Day 11 : 03 – 01 - 109

Guerra e pace a Saigon. L'immenso Delta del Mekong, dove le storie dell'Asia confluiscono.

Usciamo dall’hotel alle 8.00 per visitare la Cattedrale di Notre Dame (Duc Ba), eretta nel 1877 in stile neo-romanico. E’ domenica ed all’interno c’è una messa, ma non riusciamo a comprendere il vietnamita. Usciamo vedendo una coppia di sposi intenti a fare le foto di rito. Questi almeno si sposano di domenica, in giro abbiamo visto matrimoni in ogni giorno della settimana. Ci spostiamo sull’altro lato della piazza per vedere l’Ufficio postale progettato da Gustave Eiffel. Un tempo fungeva da stazione, venne successivamente trasformato in posta ed è passato indenne nelle varie epoche, dai muri campeggiano due cartine della parte meridionale del Paese, quella che in epoca coloniale veniva chiamata la Cocincina. Sulla parete di fondo campeggia un grande quadro di Ho Chi Minh, con il suo volto allungato e l’espressione che è un incrocio fra il mistico religioso ed il vate politico: anche il Vietnam con questo quadro sembra avere la sua Gioconda! La guida ci spiega che per diventare impiegati delle poste, lavoro molto ambito, si entra per corruzione. Basta (si fa per dire) pagare 20.000 $ a qualche politico, poi si guadagnano 5/600 $/mese, che rappresentano un buon introito per la media dei lavoratori, infine si ha una pensione che i dipendenti privati invece non hanno. Addirittura i privati quando non lavorano non guadagnano, per questa ragione chi può lavora anche 7 giorni la settimana. Questo spiega il perché dei muratori nei cantieri edilizi di Sapa.

 Il programma subisce una sbandata poiché diciamo alla guida che di mercati per il momento ne abbiamo visti a sufficienza ed intendiamo visitare il Museo dei crimini della guerra, tragica ed eloquente testimonianza degli orrori della guerra. E’ chiaramente di parte e la prosopopea di regime rasenterebbe perfino il ridicolo, non fosse che siamo di fronte ad una catastrofe di dimensioni immani. Il piano terreno mette in mostra le armi e le bombe utilizzate durante il conflitto, mentre il primo piano è un’enorme raccolta fotografica comprendente le immagini più significative e quelle più atroci quali le conseguenze del napalm o dell’agente orange. Una sezione a parte è invece dedicata alle foto scattate dai reporter di guerra. All’esterno sono ben allineate una serie di macchine da guerra: aerei, i mitici elicotteri per il trasporto truppe e lanciamissili di ogni genere. Quando siamo all’uscita ci aspetta un’ulteriore sezione di cui non conoscevamo l’esistenza. Una riproduzione delle celle in cui venivano reclusi i viet cong, una ghigliottina usata ancora durante il conflitto francese e la tristemente famosa “gabbia della tigre”, una gabbia di filo spinato in cui uno o più prigionieri venivano costretti a stare sotto il sole, appena si muovevano venivano feriti dal filo spinato. Una tortura il cui solo pensiero fa rabbrividire. Con una decina di minuti nel traffico che neanche la domenica mattina accenna a diminuire ci spostiamo nella Chinatown di Saigon (il quartiere si chiama Cholon) per la visita al Tempio cinese Thien Hau, la più antica pagoda cinese della città. Molto frequentato da donne che portano le loro offerte votive all’altare della Signora Celeste. Protettrice di mercanti e marinai, ancora oggi è venerata in un mistico ambiente immerso nei fumi dell’incenso. Sulla parete vi sono dei fogli rosa che testimoniano fortuna e prosperità ottenute, sostanzialmente i ringraziamenti dei fedeli che hanno ottenuto qualche grazia. Si dice che nella zona dove si trovano i templi non abbiano luogo inondazioni, terremoti o pericoli di altro genere. Verso la fine del 2006 un terremoto ha causato dei danni nella città, facendo crollare un ponte in costruzione che avrebbe dovuto unire due sponde del Mekong dalle parti di Can Tho. Attualmente viene ricostruito dai giapponesi e la sua inaugurazione è prevista per il mese di marzo. L’imperatore Minh Manh aveva fatto arrivare duemila cinesi a Saigon per aprire i commerci con la Cina. Questi si sono insediati nel quartiere di Cholon, hanno fatto arrivare altri connazionali ed ora sono completamente vietnamizzati, pur rimanendo un quartiere a sé stante rispetto al resto della città. Dal sacro del tempio al profano ma neanche troppo di un laboratorio specializzato nella produzione delle lacche. Ci viene illustrato il processo di lavorazione della lacca, una resina estratta dagli alberi. I tipi di lavorazione sono sostanzialmente tre: usando frammenti di conchiglie marine, frammenti di guscio d’uovo o le copie fatte a pennello. Il procedimento richiede in tutto tre mesi in quando vengono lucidate e quindi apposti vari strati. E’ curioso notare come uno degli artigiani che lavorano all’interno del laboratorio abbia dei lunghi capelli biondi ma nel contempo il suo volto abbia inequivocabilmente dei lineamenti orientali. Avrà circa 40 anni, senza cercarlo ci troviamo di fronte ad uno tanti figli della guerra. In effetti gli americani non hanno portato solo distruzione e morte. In alcuni casi i soldati yankee hanno portato anche la vita e le nuove creature con tratti orientali e capelli biondi sono ormai adulti. Purtroppo in molte situazioni si trattava delle conseguenze di stupri o prostituzione. Ma sono anche nati degli amori fra militari e giovani vietnamite: vogliamo credere che il laccatore sia proprio figlio di uno di questi.

