natale e del Capodanno solare per emulare il ricco mondo occidentale, quasi fosse un modo per entrare nel club dei Paesi ad economia avanzata. Sia come sia è una bella coreografia che restituisce un carattere allegro ad una città altrimenti divenuta famosa per la tragicità di una guerra. A piedi passiamo davanti all’ex Municipio, attualmente sede dell’amministrazione di tutto il sud del Vietnam. L’illuminazione a giorno lo rende ancora più bello e dicono che sia l’edificio più fotografato del VN. Passiamo di fronte ad un ristorante in cui si ritrovano i rimpatriati che hanno fatto fortuna all’estero. Pare che una piccola percentuale di vietnamiti del sud, sfuggiti alle vendette comuniste dopo la fine della guerra contro gli americani, scappati con quello che avevano addosso con il nome tristemente famoso di “boat people”, abbia fatto successo all’estero ed ora sia rientrata investendo nel proprio Paese natale, senza trascurare di far notare in pubblico il proprio successo. Resta il fatto che la più parte dei fuggitivi è annegata in mare o ha trovato la propria fine fra le malattie e la povertà dei campi profughi allestiti un po’ ovunque. E’ questa l’altra faccia della guerra del Vietnam, quando i vincitori hanno fatto pulizia nel sud del Paese, i cui abitanti avevano l’unico torto di vivere dalla parte sbagliata. Una vendetta cieca contro una fetta del proprio popolo che in molti casi si è conclusa in veri e propri campi di concentramento, in altri in fughe della disperazione e nella migliore delle ipotesi in un ostracismo nei confronti di coloro i quali sono stati in un certo senso conquistati. Ancora oggi fra gli abitanti del nord e il sud del Vietnam non corrono relazioni particolarmente buone, ognuno cercando di mettere in risalto gli aspetti negativi dell’altro. Il fatto stesso che sia stata imboccata una via capitalistica allo sviluppo ha fatto rialzare la testa a Saigon, che per molti anni ha dovuto subire i diktat provenienti dalla capitale. A riprova di ciò sta il fatto che dall’inizio degli anni ’90 la città si può nuovamente chiamare Saigon, prima era proibito nominarla e l’unico nome pronunciabile era quello di Ho Chi Minh City, che comunque resta anche adesso quello ufficiale. Attualmente l’orgoglio sta rinascendo con uno sviluppo che punta più al sud, dove la mentalità è più aperta e filoccidentale. Sembra in ogni caso che le ferite del passato siano state rimarginate, anche se non dimenticate, e l’unità del Paese non sia più minimamente in discussione.

 Dall’illuminazione del Municipio passiamo a quelle dell’Opera per fermarci un istante di fronte all’Hotel Continental. La memoria sembra tornare indietro, immaginando quando questo hotel era una vera e propria pietra miliare per il Vietnam del Sud. Era la base dei corrispondenti di guerra e la storia della guerra è sostanzialmente passata di qui, con i suoi numerosi interpreti. Raggiungiamo la chiesa di Notre Dame, ben illuminata, con un gruppo di fedeli inginocchiati di fronte ad una statua marmorea della Madonna. Non deve stupire questo fermento religioso, poiché sono popolazioni molto legate agli aspetti mistici ed il modo in cui lo dimostrano può anche non rispecchiare quello che osservano i fedeli della stessa religione in un’altra parte del mondo. Le strade si fanno via via meno illuminate e proseguiamo verso il Palazzo Presidenziale, anch’esso carico di storia, in quanto la foto del carro armato che ne sfonda i cancelli è passata alla storia come il simbolo della vittoria vietnamita. Rientriamo un po’ trafelati, ben sapendo che Saigon è una città in cui conviene prestare attenzione ai valori, e ci godiamo un meritato riposo.

 Saigon - (Lan Lan 2)




Day 11 : 03 – 01 - 109

Guerra e pace a Saigon. L'immenso Delta del Mekong, dove le storie dell'Asia confluiscono.

Usciamo dall’hotel alle 8.00 per visitare la Cattedrale di Notre Dame (Duc Ba), eretta nel 1877 in stile neo-romanico. E’ domenica ed all’interno c’è una messa, ma non riusciamo a comprendere il vietnamita. Usciamo vedendo una coppia di sposi intenti a fare le foto di rito. Questi almeno si sposano di domenica, in giro abbiamo visto matrimoni in ogni giorno della settimana. Ci spostiamo sull’altro lato della piazza per vedere l’Ufficio postale progettato da Gustave Eiffel. Un tempo fungeva da stazione, venne successivamente trasformato in posta ed è passato indenne nelle varie epoche, dai muri campeggiano due cartine della parte meridionale del Paese, quella che in epoca coloniale veniva chiamata la Cocincina. Sulla parete di fondo campeggia un grande quadro di Ho Chi Minh, con il suo volto allungato e l’espressione che è un incrocio fra il mistico religioso ed il vate politico: anche il Vietnam con questo quadro sembra avere la sua Gioconda! La guida ci spiega che per diventare impiegati delle poste, lavoro molto ambito, si entra per corruzione. Basta (si fa per dire) pagare 20.000 $ a qualche politico, poi si guadagnano 5/600 $/mese, che rappresentano un buon introito per la media dei lavoratori, infine si ha una pensione che i dipendenti privati invece non hanno. Addirittura i privati quando non lavorano non guadagnano, per questa ragione chi può lavora anche 7 giorni la settimana. Questo spiega il perché dei muratori nei cantieri edilizi di Sapa.

 Il programma subisce una sbandata poiché diciamo alla guida che di mercati per il momento ne abbiamo visti a sufficienza ed intendiamo visitare il Museo dei crimini della guerra, tragica ed eloquente testimonianza degli orrori della guerra. E’ chiaramente di parte e la prosopopea di regime rasenterebbe perfino il ridicolo, non fosse che siamo di fronte ad una catastrofe di dimensioni immani. Il piano terreno mette in mostra le armi e le bombe utilizzate durante il conflitto, mentre il primo piano è un’enorme raccolta fotografica comprendente le immagini più significative e quelle più atroci quali le conseguenze del napalm o dell’agente orange. Una sezione a parte è invece dedicata alle foto scattate dai reporter di guerra. All’esterno sono ben allineate una serie di macchine da guerra: aerei, i mitici elicotteri per il trasporto truppe e lanciamissili di ogni genere. Quando siamo all’uscita ci aspetta un’ulteriore sezione di cui non conoscevamo l’esistenza. Una riproduzione delle celle in cui venivano reclusi i viet cong, una ghigliottina usata ancora durante il conflitto francese e la tristemente famosa “gabbia della tigre”, una gabbia di filo spinato in cui uno o più prigionieri venivano costretti a stare sotto il sole, appena si muovevano venivano feriti dal filo spinato. Una tortura il cui solo pensiero fa rabbrividire. Con una decina di minuti nel traffico che neanche la domenica mattina accenna a diminuire ci spostiamo nella Chinatown di Saigon (il quartiere si chiama Cholon) per la visita al Tempio cinese Thien Hau, la più antica pagoda cinese della città. Molto frequentato da donne che portano le loro offerte votive all’altare della Signora Celeste. Protettrice di mercanti e marinai, ancora oggi è venerata in un mistico ambiente immerso nei fumi dell’incenso. Sulla parete vi sono dei fogli rosa che testimoniano fortuna e prosperità ottenute, sostanzialmente i ringraziamenti dei fedeli che hanno ottenuto qualche grazia. Si dice che nella zona dove si trovano i templi non abbiano luogo inondazioni, terremoti o pericoli di altro genere. Verso la fine del 2006 un terremoto ha causato dei danni nella città, facendo crollare un ponte in costruzione che avrebbe dovuto unire due sponde del Mekong dalle parti di Can Tho. Attualmente viene ricostruito dai giapponesi e la sua inaugurazione è prevista per il mese di marzo. L’imperatore Minh Manh aveva fatto arrivare duemila cinesi a Saigon per aprire i commerci con la Cina. Questi si sono insediati nel quartiere di Cholon, hanno fatto arrivare altri connazionali ed ora sono completamente vietnamizzati, pur rimanendo un quartiere a sé stante rispetto al resto della città. Dal sacro del tempio al profano ma neanche troppo di un laboratorio specializzato nella produzione delle lacche. Ci viene illustrato il processo di lavorazione della lacca, una resina estratta dagli alberi. I tipi di lavorazione sono sostanzialmente tre: usando frammenti di conchiglie marine, frammenti di guscio d’uovo o le copie fatte a pennello. Il procedimento richiede in tutto tre mesi in quando vengono lucidate e quindi apposti vari strati. E’ curioso notare come uno degli artigiani che lavorano all’interno del laboratorio abbia dei lunghi capelli biondi ma nel contempo il suo volto abbia inequivocabilmente dei lineamenti orientali. Avrà circa 40 anni, senza cercarlo ci troviamo di fronte ad uno tanti figli della guerra. In effetti gli americani non hanno portato solo distruzione e morte. In alcuni casi i soldati yankee hanno portato anche la vita e le nuove creature con tratti orientali e capelli biondi sono ormai adulti. Purtroppo in molte situazioni si trattava delle conseguenze di stupri o prostituzione. Ma sono anche nati degli amori fra militari e giovani vietnamite: vogliamo credere che il laccatore sia proprio figlio di uno di questi.

