Day 13 : 05 – 01 - 109

Phnom Penh arrivando dal Grande Fiume. Cambogia: dura realtà.

Oggi il programma ci dice che dobbiamo dare addio al Vietnam ed iniziare l’avventura cambogiana. Con un po’ di nostalgia lasciamo questo Paese dopo due settimane. Lo immaginavamo molto diverso, ma è riuscito invece ad ammagliarci e a convincerci che l’anima di un popolo non può essere distrutta dalla rudezza delle guerre. E’ forse ora che anche noi iniziamo a vedere questo Paese in un’ottica diversa, non abbinarlo automaticamente alla parola guerra bensì a legarlo ad una tradizione che va molto più in là e che lo rende con buona ragione fiero di sé stesso.

 Alle 8,00 lo Speedboat lascia l’attracco del porto fluviale di Chau Doc alla volta di Phnom Penh. In realtà si tratta di una falsa partenza perché, dopo un quarto d’ora di viaggio il comandante si accorge di aver dimenticato il proprio passaporto e pertanto si deve fare marcia indietro. Seconda partenza, questa volta quella buona. Dopo un’ora di navigazione raggiungiamo il confine. Sostiamo in due punti diversi: il primo presso la dogana vietnamita, dove ci viene rilasciato il visto cambogiano ed il secondo per il controllo doganale. Il tutto richiede circa un’ora di tempo in pratiche burocratiche, anche grazie ad alcune viaggiatori che non avevano la documentazione in regola. Sul battello siamo una ventina di persone, esclusivamente turisti a rappresentanza di quasi tutto il mondo.


Valicata la frontiera con la CAMBOGIA il resto del viaggio prosegue molto tranquillo risalendo il Mekong ed in quattro ore nette raggiungiamo la capitale cambogiana, passando per pianure di terra rossa attraverso lo stupendo paesaggio fluviale con colture e villaggi che si affollano sulle rive, dove il fiume le solca con la sua maestosità. Dei pescatori sui loro sampani gettano le reti ed attendono il momento giusto per sollevarle con dei pesci dentro. Il grande fiume è ormai stanco del suo lungo percorso fra 6 stati e si appresta a compiere gli ultimi 200 km per andare finalmente a buttarsi nel Mar Cinese Meridionale. Per fare questo però decide di dividersi in due rami, che diventeranno 9 poco prima della foce. L’acqua è sempre scura, impregnata com’è del limo trasportato a valle. E con esso la storia dell’Indocina, a partire dalla montagne Himalayane. E’ curioso notare come le piante che galleggiano sull’acqua (water crest) siano soprattutto presenti in prossimità dei maggiori centri abitati, quasi a sottolinearne la ricchezza organica se non proprio l’inquinamento. Non ci sono ponti fino a Phnom Penh e anche i traghetti (così come il traffico) sono abbastanza rari. Uno di questi si trova proprio a Neak Luong, sito di un bombardamento americano testimoniato nel film Urla del Silenzio. Provocò 137 morti e 268 feriti: si trattò di un errore dell’aviazione degli Stati Uniti nel tentativo di bloccare l’avanzata dei khmer rossi.

 L’approdo a Phnom Penh arriva in mezzo alla confusione di scaricatori che a tutti i costi vogliono appropriarsi della tua valigia per ottenere una ricompensa una volta portata sulla banchina. A seguire pranziamo in un ristorante posizionato in riva al fiume con uno splendido dehors, in stile orientale adattato ai gusti occidentali, così come lo sarà anche la cucina, comunque di ottima qualità. Nel frattempo facciamo la conoscenza con la nostra guida, un ragazzo di 25 anni dai modi molto raffinati ed una cultura da far invidia ad insigni professori. Sono ormai le 15 quando ci avviamo in direzione nord-est in direzione di Khompong Thom. Lungo la strada ci fermiamo per vedere la cosiddetta Spiderville. In realtà il paese si chiama Skuon e va famoso perché al mercato locale vengono cucinati e venduti i ragni. In realtà non ci sono solo questi, in quanto possiamo ammirare anche cavallette ed altri insetti. Il tutto ha un aspetto gradevole anche se non si può definire appetitoso. A rovinarlo sono le mosche che ronzano sopra e dentro i vassoi ed i locali che li toccano con le loro mani sporche. Pare che i ragni si trovino allo stato selvatico all’interno di buche e vengano attirati verso l’esterno con degli stratagemmi, per poi ucciderli e cucinarli.