Partiamo verso il DELTA DEL MEKONG attraversando My Tho e Cai Be (90 km da Saigon). A metà strada facciamo sosta in un ristorante creato apposta per soddisfare i palati dei turisti, in un contesto che ben salvaguarda la cultura locale. Nel menu spiccano una carpa impanata, ben presentata su un piedistallo verticale, e un dolce a base di riso fritto che cuocendo viene a formare una palla quasi perfetta. Puntiamo su Can Tho, dove si avverte come urgente il bisogno della costruzione del ponte che colleghi le due rive di questo ramo del Mekong. Nonostante vi siano diversi traghetti che fanno continuamente la spola, il tempo d’attesa dura più di un’ora ma, procedendo molto lentamente nella via centrale di un villaggio sul lato opposto di Can Tho, possiamo ben apprezzare la vita quotidiana, vedendo così la produzione di bastoncini d’incenso messi a seccare (a creare un paesaggio cromatico variopinto) o le contrattazioni delle massaie con le venditrici ambulanti. Vediamo anche gusci di noci di cocco lasciati essiccare al sole, verranno usati come combustibile per la cottura degli alimenti. Commentiamo i costi dei motorini che in numero incalcolabile affollano le metropoli. Un motorino di produzione giapponese costa dai 2000 ai 7000 $, per uno di produzione coreana si parte dai 1500 $, mentre i cinesi iniziano dai 1000 $. Lo scooter è lo status simbol del viaggiare vietnamita e se ne vedono anche di belli nel centro di Saigon, mentre le motociclette sono considerate demodé. Quelle di produzione russa come le Minsk, le usano solo gli anziani nelle rare occasioni in cui si spostano dalla campagna alla città per far compere. 

Sbarcati sull’altro versante, in pochi minuti andiamo a Cai Rang, dove incontriamo il simpatico signore che ci ospiterà nella sua casa per la notte. Parla un inglese discreto per il luogo in cui siamo ed emana una tranquillità e una simpatia da fare invidia. Sulla sua barchetta a motore ci avviamo per i vari canali di collegamento al fiume e con venti minuti di navigazione siamo a casa sua, restando estasiato per il tramonto che colora il grande fiume. Il sole, ormai stanco di avere scaldato la terra con i suoi 35° per tutto il giorno, pare gettarsi nel fiume per fare un bagno rinfrescante, tingendo così del suo colore l’acqua. L’ambiente è spartano come non avevamo ancora provato e ci troviamo a nostro agio più di quanto non fosse stato nella baia di Halong. Gente ospitale, con la quale si riesce persino a scambiare un paio di battute, se non dialogare a lungo. Per quello c’è la nostra imperterrita guida, una sorta di marescialla che pare non amare particolarmente il regime a partito unico di Hanoi. Del resto chi vive a Saigon è un esprit libre e ne va fiero. La nostra stanza non è quello che si può definire di lusso, ma per una notte va più che bene. Sopra il letto c’è perfino la zanzariera. Cena all’aperto e due passi per conciliare il sonno, che non si fa attendere. La famiglia che ci ospita ha creato una sorta di ambiente agrituristico e si può dire che tutta la famiglia lavori e viva su questa attività. Gli spazi sono tutti visitabili, così che andiamo a sbirciare in cucina, dove spiccano tre fuochi su cui vengono posizionati altrettanti wok. I fuochi devono sempre essere dispari, lo dice la tradizione. Hanno appena ammazzato delle carpe e ce le troveremo poco dopo bollite nel piatto. Accompagnano gli involtini primavera e degli altri involtini che dobbiamo fare noi prendendo un foglio di carta di riso al cui interno avvolgiamo insalata, pesce e quant’altro sia stato messo sul tavolo, in una sorta di succulenta “canna” culinaria. Ottima l’anguria coltivata nel terreno del padrone di casa.

Il Mekong percorre la penisola indocinese da nord a sud in direzione sud-est per 4500 km, di cui solo 220 scorrono in Vietnam. Ci vive il pesce gatto, che nei primi sei anni di vita cresce a dismisura e può arrivare fino a 3 mt. di lunghezza e pesare fino a 300 kg. La sua carne, simile a quella del tonno e del pescespada, è molto appetitosa. Il Delta del Mekong si è formato a causa della sedimentazione dei depositi del fiume, un processo che continua tutt’oggi, giacché la zona del delta avanza di 79 mt. all’anno. Il fiume stesso è così ampio da essere interessato da due maree al giorno.

Uno dei più accattivanti spettacoli del delta del Mekong è costituito dalle persone che attraversano gli affascinanti ponti delle scimmie. Questi semplici ponti pedonali a forma di arco sono normalmente costruiti con tronchi irregolari che misurano da 30 a 80 cm. di larghezza e hanno una semplice sbarra di protezione in bambù. Si trovano sospesi ovunque sui canali ad un’altezza variabile fra i 2 e i 10 mt. e collegano minuscoli villaggi della regione con le strade principali. E’ incredibile come la gente del posto riesca ad attraversarli in bicicletta e con pesanti carichi in equilibrio sui pali di bambù appoggiati sulle spalle: cadere da una di queste passerelle di funi potrebbe causare ferite serie, ciò nonostante i vietnamiti le percorrono disinvoltamente e con il sorriso sulle labbra. Il governo ha avviato un progetto per sostituire gradualmente le passerelle con ponti di assi li legno, larghi un metro e più sicuri ma ce ne sono migliaia e ne resterà sempre ancora qualcuno.

 

Can Tho - (presso privati)