Partiamo verso il DELTA DEL MEKONG attraversando My Tho e Cai Be (90 km da Saigon). A metà strada facciamo sosta in un ristorante creato apposta per soddisfare i palati dei turisti, in un contesto che ben salvaguarda la cultura locale. Nel menu spiccano una carpa impanata, ben presentata su un piedistallo verticale, e un dolce a base di riso fritto che cuocendo viene a formare una palla quasi perfetta. Puntiamo su Can Tho, dove si avverte come urgente il bisogno della costruzione del ponte che colleghi le due rive di questo ramo del Mekong. Nonostante vi siano diversi traghetti che fanno continuamente la spola, il tempo d’attesa dura più di un’ora ma, procedendo molto lentamente nella via centrale di un villaggio sul lato opposto di Can Tho, possiamo ben apprezzare la vita quotidiana, vedendo così la produzione di bastoncini d’incenso messi a seccare (a creare un paesaggio cromatico variopinto) o le contrattazioni delle massaie con le venditrici ambulanti. Vediamo anche gusci di noci di cocco lasciati essiccare al sole, verranno usati come combustibile per la cottura degli alimenti. Commentiamo i costi dei motorini che in numero incalcolabile affollano le metropoli. Un motorino di produzione giapponese costa dai 2000 ai 7000 $, per uno di produzione coreana si parte dai 1500 $, mentre i cinesi iniziano dai 1000 $. Lo scooter è lo status simbol del viaggiare vietnamita e se ne vedono anche di belli nel centro di Saigon, mentre le motociclette sono considerate demodé. Quelle di produzione russa come le Minsk, le usano solo gli anziani nelle rare occasioni in cui si spostano dalla campagna alla città per far compere. 

Sbarcati sull’altro versante, in pochi minuti andiamo a Cai Rang, dove incontriamo il simpatico signore che ci ospiterà nella sua casa per la notte. Parla un inglese discreto per il luogo in cui siamo ed emana una tranquillità e una simpatia da fare invidia. Sulla sua barchetta a motore ci avviamo per i vari canali di collegamento al fiume e con venti minuti di navigazione siamo a casa sua, restando estasiato per il tramonto che colora il grande fiume. Il sole, ormai stanco di avere scaldato la terra con i suoi 35° per tutto il giorno, pare gettarsi nel fiume per fare un bagno rinfrescante, tingendo così del suo colore l’acqua. L’ambiente è spartano come non avevamo ancora provato e ci troviamo a nostro agio più di quanto non fosse stato nella baia di Halong. Gente ospitale, con la quale si riesce persino a scambiare un paio di battute, se non dialogare a lungo. Per quello c’è la nostra imperterrita guida, una sorta di marescialla che pare non amare particolarmente il regime a partito unico di Hanoi. Del resto chi vive a Saigon è un esprit libre e ne va fiero. La nostra stanza non è quello che si può definire di lusso, ma per una notte va più che bene. Sopra il letto c’è perfino la zanzariera. Cena all’aperto e due passi per conciliare il sonno, che non si fa attendere. La famiglia che ci ospita ha creato una sorta di ambiente agrituristico e si può dire che tutta la famiglia lavori e viva su questa attività. Gli spazi sono tutti visitabili, così che andiamo a sbirciare in cucina, dove spiccano tre fuochi su cui vengono posizionati altrettanti wok. I fuochi devono sempre essere dispari, lo dice la tradizione. Hanno appena ammazzato delle carpe e ce le troveremo poco dopo bollite nel piatto. Accompagnano gli involtini primavera e degli altri involtini che dobbiamo fare noi prendendo un foglio di carta di riso al cui interno avvolgiamo insalata, pesce e quant’altro sia stato messo sul tavolo, in una sorta di succulenta “canna” culinaria. Ottima l’anguria coltivata nel terreno del padrone di casa.

Il Mekong percorre la penisola indocinese da nord a sud in direzione sud-est per 4500 km, di cui solo 220 scorrono in Vietnam. Ci vive il pesce gatto, che nei primi sei anni di vita cresce a dismisura e può arrivare fino a 3 mt. di lunghezza e pesare fino a 300 kg. La sua carne, simile a quella del tonno e del pescespada, è molto appetitosa. Il Delta del Mekong si è formato a causa della sedimentazione dei depositi del fiume, un processo che continua tutt’oggi, giacché la zona del delta avanza di 79 mt. all’anno. Il fiume stesso è così ampio da essere interessato da due maree al giorno.

Uno dei più accattivanti spettacoli del delta del Mekong è costituito dalle persone che attraversano gli affascinanti ponti delle scimmie. Questi semplici ponti pedonali a forma di arco sono normalmente costruiti con tronchi irregolari che misurano da 30 a 80 cm. di larghezza e hanno una semplice sbarra di protezione in bambù. Si trovano sospesi ovunque sui canali ad un’altezza variabile fra i 2 e i 10 mt. e collegano minuscoli villaggi della regione con le strade principali. E’ incredibile come la gente del posto riesca ad attraversarli in bicicletta e con pesanti carichi in equilibrio sui pali di bambù appoggiati sulle spalle: cadere da una di queste passerelle di funi potrebbe causare ferite serie, ciò nonostante i vietnamiti le percorrono disinvoltamente e con il sorriso sulle labbra. Il governo ha avviato un progetto per sostituire gradualmente le passerelle con ponti di assi li legno, larghi un metro e più sicuri ma ce ne sono migliaia e ne resterà sempre ancora qualcuno.

 

Can Tho - (presso privati)



Day 12 : 04 – 01 - 109

Mercati galleggianti sul Mekong e via verso il confine con la Cambogia.