 La guida ci racconta la storia dell’apocalisse cui sono stati artefici i Khmer Rossi, quando dopo la presa di potere del 17 aprile 1975 hanno svuotato completamente le città, con la scusa di un imminente bombardamento americano. In realtà si stava per mettere in atto una folle teoria che voleva il Paese unificato nell’uguaglianza contadina. Non dovevano esistere città e tutto il popolo doveva spostarsi a vivere nelle campagne e da lì trarre il necessario per vivere. E’ interessante ascoltare da un cambogiano, per quanto giovane, le nozioni dell’ideologia, delle ragioni e degli appoggi esterni di cui hanno goduto. Sostiene che la liberazione da parte del Vietnam sia da valutare in modo positivo. Molto meno positivo è il fatto che vi siano rimasti dieci anni, considerando la Cambogia come una colonia a tutti gli effetti. La situazione si è normalizzata solo dal 2000, in quanto dopo il decennio vietnamita, gli anni ’90 sono stati costellati dalla guerriglia e dagli attentati che i khmer rossi hanno continuato a perpetrare uscendo di tanto in tanto dalla foresta dove avevano riparato e da dove governavano intere regioni. Ad una tale situazione si è potuto porre fine soltanto evitando cambiamenti e mantenendo un avvilente status quo. Il partito che sostanzialmente è sempre rimasto al potere altro non è che una versione edulcorata dei khmer rossi e lo stesso presidente Hun Sen vi ha militato. Questo significa che non vi è stata una vera giustizia e nemmeno un’epurazione. I criminali circolano perlopiù liberi e se c’è stata giustizia, questa è avvenuta tra i khmer rossi medesimi, che in un’implosione di violenza si sono uccisi fra di loro in faide interne. Una “vittima” di queste vendette è stato proprio Pol Pot, il capo, detto anche Fratello numero uno, vissuto molto tempo a Parigi per formarsi negli studi ed applicarli negli anni ’70 nel proprio Paese. Il suo nome pare derivi da Political Potential. In effetti il suo potenziale politico lo si è visto fin troppo bene. L’attuale governo offre una parvenza democratica. Esiste un partito (quello Popolare Cambogiano, KNK) che ha avuto l’80% dei consensi alle ultime elezioni, le prossime saranno nel 2013. L’opposizione è rappresentata dal Funcipec, di estrazione monarchica. E’ curioso notare come ci siano molti cartelli pubblicitari fissi dei due partiti lungo le strade. In realtà si tratta di un regime corrotto che sta cercando di avere un comportamento filoccidentale per ottenerne dei benefici.