Sveglia alle 5,45 per essere pronti un quarto d’ora dopo ed andare con il nostro ospitante a fare la spesa al vicino mercato. Facciamo 400 mt. a piedi ed attraversiamo il canale con un sampano che non offre garanzie di equilibrio, ma il viaggio dura un paio di minuti al massimo. La laboriosità vietnamita vuole che i mercati locali abbiano luogo molto presto, poi ognuno torna alle sue occupazioni e dà inizio alla giornata lavorativa. E’ molto interessante vedere le merci esposte e come sempre è la carne ad attirare il nostro interesse. In particolare questa volta ben esposti in una cesta ci sono pesci d’acqua dolce, rane e degli animaletti squartati pronti per essere cucinati che ci dicono essere topi delle risaie. Come se non avessimo capito bene di cosa si tratta ci viene mostrato un topaccio legato con il filo ad un palo. Se presi vivi, la carne risulta più fresca e prelibata, pertanto i clienti sono disposti a pagare il topo più caro. Vengono catturati con delle trappole e il ragionamento di per se non fa una grinza! Rientriamo alle 6,45 per la colazione, onde imbarcarci ed andare a vedere il mercato galleggiante di Cai Rang. Alla confluenza del nostro canale con il ramo del Mekong veniamo trasbordati su una altra barca e ci avventuriamo per il mercato. Il mercato galleggiante di Cai Rang si trova ad appena 6 km da Can Tho in direzione Soc Trang ed è il più grande mercato galleggiante del delta del Mekong. Si tratta di un mercato all’ingrosso, dove i produttori vengono a portare le loro merci ai commercianti che le venderanno poi al mercato. Si tratta essenzialmente di frutta e verdura, dove le grandi quantità rendono ulteriormente vivi i colori. I trasferimenti da una barca all’altra avvengono passandosi la merce come fossero dei palloni, talvolta anche a due per volta. In mezzo al traffico circolano alcuni natanti di turisti ed una barca-caffè modificata per contenere un pentolone con l’immancabile minestra detta pho ed altre delizie locali per soddisfare i mercanti. Si tratterebbe di scene del tutto normali, non fosse che si svolgono su un fiume. E’ interessante notare come un campione dei prodotti in vendita venga appeso a delle pertiche per richiamare i potenziali acquirenti. Lasciato il mercato risaliamo per via fluviale fino a Can Tho, dove scendiamo e troviamo ad attenderci il nostro autista. Can Tho, città di 150.000 abitanti, cuore economico e culturale del delta del Mekong, collegata da canali e fiumi con i centri principali di questa fertilissima regione. Lungo il fiume incontriamo stabilimenti di produzione delle bevande, trattamento del legname (bambù) ed un seminario cattolico la cui ricca costruzione ci induce a pensare che le elemosine non vengano interamente distribuite rispettando i canoni evangelici. Si dice che circa il 20% della popolazione sia cattolica. Prendiamo la strada verso Chau Doc, passando per Long Xuyen, un tempo roccaforte della setta Hao Hao. Raggiungiamo Chau Doc proprio per l’ora di pranzo, che consumiamo in un ristorante del centro. Non offre grandi aspettative dall’esterno e per la verità i servizi che danno direttamente sulla cucina, non presentano particolarmente bene. La cucina è invece superlativa e ci rifocilliamo a dovere. A questo punto decidiamo di occupare la mezza giornata in modo proficuo. Visitiamo il tempio Caodaista, religione che riprende qualcosa da tutte le principali religioni esistenti, compreso il cattolicesimo. All’interno si fa grande uso di luci al neon e sembra quasi di entrare in un locale di spettacoli. In realtà, al di là dell’aspetto eccentrico il luogo attira rispetto. Al fondo del tempio c’è un quadro con un grande occhio dipinto, si usa sempre quello destro perché si dice sia quello che ci vede meglio. Come in altri templi, all’ingresso si trovano due statue: una a rappresentare il bene, l’altra il male. L’architettura esterna è assai kitsch con colori sgargianti, per niente comuni ad altri luoghi di culto. Ci spostiamo in taxi alla pagoda Tay An, anche questa dipinta a tinte molto vive, con particolare evidenza del colore arancio. E’ un tempio buddhista Teheravada, in cui spiccano i monaci vestiti con tuniche arancioni e la svastica in un’ottica puramente religiosa, origine da cui è nata. L’uso di simboli religiosi per altri fini è assolutamente vietato e punito dalle divinità stesse. Il nazismo si è appropriato del simbolo della svastica e l’ha girato al contrario, doppio oltraggio, ed ha finito per soccombere. Peccato però che molte vite abbiano prima dovute soccombere a causa del nazismo stesso. I bonzi sono vegetariani. Lungo la strada passiamo in mezzo a maleodoranti negozi che vendono pesce essiccato, dai quali risale il nauseabondo odore del mam tom, una salsa di pesce dal carattere molto marcato. Con poco spostamento a piedi ci troviamo nel tempio Chua Xu, dedicato alla Signora Xu, luogo di pellegrinaggio molto frequentato. E’ d’uso che i fedeli, una volta esaudita la richiesta, portino dei doni in segno di ringraziamento. Questi possono essere di vario tipo: dagli omaggi floreali al porcello arrostito (ne vediamo uno di fronte alla statua ed apprendiamo che verrà consumato dai guardiani) fino ad arrivare a veri e propri tesori custoditi nel museo a fianco. Qui spiccano i vestiti , in quanto la dea viene lavata una volta all’anno e vestita con abiti di gran lusso, quindi portata in processione. Si finisce con ori di vario genere, veri tesori dal peso considerevole, per arrivare a perle inanellate in ricchi colliers. A fianco del tempio si trovano due calderoni in bronzo, nei quali vengono bruciate carte e decori usati insieme ai regali per la Dea. E’ lecito chiedere alla divinità di esaudire richieste quali il successo lavorativo o la ricchezza. Torniamo sui nostri passi ed intraprendiamo la salita che porta alla collina Nui Sam, raggiungibile in 400 mt. di dislivello. Dall’alto si ammirano le vaste pianure coltivate a risaia fino alla frontiera cambogiana. La zona è uno dei più ambiti luoghi di sepoltura ed acquistare una proprietà per avere una tomba proprio qui può costare una fortuna. Ma chi può permetterselo fa sicuramente un passo verso la serenità eterna, almeno fino alla prossima reincarnazione. Chi non ha i soldi viene invece cremato e questo costa l’equivalente di 300 $. I ricchi imbastiscono un funerale all’altezza del loro rango: la cassa viene colmata di tè verde e banconote di dollari false, mentre il morto viene vestito con abiti da festa. Tutto questo sommato alla bara, il costo del terreno e a quello della tomba porta le spese anche a 15.000 $. Un funerale spartano non costa meno di 3/4000 $. Sotto la collina ci sono anche parecchie ville che non disdegnano di mostrare la loro ricchezza. Si tratta perlopiù di esuli che hanno avuto successo all’estero ed ora vengono a fare vita da nababbi in questo Paese low cost. Sulla collina si trova inoltre un hotel a 4 stelle in stato d’abbandono, che non ha avuto successo perché troppo distante dal centro città.  Per contro ci viene detto che il tasso di povertà è abbastanza alto e la scuola pare essere stata privatizzata. Pertanto chi vuole studiare deve andare in istituti privati, anche se si tratta di scuole di basso livello. Tutto questo ci appare particolarmente strano, trattandosi di un Paese a trazione socialista. Per giunta la scuola non è più obbligatoria. La signora che ci ha ospitato ieri sera nel delta del Mekong diceva che per far studiare i due bambini deve spendere l’equivalente di 120 $ al mese. Molti frequentano la scuola primaria, alcuni nemmeno quella, dopodiché quasi tutti smettono per andare a lavorare. Le classi di solito sono miste ma gli alunni portano sempre una divisa, particolarmente belle le ragazze che vestono eleganti ao dai bianchi. I più meritevoli hanno invece il diritto di portare una sciarpetta rossa al collo. Un modo come un altro per distinguere i secchioni.

 Ci viene inoltre anticipato che la Cambogia è il Paese più povero dell’Indocina, anche rispetto all’agricolo Laos. Attualmente le relazioni tra Cambogia e Vietnam sono pacifiche, pur essendoci state delle guerre, anche in tempi recenti. Nel 1978 i khmer rossi hanno invaso la zona dove ci troviamo, uccidendo più di mille persone. Dal canto loro i vietnamiti hanno risposto invadendo la Cambogia alla fine dello stesso anno. Ci dicono che la polizia è molto meno fiscale di quella vietnamita, lo vedremo domani. Mentre passeggiamo con la nostra guida per ritornare alla base sentiamo il gracchiare degli altoparlanti diffusi ovunque. Diffondono notizie e riportano di un incidente, affinché serva da esempio per ridurre la velocità. Lezioni di educazione civica diffuse con mezzi inusuali…

 Alle 19 andiamo a cena nello stesso posto dove abbiamo fatto pranzo, stavolta gustiamo le rane locali. Passeggiata sul lungofiume e rientro in hotel a piedi con un’ulteriore camminata defatigante.

Nella zona si incontrano i tipici villaggi galleggianti del Delta con i loro ricchi allevamenti di gamberi.  La più alta concentrazione di “case galleggianti”, con le gabbie per l’allevamento dei pesci, si trova proprio sulle sponde del fiume Bassac a Chau Doc, vicino alla confluenza con il grande Mekong. Queste costruzioni che galleggiano su bidoni in metallo vuoti non servono solo da abitazione ma sono anche una fonte di sostentamento per i residenti. Al di sotto di ogni casa vengono infatti sospese delle reti metalliche nelle quali si allevano i pesci, che in questo modo crescono nel loro habitat naturale. La famiglia li nutre con qualsiasi cosa passi tra le mani, per poi pescarli con facilità. Gli allevamenti forniscono il 15% della produzione ittica complessiva del Vietnam e quest’attività è molto diffusa nella provincia di An Giang, al confine con la Cambogia.

Vi sono tre Buddha maschili e 4 femminili. Questa è la ragione per cui normalmente le pagode hanno sette piani. Il terzo Buddha, quello del futuro, è solitamente rappresentato dal bambino pingue che ride. Distinguere i templi sembra essere molto semplice: il rosso e il giallo stanno per il buddhismo, il rosso puro per il confucianesimo, il blu invece per il taoismo. Infatti il Caodaismo recepisce tutti i tre colori, dove il giallo viene attribuito al buddhismo, rosso al confucianesimo e blu al taoismo. Avalokitheshvara è una divinità femminile induista ed ha tante mani all’interno delle quali si trovano tanti occhi che stanno a dimostrare che lei può fare e vedere tutto. Ha sacrificato un braccio ed un occhio per darli al padre, tant’è che ha tre teste verticali che vanno moltiplicate per altre tre teste orizzontali. In cima sta il padre. Questo perché un po’ tutte le religioni presenti in Vietnam hanno mutuato dalle credenze preesistenti la venerazione degli antenati, collegato ad un grande rispetto verso gli anziani. Infatti non vengono abbandonati a se stessi una volta impossibilitati a condurre una vita autonoma (non esiste la pensione) e nemmeno possono essere messi in un ospizio. Non occuparsi di loro sarebbe assolutamente contro la morale e pare essere anche contro la legge. Esistono 5 tipi di amore: quello paterno, fraterno, coniugale, materno e quello filiale. Quest’ultimo viene considerato il più importante in quanto i figli devono obbedienza assoluta agli anziani. Il taoismo in particolare si basa proprio su questo concetto.

 

Chau Doc - (Chau Pho)



Day 13 : 05 – 01 - 109

Phnom Penh arrivando dal Grande Fiume. Cambogia: dura realtà.

Oggi il programma ci dice che dobbiamo dare addio al Vietnam ed iniziare l’avventura cambogiana. Con un po’ di nostalgia lasciamo questo Paese dopo due settimane. Lo immaginavamo molto diverso, ma è riuscito invece ad ammagliarci e a convincerci che l’anima di un popolo non può essere distrutta dalla rudezza delle guerre. E’ forse ora che anche noi iniziamo a vedere questo Paese in un’ottica diversa, non abbinarlo automaticamente alla parola guerra bensì a legarlo ad una tradizione che va molto più in là e che lo rende con buona ragione fiero di sé stesso.

 Alle 8,00 lo Speedboat lascia l’attracco del porto fluviale di Chau Doc alla volta di Phnom Penh. In realtà si tratta di una falsa partenza perché, dopo un quarto d’ora di viaggio il comandante si accorge di aver dimenticato il proprio passaporto e pertanto si deve fare marcia indietro. Seconda partenza, questa volta quella buona. Dopo un’ora di navigazione raggiungiamo il confine. Sostiamo in due punti diversi: il primo presso la dogana vietnamita, dove ci viene rilasciato il visto cambogiano ed il secondo per il controllo doganale. Il tutto richiede circa un’ora di tempo in pratiche burocratiche, anche grazie ad alcune viaggiatori che non avevano la documentazione in regola. Sul battello siamo una ventina di persone, esclusivamente turisti a rappresentanza di quasi tutto il mondo.


Valicata la frontiera con la CAMBOGIA il resto del viaggio prosegue molto tranquillo risalendo il Mekong ed in quattro ore nette raggiungiamo la capitale cambogiana, passando per pianure di terra rossa attraverso lo stupendo paesaggio fluviale con colture e villaggi che si affollano sulle rive, dove il fiume le solca con la sua maestosità. Dei pescatori sui loro sampani gettano le reti ed attendono il momento giusto per sollevarle con dei pesci dentro. Il grande fiume è ormai stanco del suo lungo percorso fra 6 stati e si appresta a compiere gli ultimi 200 km per andare finalmente a buttarsi nel Mar Cinese Meridionale. Per fare questo però decide di dividersi in due rami, che diventeranno 9 poco prima della foce. L’acqua è sempre scura, impregnata com’è del limo trasportato a valle. E con esso la storia dell’Indocina, a partire dalla montagne Himalayane. E’ curioso notare come le piante che galleggiano sull’acqua (water crest) siano soprattutto presenti in prossimità dei maggiori centri abitati, quasi a sottolinearne la ricchezza organica se non proprio l’inquinamento. Non ci sono ponti fino a Phnom Penh e anche i traghetti (così come il traffico) sono abbastanza rari. Uno di questi si trova proprio a Neak Luong, sito di un bombardamento americano testimoniato nel film Urla del Silenzio. Provocò 137 morti e 268 feriti: si trattò di un errore dell’aviazione degli Stati Uniti nel tentativo di bloccare l’avanzata dei khmer rossi.

 L’approdo a Phnom Penh arriva in mezzo alla confusione di scaricatori che a tutti i costi vogliono appropriarsi della tua valigia per ottenere una ricompensa una volta portata sulla banchina. A seguire pranziamo in un ristorante posizionato in riva al fiume con uno splendido dehors, in stile orientale adattato ai gusti occidentali, così come lo sarà anche la cucina, comunque di ottima qualità. Nel frattempo facciamo la conoscenza con la nostra guida, un ragazzo di 25 anni dai modi molto raffinati ed una cultura da far invidia ad insigni professori. Sono ormai le 15 quando ci avviamo in direzione nord-est in direzione di Khompong Thom. Lungo la strada ci fermiamo per vedere la cosiddetta Spiderville. In realtà il paese si chiama Skuon e va famoso perché al mercato locale vengono cucinati e venduti i ragni. In realtà non ci sono solo questi, in quanto possiamo ammirare anche cavallette ed altri insetti. Il tutto ha un aspetto gradevole anche se non si può definire appetitoso. A rovinarlo sono le mosche che ronzano sopra e dentro i vassoi ed i locali che li toccano con le loro mani sporche. Pare che i ragni si trovino allo stato selvatico all’interno di buche e vengano attirati verso l’esterno con degli stratagemmi, per poi ucciderli e cucinarli.

 La guida ci racconta la storia dell’apocalisse cui sono stati artefici i Khmer Rossi, quando dopo la presa di potere del 17 aprile 1975 hanno svuotato completamente le città, con la scusa di un imminente bombardamento americano. In realtà si stava per mettere in atto una folle teoria che voleva il Paese unificato nell’uguaglianza contadina. Non dovevano esistere città e tutto il popolo doveva spostarsi a vivere nelle campagne e da lì trarre il necessario per vivere. E’ interessante ascoltare da un cambogiano, per quanto giovane, le nozioni dell’ideologia, delle ragioni e degli appoggi esterni di cui hanno goduto. Sostiene che la liberazione da parte del Vietnam sia da valutare in modo positivo. Molto meno positivo è il fatto che vi siano rimasti dieci anni, considerando la Cambogia come una colonia a tutti gli effetti. La situazione si è normalizzata solo dal 2000, in quanto dopo il decennio vietnamita, gli anni ’90 sono stati costellati dalla guerriglia e dagli attentati che i khmer rossi hanno continuato a perpetrare uscendo di tanto in tanto dalla foresta dove avevano riparato e da dove governavano intere regioni. Ad una tale situazione si è potuto porre fine soltanto evitando cambiamenti e mantenendo un avvilente status quo. Il partito che sostanzialmente è sempre rimasto al potere altro non è che una versione edulcorata dei khmer rossi e lo stesso presidente Hun Sen vi ha militato. Questo significa che non vi è stata una vera giustizia e nemmeno un’epurazione. I criminali circolano perlopiù liberi e se c’è stata giustizia, questa è avvenuta tra i khmer rossi medesimi, che in un’implosione di violenza si sono uccisi fra di loro in faide interne. Una “vittima” di queste vendette è stato proprio Pol Pot, il capo, detto anche Fratello numero uno, vissuto molto tempo a Parigi per formarsi negli studi ed applicarli negli anni ’70 nel proprio Paese. Il suo nome pare derivi da Political Potential. In effetti il suo potenziale politico lo si è visto fin troppo bene. L’attuale governo offre una parvenza democratica. Esiste un partito (quello Popolare Cambogiano, KNK) che ha avuto l’80% dei consensi alle ultime elezioni, le prossime saranno nel 2013. L’opposizione è rappresentata dal Funcipec, di estrazione monarchica. E’ curioso notare come ci siano molti cartelli pubblicitari fissi dei due partiti lungo le strade. In realtà si tratta di un regime corrotto che sta cercando di avere un comportamento filoccidentale per ottenerne dei benefici.

La bandiera con l’effige di Angkor è abbastanza recente. Negli ultimi decenni sono state cambiate diverse bandiere, quest’ultima sta resistendo da quando sono caduti i khmer rossi. La guida ci racconta come la sua famiglia vivesse nella capitale al momento della presa di potere da parte dei comunisti ed ha pertanto dovuto emigrare verso la campagna. Hanno cercato di tornare al paese natale, ma sembra che non fosse possibile muoversi. Non esistevano mezzi di trasporto, la malnutrizione rendeva tutti più deboli ed il numero di persone che affollavano e vivevano sulle strade era tale da rendere gli spostamenti quasi impossibili. Per compiere un viaggio di una ventina di km in quel periodo c’è voluto un mese di cammino. Sostiene che riuscivano a percorrere anche solo 150/200 mt. al giorno. Come visto nel film Urla del Silenzio, chi aveva un titolo di studio cercava di andare in zone dove non era conosciuto, per evitare che la delazione li indicasse come intellettuali (parliamo di insegnanti, medici, infermieri, ecc.) e venissero uccisi. Questo però si verificò solo in un secondo tempo. L’idea dei khmer rossi era di sterminare coloro i quali sapevano in qualche modo ragionare con la loro testa ed essere potenzialmente pericolosi per il regime. Dopo aver svuotato le città, chiedevano chi conosceva le lingue, fosse dottore o avesse qualche titolo di studio, per farli rientrare nelle città e preparare la nuova civiltà che sarebbe dovuta nascere dal regime polpotiano. Una volta che questi alzavano la mano venivano presi, caricati su dei camion ed uccisi a poca distanza dal villaggio. Solo più tardi ci si accorse di questa situazione e ognuno cercava di tenere i propri segreti, per questa ragione era meglio se si viveva in un luogo sconosciuto. Secondo la menzogna di governo, la capitale Phnom Penh doveva essere evacuata per soli due o tre giorni onde vanificare il bombardamento americano, che non era nemmeno stato preso in considerazione dall’esercito statunitense. Era solo una scusa del regime per creare un nuovo sistema in cui si diceva che saper coltivare il riso era l’unica cultura necessaria. Questa situazione è durata 3 anni 8 mesi e 21 giorni. Scopriamo come proprio dopodomani, 7 gennaio, sia festa nazionale per ricordare la liberazione dal regime dei khmer rossi. L’età media della popolazione si aggira sui 58 anni per le donne e 54 per gli uomini. La causa maggiore di mortalità infantile, che raggiunge quasi l’1%, è dovuta alla diarrea causata da condizioni igieniche terribili. La malaria continua ad essere un’altra forte causa ed è purtroppo in aumento. E’ emblematico notare come il 50% della popolazione sia al di sotto dei 23 anni: questo spiega la moria che c’è stata nella generazione adulta e non stupisce il fatto che molti minorenni lavorino come camerieri o abbiano altre occupazione. Senza di essi non esisterebbe nemmeno la pur scarsa economia attuale. Alla sera ci fermiamo al Khmer Homestay Village di Baray, un villaggio semituristico gestito da gente del luogo, i cui proventi finiscono per finanziare le attività della comunità locale. Il tutto viene gestito con una cordialità che non ha pari e in un ambiente davvero selvaggio. I servizi sono spartani ma accettabili, soprattutto se si vede che l’acqua viene incamerata dalle piogge, non esiste elettricità se non grazie ad un generatore diesel che si spegne verso le 22, l’illuminazione nelle palafitte si ottiene collegando le pinze ad una batteria a 12V da 70 Ah. E ci sarebbe ancora molto da dire sulla rusticità del luogo. Il solo fatto di dormire dentro palafitte come dormono gli indigeni e non fatte per assecondare i desideri dei turisti riesce anche solo per un giorno a dare l’idea di cosa possa essere la vita da queste parti. Il canto dei grilli è una costante, mentre ci corichiamo su un materassino appoggiato sul pavimento fatto in canne di bambù e sopra di noi a proteggerci dalle zanzare scende una zanzariera dal soffitto. Le travature del tetto sono in tronco di bambù mentre la copertura è in foglie di banano. Fra le pareti ed il tetto esiste uno spazio aperto di circa 30 cm per consentire una maggiore ventilazione e ridurre l’impatto del caldo, che qui dura tutto l’anno. Per la stessa ragione le case vengono costruite su palafitte: la parte inferiore serve per le operazioni domestiche all’ombra, in un estremo tentativo di ridurre l’impatto del caldo. Dove non ci sono case a palafitta vengono costruite delle verande o pergolati per ottenere almeno un po’ di ombra e conseguente ventilazione. La cena e la colazione si trovano in un’altra proprietà dell’Homestay a circa due km di distanza. Ci tengono a farci notare come i pesci vengano pescati da gente del villaggio, così come le verdure arrivino dal mercato locale. Vantano di aver avuto ospiti di 30 nazionalità diverse. Il comfort è ancora altra cosa ma l’esperienza è delle più valide, incluso lo spettacolo di bambini che improvvisano danze apsara, nelle quali veniamo coinvolti fra il divertito e il ridicolo. Resta la ferma volontà dei loro animatori di far crescere i giovani in un ambiente sano. A differenza del Vietnam la scuola non è a pagamento. I bambini frequentano quella primaria. Altro discorso sono le scuole superiori e l’università, per le quali occorre recarsi a Phnom Penh, dove i costi lievitano. Anche qui gli alunni vestono l’uniforme.