La bandiera con l’effige di Angkor è abbastanza recente. Negli ultimi decenni sono state cambiate diverse bandiere, quest’ultima sta resistendo da quando sono caduti i khmer rossi. La guida ci racconta come la sua famiglia vivesse nella capitale al momento della presa di potere da parte dei comunisti ed ha pertanto dovuto emigrare verso la campagna. Hanno cercato di tornare al paese natale, ma sembra che non fosse possibile muoversi. Non esistevano mezzi di trasporto, la malnutrizione rendeva tutti più deboli ed il numero di persone che affollavano e vivevano sulle strade era tale da rendere gli spostamenti quasi impossibili. Per compiere un viaggio di una ventina di km in quel periodo c’è voluto un mese di cammino. Sostiene che riuscivano a percorrere anche solo 150/200 mt. al giorno. Come visto nel film Urla del Silenzio, chi aveva un titolo di studio cercava di andare in zone dove non era conosciuto, per evitare che la delazione li indicasse come intellettuali (parliamo di insegnanti, medici, infermieri, ecc.) e venissero uccisi. Questo però si verificò solo in un secondo tempo. L’idea dei khmer rossi era di sterminare coloro i quali sapevano in qualche modo ragionare con la loro testa ed essere potenzialmente pericolosi per il regime. Dopo aver svuotato le città, chiedevano chi conosceva le lingue, fosse dottore o avesse qualche titolo di studio, per farli rientrare nelle città e preparare la nuova civiltà che sarebbe dovuta nascere dal regime polpotiano. Una volta che questi alzavano la mano venivano presi, caricati su dei camion ed uccisi a poca distanza dal villaggio. Solo più tardi ci si accorse di questa situazione e ognuno cercava di tenere i propri segreti, per questa ragione era meglio se si viveva in un luogo sconosciuto. Secondo la menzogna di governo, la capitale Phnom Penh doveva essere evacuata per soli due o tre giorni onde vanificare il bombardamento americano, che non era nemmeno stato preso in considerazione dall’esercito statunitense. Era solo una scusa del regime per creare un nuovo sistema in cui si diceva che saper coltivare il riso era l’unica cultura necessaria. Questa situazione è durata 3 anni 8 mesi e 21 giorni. Scopriamo come proprio dopodomani, 7 gennaio, sia festa nazionale per ricordare la liberazione dal regime dei khmer rossi. L’età media della popolazione si aggira sui 58 anni per le donne e 54 per gli uomini. La causa maggiore di mortalità infantile, che raggiunge quasi l’1%, è dovuta alla diarrea causata da condizioni igieniche terribili. La malaria continua ad essere un’altra forte causa ed è purtroppo in aumento. E’ emblematico notare come il 50% della popolazione sia al di sotto dei 23 anni: questo spiega la moria che c’è stata nella generazione adulta e non stupisce il fatto che molti minorenni lavorino come camerieri o abbiano altre occupazione. Senza di essi non esisterebbe nemmeno la pur scarsa economia attuale. Alla sera ci fermiamo al Khmer Homestay Village di Baray, un villaggio semituristico gestito da gente del luogo, i cui proventi finiscono per finanziare le attività della comunità locale. Il tutto viene gestito con una cordialità che non ha pari e in un ambiente davvero selvaggio. I servizi sono spartani ma accettabili, soprattutto se si vede che l’acqua viene incamerata dalle piogge, non esiste elettricità se non grazie ad un generatore diesel che si spegne verso le 22, l’illuminazione nelle palafitte si ottiene collegando le pinze ad una batteria a 12V da 70 Ah. E ci sarebbe ancora molto da dire sulla rusticità del luogo. Il solo fatto di dormire dentro palafitte come dormono gli indigeni e non fatte per assecondare i desideri dei turisti riesce anche solo per un giorno a dare l’idea di cosa possa essere la vita da queste parti. Il canto dei grilli è una costante, mentre ci corichiamo su un materassino appoggiato sul pavimento fatto in canne di bambù e sopra di noi a proteggerci dalle zanzare scende una zanzariera dal soffitto. Le travature del tetto sono in tronco di bambù mentre la copertura è in foglie di banano. Fra le pareti ed il tetto esiste uno spazio aperto di circa 30 cm per consentire una maggiore ventilazione e ridurre l’impatto del caldo, che qui dura tutto l’anno. Per la stessa ragione le case vengono costruite su palafitte: la parte inferiore serve per le operazioni domestiche all’ombra, in un estremo tentativo di ridurre l’impatto del caldo. Dove non ci sono case a palafitta vengono costruite delle verande o pergolati per ottenere almeno un po’ di ombra e conseguente ventilazione. La cena e la colazione si trovano in un’altra proprietà dell’Homestay a circa due km di distanza. Ci tengono a farci notare come i pesci vengano pescati da gente del villaggio, così come le verdure arrivino dal mercato locale. Vantano di aver avuto ospiti di 30 nazionalità diverse. Il comfort è ancora altra cosa ma l’esperienza è delle più valide, incluso lo spettacolo di bambini che improvvisano danze apsara, nelle quali veniamo coinvolti fra il divertito e il ridicolo. Resta la ferma volontà dei loro animatori di far crescere i giovani in un ambiente sano. A differenza del Vietnam la scuola non è a pagamento. I bambini frequentano quella primaria. Altro discorso sono le scuole superiori e l’università, per le quali occorre recarsi a Phnom Penh, dove i costi lievitano. Anche qui gli alunni vestono l’uniforme.

Il traffico è molto più limitato. Ci sono mezzi di trasporto di ogni genere, fino a rasentare il paradosso. Soprattutto si vedono meno motorini, evidente segno di un benessere non ancora arrivato fin qui. Parecchie biciclette e molta gente a piedi. A prima vista la Cambogia ci sembra molto più povera del Vietnam ma più ordinata. La minor densità sicuramente aiuta, ma c’è qualcosa che rende questo popolo un’entità distinta da quello confinante.

 

Baray - (Khmer Homestay Village)