Il traffico è molto più limitato. Ci sono mezzi di trasporto di ogni genere, fino a rasentare il paradosso. Soprattutto si vedono meno motorini, evidente segno di un benessere non ancora arrivato fin qui. Parecchie biciclette e molta gente a piedi. A prima vista la Cambogia ci sembra molto più povera del Vietnam ma più ordinata. La minor densità sicuramente aiuta, ma c’è qualcosa che rende questo popolo un’entità distinta da quello confinante.

 

Baray - (Khmer Homestay Village)


Day 14 : 06 – 01 – 109

 Verso nord fino alle porte di Angkor. Il sito di Roluos e Siem Reap, turismo chic.

 Alle 4,30 i galli iniziano il loro concerto, con il nostro rammarico di non averli messi in pentola la sera prima. Il riposo è piacevole ma non particolarmente rilassante visto l’esile materassino che sta fra la nostra schiena e il pavimento in bambù. Alle 6.30 abbiamo appuntamento con la guida per recarci alla colazione. Da lì partiamo alla volta di Siem Reap, non prima di aver visto il rilievo di Phnom Santuk, luogo sacro per i Cambogiani che eressero una venerata pagoda dalla quale si gode un’ampia vista sulla pianura circostante. Sono 809 gradini (200 mt. di dislivello) che si salgono velocemente su una scalinata che porta direttamente alla cima, contornata su entrambi i lati da naga (serpenti mitologici) sorretti da personaggi appartenenti anch’essi alla mitologia religiosa. Sopra si trova un tempio in ristrutturazione e un’ottima vista verso le campagne sottostanti.

 Vediamo esserci molto fervore religioso, confermato dalla presenza di molti monaci in giovane età e la ricostruzione di parecchi templi e pagode. La nostra guida è stato per 5 anni monaco buddhista. Ci spiega alcune differenze fra il Tehravada e il Mahayana. Sembra che il primo discenda dall‘Himayana. Entrambe le correnti si sentono detentrici della verità buddhista anche se per sua stessa ammissione il Tehravada ha maggiori influenze induiste. Esistono comunque forti influenze animiste, per esempio nella venerazione di grandi alberi. Questo spiega gli incensi messi a bruciare alla base o sul tronco di alcuni alberi. Vengono anche venerati dei fiumi o altri soggetti inanimati di grandi dimensioni fisiche. Lungo l’antica “via Reale” si passa sul famoso ponte di pietra costruito dal re Jayavarman VII, in realtà oggi stato sostituito da uno più moderno su cui scorre la statale NH6, ma il vecchio ponte in laterizi continua a far bella mostra di sé ancora dopo mille anni.

Poco prima di mezzogiorno arriviamo a Siem Reap, facciamo conoscenza della guida, pausa pranzo e, sotto un sole cocente ci avviamo a conoscere quello che si potrebbe definire l’antesignano di Angkor. Infatti, tornando indietro sulla NH6 per 13 km ci troviamo nel Roluos Group composto da Preah Ko, Bakong e Lolei, templi del 9° sec. Si tratta di un sito archeologico fondato prima di Angkor: il primo è composto da poco più di quattro pietre ammucchiate, il secondo ha la parvenza e anche la maestosità di un tempio su 5 livelli. All’interno dei templi si trovavano un linga e un yoni. Si vedono anche mancorrenti formati dai naga, i serpenti mitologici. Di fronte ai templi si trovano anche molti nandin, statue in pietra di tori, anch’essi provenienti dalla mitologia indiana. Lo stesso vale per gli uccelli posti sopra delle colonne. La temperatura è di 35° con umidità fortunatamente bassa. Comunque non è semplice girare sotto il sole. Alle 15,45 siamo in hotel per andare a fare un giro in centro. SIEM REAP è una città che si è sviluppata unicamente grazie al tesoro di Angkor e presenta un’opulenza inusitata per quella che è una delle regioni più povere della Cambogia. Ci dicono esistere 10 hotel a cinque stelle e comunque tutto si basa sul turismo. Il centro è formato da due vie piene di ristoranti, ma riesce ancora a dare una buona immagine di spirito orientale. Ceniamo al Cambodian Barbecue, dove ci cimentiamo con serpente e calamari, su un originale barbecue poggiato sul tavolo già predisposto Il sistema per cucinare è molto semplice quanto intelligente. Sopra un vaso di terracotta ricolmo di tizzoni ardenti viene messa una base leggermente conica, nella cui parte bassa si mettono le verdure crude con aggiunta di acqua per lessarle. Nella parte superiore si mette la carne che cuoce direttamente sulla piastra lasciando cadere il sugo sull’acqua della verdura, insaporendola.

 E’ curioso notare come i diritti di fare da guida vengano dati come licenza e, chi come la nostra guida può esercitare nella capitale, non lo può fare invece ad Angkor, salvo prendere un’altra licenza. Così assistiamo allo spettacolino di guide che si scambiano i clienti, salvo tornare a riprenderseli una volta rientrati nel loro “territorio”. Sotto la parvenza di una miglior specializzazione c’è da vedere invece una sorta di lottizzazione per dividere fra tutti i soldi provenienti dai turisti. Prima di recarci a Roluos andiamo a prendere i biglietti per la visita di Angkor prevista domani, il cui costo è di 40$. Non sarebbe niente se non venissimo poi a sapere che solo il 10% di questi va a finire per spese di restauro dei siti. Il resto viene ingerito dalle casse statali, ma soprattutto da chi tali casse le gestisce. Tanto ai restauri ci pensano gli enti di cultura provenienti da altri Paesi, come vedremo in seguito.

 

Siem Reap - (Angkor Way)



Day 15 : 07 – 01 – 109

 Angkor: il mito del più grande sito archeologico del mondo

Oggi è finalmente il grande giorno della scoperta (almeno da parte nostra) dei tesori archeologici di ANGKOR. Alle 8 siamo pronti per partire e dopo pochi minuti valichiamo l’ingresso. E’ la più estesa area archeologica del mondo dove gli archeologi classificarono 276 monumenti di primaria importanza. Templi muschiosi sorretti dalle radici di alberi secolari, antiche pietre scolpite di figure danzanti che sembrano animarsi allo scintillio dei primi raggi di sole che filtrano dalle liane, torri che si riflettono orgogliose in immoti specchi d’acqua o che bruciano in tramonti rosso fuoco. Capitale dell’impero Khmer dal 9° al 15° secolo, i cui templi testimoniano ancora oggi la potenza e la gloria raggiunta da questa civiltà nel passato, molti dei quali giacciono ancora nascosti nell’intrico della vegetazione. Entriamo dal South Gate con un ingresso imponente e due naga che corrono lungo il parapetto verso il lago artificiale. Andiamo subito a vedere il complesso di Angkor Thom. Il mattino presto è il momento migliore per visitarlo. Si tratta di una città fortificata costruita verso il 1180. Imponenti mura e splendide porte monumentali erette alla fine del XII sec. (1181 – 1220) da Jayavarman VII. Se Angkor Wat è il capolavoro dell’Induismo classico, Angkor Thom testimonia il passaggio ad una ispirazione di segno diverso, quella del Buddhismo mahayana, maturata dopo la catastrofe del 1177, quando Angkor fu sommersa dall’invasione dei Cham provenienti dall’attuale Vietnam. Portavoce di questo cambiamento fu il Re Jayavarman VII che ristrutturò completamente Angkor e, con una febbrile campagna edilizia dal 1181 al 1220, edificò la cittadella fortificata di Angkor Thom, che significa “città che sostiene il mondo dandogli la propria legge”.

  • Iniziamo dal bellissimo tempio Bayon, al centro del quadrilatero fortificato, dedicato al Buddha, caratterizzato da bassorilievi di enorme realismo con gli grandi volti in pietra, inquietanti nel loro sorriso enigmatico, che hanno creato il “mito” di Angkor, fanno corona a 54 torri-santuario al culmine di ognuna delle quali quattro enormi volti in pietra, orientati sui punti cardinali, proiettano l’immagine del bodhisattva Lokeshvara. E’ il più enigmatico e suggestivo fra tutti i templi eretti dai Khmer. Entriamo dalla porta sud e facciamo il giro dei primi due livelli, prestando molta attenzione alle storie epiche e di vita quotidiana narrate dai bassorilievi.
  • Proseguiamo verso due templi-montagna di costruzione anteriore, il Baphuon (1050), di forma piramidale e dai bei decori e il
  • Phimeanakas (968). Il primo lo vediamo dall’esterno in quanto è in corso una ristrutturazione, mentre del secondo scaliamo le ripide scale di pietra per goderne del bel paesaggio sottostante. Quest’ultimo era la residenza della famiglia reale, mentre il Bayon era unicamente adibito a tempio.
  • Segue il Preah Palilay, un tempio molto semplice, e il
  • Tep Pranam, dove si trova un Buddha alto circa 4,5 mt.
  • Terrazza del Re Lebbroso, piattaforma di 7 metri di altezza sulla quale è collocata la presunta statua del fondatore di Angkor, morto di lebbra secondo la leggenda.
  • Terrazza degli Elefanti, un tempo usata come tribuna e così chiamata perché decorata da una parata di pachidermi.

 Pranzo in ristorante posto proprio di fronte all’Angkor Wat e nel primo pomeriggio, mentre buona parte dei turisti siede con le gambe sotto il tavolo ed il sole splende torrido nel cielo, ci portiamo verso quello che fra tutti i templi è sicuramente il più celebrato, l’

  • Angkor Wat, è l’immagine che si vede ovunque ed è quella che ha creato il mito di Angkor, il capolavoro indiscusso dell’architettura e dell’arte khmer. Con 1200 mq. di raffinati bassorilievi è l’emblema della Cambogia ed è il simbolo dello stupendo Medioevo del Sud-Est asiatico. Immenso tempio dedicato a Vishnu, costruito verso il 1115, l’imponente struttura a 3 piani è il simbolo nazionale rappresentando l’unità del popolo cambogiano. Lo stesso complesso è raffigurato sulla bandiera del Paese. Il tempio venne fatto costruire dal Re Suryavarman II (1113-1150), il “re protetto dal sole” che volle farne il suo mausoleo. La sua costruzione iniziò nel 1122 e terminò nel 1150, l’anno della sua morte. Angkor Wat occupa un’area di 2 milioni di metri quadri, circondato da un fossato largo 200 mt., le cui sponde erano ricoperte di gradinate. Misura un perimetro esterno di 1800 mt. per 1300 e il santuario centrale ha una superficie di 215 mt. per 186 e culmina con il raffinato profilo delle cinque torri santuario che dominano il paesaggio. E’ l’unico tempio rivolto ad Occidente, in direzione del tramonto, sulla via dei morti. Eretto quando in Italia si consacrava la cattedrale di Pisa e a Parigi si costruiva Notre Dame, presenta una impressionante decorazione di km di bassorilievi scolpiti sulle pareti, nei porticati e nelle gallerie, che illustrano con incredibile ricchezza e vivacità le scene principali dei poemi epici indiani. Percorriamo le gallerie ovest e sud, costellate proprio dai bassorilievi, per portarci al secondo livello e fare il giro intorno al lato sud. Si passa per le quattro vasche simmetriche per le abluzioni, la hall of echos e si rientra. Vicino all’ingresso si vede un pilastro crivellato di colpi di arma da fuoco durante la guerra civile.

 Per meglio vedere le armonie di Angkor Wat a pochi km c’è una mongolfiera che si alza di ca. 200 mt. ed è l’occasione per una magnifica veduta dall’alto. A seguire noleggiamo un tok tok per fare il little circuit, ovvero: 

  • Preah Kravanh del 921: cinque santuari dalle eleganti forme dedicati al culto del dio Vishnu / Shiva.
  • Monastero di Banteay Kdey, ovvero la cittadella delle celle, costruita dal re Jayavarman VII alla fine del XII sec. e dedicato al Buddha Lokesvara; si tratta di un lungo corridoio con vani che adducono l’uno nell’altro.
  • Il Ta Keo, dedicato al culto di Shiva. In pietra grigio verde, del 970 circa, ha 5 alte torri ed è singolare perché non è decorato da sculture e bassorilievi. Saliamo tre rampe di scalini in pietra, ripidissimi.
  • Mentre il sole si appresta a scendere vediamo il Thommanom illuminato a perfezione.

 I templi venivano costruiti usando della dura laterite nella parte interna a sostegno e dell’arenaria all’esterno, di più facile scolpitura. Molti bassorilievi (tanto a Bayon che nella Terrazza degli Elefanti o ad Angkor Wat) non sono terminati. Il che lascia pensare che quando tutto è stato abbandonato vi fossero ancora delle opere in corso. In ogni caso le prime opere sono state ispirate alla religione induista, Bayon è stato costruito da Jayavaraman VII, il quale aveva abbracciato il buddhismo Tehravada, salvo il suo successore tornare all’hinduismo e pertanto modificare i bassorilievi e distruggere tutto quanto sapeva di buddhismo. Tutti i restauri in corso sono sponsorizzati dall’Unesco, Francia, Svizzera, Giappone, USA, India, ma in nessun caso è parso che la Cambogia offra un supporto per restaurare i propri monumenti storici. Con il tok-tok e la sua simpatica guida rientriamo verso il punto d’incontro con i nostri numi tutelari, mentre il sole ha ormai iniziato la sua discesa finale verso il tramonto. Per meglio goderne i colori e le emozioni ci portiamo sul Phnom Bakheng, una collinetta alta 65 metri, il più antico dei templi, dell’890 circa, che permette la vista panoramica di tutta la zona di Angkor. E’ una delle tre colline in cui il primo re, dopo aver spostato la capitale in questi luoghi, vi fece erigere dei templi. Le altre due sono Phnom Kulen più a est e Phnom Krom a sud, vicino al Tonle Sap. Dalla punta si gode anche di una bella vista sul Western Baray, grande lago artificiale fatto scavare nei tempi per avere una riserva di acqua da usare nella coltivazione del riso. Alle 17,40 vediamo il grande astro calarsi dietro la giungla in un iride di colori caldi e per oggi possiamo con legittima stanchezza salutare il sito di Angkor. Rientriamo nel XXI secolo e veniamo letteralmente proiettati in un ambiente diametralmente opposto. La cena ha infatti luogo in un ristorante (l’Amazon Angkor) da grandi ricevimenti, i cui tavoli si trovano sotto il palco dove ha luogo uno spettacolo di danze apsara, le ninfe celesti del paradiso indù simbolo di eleganza e maestria nella danza. E’ il classico clima turistico dove signore di classe sfilano con abiti da sera per nulla adatti a quanto le circonda. Il buffet è buono, per quanto adattato ai palati di tutti i turisti, siano essi orientali che occidentali. I balli sono splendidi e riprendono in tono di maggior professionalità quanto avevamo già visto e vissuto a Baray. La semplicità dell’ambiente e le motivazioni dei bambini ci fanno comunque preferire la simpatia di questi ultimi. Non riusciamo a farci piacere solo la musica cambogiana: si tratta di nenie ripetitive e per nulla orecchiabili, fino a rasentare un vero e proprio fastidio. Stiamo al gioco e recitiamo la parte dei signori in questo posto da turisti davvero per caso.

Ma Siem Reap è anche e soprattutto questo e non occorre essere grandi osservatori per rilevare che vedere questa città non significa la Cambogia. Del resto se passano per Angkor 2,5 milioni di turisti all’anno, in un Paese fra i più poveri del mondo, ci sarà anche più di una ragione per sfruttare al meglio tutta la ricchezza che questo genera. Resta il rammarico di come le ricchezze vadano a finire nelle mani di pochi. Come visto, solo il 10% degli introiti per i siti di Angkor finisca per opere di restauro. Il resto, ben che vada, finisce per restaurare le ville dei pochi ricchi, ma di una ricchezza che non teme la concorrenza con i nostri magnati. Del resto la città è un’isola nel deserto della miseria. Non che gli abitanti vivano bene, ma il grasso turista che viene qui trova tutto per i suoi denti. Ci saremmo aspettati un genere turistico più impostato sull’avventura o sulla ricerca di qualcosa di storico. In realtà la gran part di quelli che si recano da queste parti sembra arrivarci quasi per caso. Sono turisti da tutto organizzato in anticipo, probabilmente come appendice di tranquille vacanze nelle famose località balneari thailandesi, le quali non distano più di un’ora di volo. Infatti nel centro di Siem Reap s’incontrano molti esseri appartenenti ad un genere umano più adatto alle spiagge tropicali che non a storiche vestigia.

 In ogni luogo vediamo bambini che mendicano o cercano di vendere qualcosa. Appiccicosi come mosche fanno persino tenerezza, con gli occhi persi nel nulla, a chiedere qualcosa cui non hanno idea di cosa sia.  Alcuni si limitano a ripetere “one dollar”, con una cantilena insegnatagli dai loro genitori, che ben si guardano di sporcarsi le mani lavorando. E’ infatti molto alto il numero di adulti che vediamo gironzolare introno alle misere palafitte o sonnecchiare sulle amache poste all’ombra di queste.

 Resta vero che il Vietnam è in media meno povero della Cambogia, ma l’orgoglio spinge i vietnamiti a cercare di evitare certe forme di parassitismo. E’ comunque limitativo inquadrare questa situazione con il fatto che i vietnamiti hanno ottenuto indipendenza ed autonomia almeno 25 anni prima di quanto abbia potuto fare la Cambogia, a causa della guerriglia che ha imperversato fino a dieci anni fa. Attualmente la Cambogia è molto più liberale nel senso negativo del termine. Si trova prostituzione, c’è possibilità di acquistare droga, vive in un sistema che maleodora di corruzione. Il solo fatto che tutti i prezzi vengano fatti in dollari ed il riel venga quotato solo su richiesta come se fosse una valuta straniera, la dice lunga su quali possano essere i giri legati al sistema valutario. Resta comunque difficile rimanere insensibili ai bambini o ai gruppi di storpi saltati su delle mine che suonano negli angoli di maggior affluenza turistica. Quello delle mine è uno dei problemi maggiori. Esiste un’opera costante di sminamento, ma nel Paese continuano ad esserci 30 tra feriti e morti ogni mese per colpa delle esplosioni. Le stesse organizzazioni d’aiuto lasciano adito a qualche sospetto: non esiste angolo dove non vi siano cassette per mettere elemosine a favore di questa o quella associazione benefica. L’unico aspetto positivo rispetto al vicino Vietnam sta nel minor traffico che s’incontra, ma probabilmente questo è dovuto ad una maggior ruralità della popolazione ed al fatto che molti non riescono nemmeno a permettersi uno scooter. In effetti molti viaggiano a piedi o in bicicletta.

 

Siem Reap - (Angkor Way)



Day 16 : 08 – 01 – 109

 Dalle ricchezze passate di Ta Prom al misero presente dei pescatori sul Tonle Sap.

Alle 8 siamo puntuali nella hall dell’hotel di Siem Reap per andare a vedere le bellezze periferiche di Angkor. Con l’auto costeggiamo il tratto orientale di Angkor, sosta a Pre-Rup (945), grandioso tempio-montagna dai caldi colori ocra, con architravi scolpiti.

  • Si prosegue lungo il Baray orientale, esteso bacino artificiale al cui centro sorge un’isoletta dominata da un tempio hindu del Mebon Orientale.
  • Srah Srang, la piscina delle abluzioni, del sec. XII, imponente bacino di 700 x 300 mt.

 La nostra meta è Kbal Spien, ca. 30 km a nord di Angkor, letteralmente il “Ponte della testa”, è un ponte naturale di pietra su un fiume nel cui letto sono stati scolpiti, si dice, mille linga e altre immagini tratte dal pantheon induista. Lo si raggiunge con una camminata di circa un’ora fra la folta vegetazione (un km e mezzo). In base al periodo in cui lo si visita, lo scenario che si presenta è molto diverso: nella stagione secca si vedono benissimo le sculture ma c’è pochissima acqua mentre nella stagione delle piogge le sculture si intravedono solamente ma il fiume è colmo d’acqua che forma delle splendide cascate. In questo periodo un folto rivolo d’acqua scorre sulle sculture quasi ad accarezzarle.

 E’ composto da sculture ricavate direttamente nella pietra che fa da letto ad un sinuoso torrente. La bella passeggiata ci porta a vivere finalmente un contatto più immediato con la natura. Una Natura incombente con i suoi alti alberi, quasi ad avvolgere chi vi sta sotto. Quando giungiamo dove si trovano i mille linga, che un tempo era luogo di abluzioni e pertanto rivestito di sacralità, la foresta ha ormai avvolto tutto e si riesce a malapena a scorgere il cielo opalescente.

  • Banteay Srei, a ca. 28 km dalla città, mirabile tempio di piccole dimensioni da molti è considerato il gioiello dell’architettura khmer, costruito nel 967, consacrato a Shiva, dalle eleganti incisioni e dai padiglioni particolarmente belli. E’ soprannominato “Tempio delle Femmine”. La particolarità di questo tempio, unico ad essere stato costruito da un dignitario di corte e non da un Re, sono i bassorilievi in arenaria rosa: una vera perla decorata con precisione e maestrie mai viste finora.
  • Tempio Ta Prohm (Jayavarman VII), grande monastero buddhista del 1186, che gli archeologi hanno volutamente lasciato nello stato in cui venne ritrovato: giganteschi alberi sorgono fra l’intrico di torri santuario, enormi radici avvolgono le gallerie, folti arbusti germogliano dai tetti di ogni costruzione e il visitatore non riesce più a distinguere l’opera dell’uomo dalle creazioni della natura. Si trova dietro un muro di arenaria lungo 3.200 metri. E’ interessante notare come la natura si sia reimpossessata del luogo e non sia stata scacciata dalla nuova colonizzazione turistica di questi luoghi (Foto 1, Foto 2, Foto 3Foto 4, Foto 5)

Il tempo, meno soleggiato di ieri, ha permesso una lieve discesa della temperatura e questo ci consente di vivere meglio. Si pranza a Siem Reap e si prende in direzione sud per una mezz’ora fino al lago Tonle Sap, vicino al Phnom Krom, sulle rive del Grande Lago. Escursione in barca sul Lago Tonle Sap, il più grande del sudest asiatico. Decine di barche ospitano le case galleggianti del villaggio di pescatori vietnamiti, comunità di “nomadi del lago” che si spostano a seconda delle stagioni della pesca. La particolarità del lago è rappresentata dalla sua ampiezza che varia a seconda delle stagioni e dal fatto che le acque sono tra le più pescose al mondo. Orti rigogliosi, allevamenti di maiali, salone del barbiere, scuola e molte altre attività, tutte curiosamente galleggianti. Non ultimi a stupirci sono una chiesa galleggiante e una casa trascinata sul fiume. Gli abitanti dei villaggi sono di origine vietnamita. A prescindere dalle ricchezze che sembra offrire la natura, si respira un’aria di povertà latente. Il reddito annuo arriva solo a 500 $, l’aspettativa di vita non supera i 54 anni e ben il 12% dei bambini non raggiunge i 5 anni. Alcuni abitanti di terraferma, che si trovano a dover ricostruire le proprie case quasi ogni anno sono invece khmer. Nelle mangrovie si annidano serpenti ed alligatori. Alcuni di questi li vediamo in un allevamento galleggiante.

 Rientriamo nella capitale turistica di Angkor per una passeggiata nel locale mercato serale ed un massaggio ai piedi che offre un buon preludio alla cena. Gustiamo la specialità locale, Amok con pesci e gamberetti. Rientriamo in albergo con il tok-tok quando sono ormai le 22.

 I templi con le torri rivolte a nord sono dedicati a Vishnu, al Centro su Shiva (il più importante) e a sud per Brahma, al quale sembra che non vengano dedicati templi da solo, eventualmente nell’ambito della trinità. Nella religione buddhista l’ingresso è sempre posto ad est, perché è da lì che nasce il sole. Un’interpretazione evidentemente diversa da quanto fornito dall’architettura cristiana.

 Il Vietnam offre anche un’idea di maggior rigore morale: i bambini cambogiani scorrazzano fino ad una certa età completamente nudi, mentre quando crescono indossano vestiti sgualciti e completamente fuori misura, cosa che non accadrebbe mai ai meticolosi vicini vietnamiti.

 

Siem Reap - (Angkor Way)



Day 17 : 09 – 01 – 109

 Fra le campagne a ovest del Tonle Sap e la capitale, dove angoscia e vizio confluiscono.

 Alle 8 lasciamo Siem Reap a bordo di un’auto condotta da un autista il cui modo di guidare ci fa apprezzare quanto sia bella la vita, soprattutto se non hai ragioni fondate che possa terminare di lì a poco. E’ proprio vero che certi valori si apprezzano in particolare quando non li si ha o li si sta per perdere. Lo scarso traffico veicolistico e le strade diritte sembrano autorizzarlo a correre alla disperata lungo la strada che porta a Sisophon. E’ un paesaggio di risaie in secca, pianeggiante e per certi aspetti anche monotono. Di tanto in tanto si attraversano dei villaggi lungo i quali si svolge una vita sonnolenta, con motociclette che scarrozzano ogni genere di prodotti (dai maiali vivi dentro le ceste alle anatre uccise appese su un asta, 4 per lato dietro il mezzo). Il quieto vivere viene turbato solo dalla nostra vettura che chiede precedenza a suon di clacson e l’ottiene con la forza. Oltre al pericolo che lo scriteriato conducente si ostina a non capire, perdiamo anche delle ottime opportunità fotografiche. Lasciamo la NH6 che corre verso ovest al confine thailandese e svoltiamo verso sud sulla NH5 in direzione di Battambang. E’ la seconda città del Paese, situata in una fertile piana, dove il turismo non è ancora arrivato. Ci fermiamo per una mezz’ora onde consentire al nostro autista di recuperare le energie spese con la colazione e fare il pieno di GPL. E questa sarà un’esperienza interessante: su una piazza affollata di ogni rappresentanza del genere umano si trova una pensilina sotto la quale chi conosce sa che si vende carburante, non c’è nessun cartello. Dopo aver inserito il tubo nel serbatoio, la benzinaia accende il motore elettrico e il gas incomincia a defluire. Un rigurgito fa poi uscire del GPL che, oltre a disinfettare le nostre valige, diffonde un odore nell’aria. Fortunatamente non esplode nulla. Riprendiamo la strada e quindi la corsa su una strada anche bella, pur restando i 120 km/orari una velocità eccessiva. Vediamo correre su un fianco la ferrovia del treno di bambù, a binario unico, dove quando due carri s’incontrano si smonta il meno carico e lo si ricompone in seguito. Il paesaggio di risaie diventa più verde ma rimane poco attraente dal punto di vista turistico. Attraversiamo altre cittadine, quali Pursat, Kompong Chhnang e Oudong. Prima di Hudong vediamo lungo la strada un centro per lo sminamento, con i mezzi speciali parcheggiati, a riprova di quanto questo sia un problema ancora molto contingente in Cambogia. Anche lungo questo percorso incontriamo molta gente stesa sulle amache e bambini in giro a mendicare. Una situazione di povertà senza orgoglio e non possiamo non fare un parallelo con quanto abbiamo visto in Vietnam. Alle 14,30, dopo una corsa lunga 6 ½ ore e 600 km, raggiungiamo finalmente la capitale cambogiana senza nemmeno aver fatto pranzo. Per oggi basteranno le opulente libagioni dei giorni scorsi. Andiamo all’hotel Blue River, in posizione decentrata e pertanto scomoda dal centro, ma con il balcone della camera che si apre nientemeno che sul Mekong. Cosa volevamo di più per chiudere queste vacanze. Ci congediamo dall’autista e ringraziamo per essere ancora vivi e vegeti. Per 15$ prenotiamo subito un tuk tuk per il pomeriggio ed iniziamo ad esplorare Phnom Penh per conto nostro. L’appuntamento con la guida è solo per domattina. PHNOM PENH (a 291 km da Battanbang) è situata nel punto d’incontro dei fiumi Mekong, Bassac e Tonle Sap. Deve il suo nome alla composizione della parola khmer “Phnom” che significa collina e del nome della donna Penh che nel 1372 la fondò. Capitale della Cambogia sin dal XV sec., dopo l’abbandono di Angkor.

 Ci rechiamo a vedere subito il Museo Tuol Sleng, liceo che fu sede della polizia politica sotto il regime di Pol Pot. C’è da restare allibiti di fronte alle atrocità commesse in quel luogo. Venne trasformato in centro di tortura. Nelle classi sono state costruite minuscole celle dove i carcerati potevano a malapena stare coricati tra una tortura e l’altra. E’ invece deprimente lo stato in cui il museo viene conservato. Se ne ricava l’idea che tutto sia stato fatto per rispettare il politically correct e poi venga lasciato in stato d’abbandono. E’ proprio abbandono la parola che meglio esprime questa situazione di trascuratezza nel curare un museo che invece dovrebbe mantenere alta la memoria dei tragici fatti accaduti. Rappresenta inoltre un biglietto da visita per gli stranieri, in quanto è fra i musei più visitati. Quindi un’occasione persa per dare un segno di discontinuità col passato. Sembra che si sia voluto dire: va fatto, ma se poi un quadro cade viene lasciato per terra con la didascalia nella sua posizione.

 Cambiando completamente tono andiamo a vedere il tramonto sul Mekong (Foto 2, Foto 3) Con un battello facciamo il giro di un’ora sul fiume, il che ci consente di vedere la palla di fuoco scendere lentamente dietro la città ed illuminare dei suoi colori caldi l’acqua del grande fiume. Rientriamo per cena dove gustiamo un amok, che abbiamo già provato la sera precedente a Siem Ream. Si tratta di pesce con una salsa molto gustosa. Passeggiata in centro, dove fa caldo ma si resiste. Temperature comunque degne delle nostre più belle giornate estive. Riprendiamo il nostro tuk tuk che ci aspetta e rientriamo in hotel per l’ultima notte.

 

 Phnom Penh - (Hotel Blue River)



Day 18 : 10 – 01 – 109

Phnom Penh: contrasti dell'Indocina, fra Lexus e storpiati dalle mine

 Rispetto ad Hanoi, Phnom Penh dà l’idea di essere una città più moderna, anche se i mendicanti presenti un pò ovunque non le fanno certo onore. Si intuisce però che vi sia molta più ingiustizia sociale e sfruttamento. Purtroppo anche i mutilati sono molti e cercano ogni mezzo per ottenere qualcosa di cui vivere. Si ha come l’impressione che lo Stato non esistesse, differentemente che in Vietnam. Quello che esiste è stato creato da Paesi stranieri, a titolo di aiuti umanitari, di filantorpia o di interessi commerciali.

 L’ultimo giorno lo dedichiamo alla visita di Phnom Penh. Andiamo subito a vedere i Campi di sterminio di Choeung EK. Dopo essere stati torturati al Tuol Sleng, i prigionieri venivano portati qui per essere uccisi. Molti altri venivano portati qui direttamente e finiti con i sistemi più brutali. E’ un luogo che ispira angoscia ed il fatto che non sia ancora attrezzato come un vero e proprio museo infonde maggior aderenza alla realtà di quanto sia accaduto. E’ infatti allucinante camminare sul bordo delle fosse comuni i cui cadaveri non sono stati recuperati. Vedere ossa che escono dalla terra, brandelli di vestiti ed immaginare che lì sotto si trovano più di 17.000 persone. E che questo è solo il luogo di esecuzione relativo a Phnom Penh, altri come questo se ne trovano sparsi ovunque in Cambogia.

 Rientriamo in città (qui eravamo a 13 km dal centro) per un interessante giro al Psar Tuol Tom Pong (mercato Russo) e proseguire nel primo pomeriggio verso il Wat Phnom, piccolo tempio situato su una collina artificiale che da il nome alla città. Vennero rinvenute quattro statue di Buddha. Particolarmente popolare presso i fedeli che vogliono vedere esauditi i propri desideri. Da qui si va a Palazzo Reale, costruito nel 1866 e ancora oggi residenza del re, con la Sala del Trono, in cui il Sovrano concede le sue udienze. All’interno del complesso si trova la Pagoda d’Argento (contigua al Palazzo Reale), così chiamata per il pavimento ricoperto da più di 5.000 mattonelle di questo nobile metallo. Ancora un giro al Mercato Psar Thmei dove ammiriamo senza gustare piatti contenenti ragni fritti e rientriamo in centro per un massaggio e la conseguente cena. Dopo diciotto giorni di fatiche senza sosta ci concediamo finalmente un po’ di relax prima delle 24 ore di voli che ci attendono. L’aeroporto di Phnom Penh è piccolo, tranquillo, per nulla simile a quello di altre capitali del sud est asiatico. Una sorpresa negativa l’abbiamo al momento di partire, quando ci vengono richiesti 25$ a testa come tassa per partire. Un vero furto legalizzato che ci offre ulteriori certezze su come questo Paese sia una farsa, e quel che è più grave lo è al cospetto di milioni di persone che muoiono di fame. Versiamo il nostro contributo ai satrapi locali perché si possano comprare un nuovo suv della Lexus e ci avviamo alle partenze. L’arrivo a Seoul ci ripiomba con qualche ora d’anticipo alla nostra realtà. Arriviamo alle 6.30 del mattino, quando fuori ci sono -8° e gli operatori aeroportuali sono intenti a ripulire le piste dalla neve. L’inverno è venuto a prenderci fin qui e ci riporta a casa.