Day 15 : 07 – 01 – 109

 Angkor: il mito del più grande sito archeologico del mondo

Oggi è finalmente il grande giorno della scoperta (almeno da parte nostra) dei tesori archeologici di ANGKOR. Alle 8 siamo pronti per partire e dopo pochi minuti valichiamo l’ingresso. E’ la più estesa area archeologica del mondo dove gli archeologi classificarono 276 monumenti di primaria importanza. Templi muschiosi sorretti dalle radici di alberi secolari, antiche pietre scolpite di figure danzanti che sembrano animarsi allo scintillio dei primi raggi di sole che filtrano dalle liane, torri che si riflettono orgogliose in immoti specchi d’acqua o che bruciano in tramonti rosso fuoco. Capitale dell’impero Khmer dal 9° al 15° secolo, i cui templi testimoniano ancora oggi la potenza e la gloria raggiunta da questa civiltà nel passato, molti dei quali giacciono ancora nascosti nell’intrico della vegetazione. Entriamo dal South Gate con un ingresso imponente e due naga che corrono lungo il parapetto verso il lago artificiale. Andiamo subito a vedere il complesso di Angkor Thom. Il mattino presto è il momento migliore per visitarlo. Si tratta di una città fortificata costruita verso il 1180. Imponenti mura e splendide porte monumentali erette alla fine del XII sec. (1181 – 1220) da Jayavarman VII. Se Angkor Wat è il capolavoro dell’Induismo classico, Angkor Thom testimonia il passaggio ad una ispirazione di segno diverso, quella del Buddhismo mahayana, maturata dopo la catastrofe del 1177, quando Angkor fu sommersa dall’invasione dei Cham provenienti dall’attuale Vietnam. Portavoce di questo cambiamento fu il Re Jayavarman VII che ristrutturò completamente Angkor e, con una febbrile campagna edilizia dal 1181 al 1220, edificò la cittadella fortificata di Angkor Thom, che significa “città che sostiene il mondo dandogli la propria legge”.

  • Iniziamo dal bellissimo tempio Bayon, al centro del quadrilatero fortificato, dedicato al Buddha, caratterizzato da bassorilievi di enorme realismo con gli grandi volti in pietra, inquietanti nel loro sorriso enigmatico, che hanno creato il “mito” di Angkor, fanno corona a 54 torri-santuario al culmine di ognuna delle quali quattro enormi volti in pietra, orientati sui punti cardinali, proiettano l’immagine del bodhisattva Lokeshvara. E’ il più enigmatico e suggestivo fra tutti i templi eretti dai Khmer. Entriamo dalla porta sud e facciamo il giro dei primi due livelli, prestando molta attenzione alle storie epiche e di vita quotidiana narrate dai bassorilievi.
  • Proseguiamo verso due templi-montagna di costruzione anteriore, il Baphuon (1050), di forma piramidale e dai bei decori e il
  • Phimeanakas (968). Il primo lo vediamo dall’esterno in quanto è in corso una ristrutturazione, mentre del secondo scaliamo le ripide scale di pietra per goderne del bel paesaggio sottostante. Quest’ultimo era la residenza della famiglia reale, mentre il Bayon era unicamente adibito a tempio.
  • Segue il Preah Palilay, un tempio molto semplice, e il
  • Tep Pranam, dove si trova un Buddha alto circa 4,5 mt.
  • Terrazza del Re Lebbroso, piattaforma di 7 metri di altezza sulla quale è collocata la presunta statua del fondatore di Angkor, morto di lebbra secondo la leggenda.
  • Terrazza degli Elefanti, un tempo usata come tribuna e così chiamata perché decorata da una parata di pachidermi.

 Pranzo in ristorante posto proprio di fronte all’Angkor Wat e nel primo pomeriggio, mentre buona parte dei turisti siede con le gambe sotto il tavolo ed il sole splende torrido nel cielo, ci portiamo verso quello che fra tutti i templi è sicuramente il più celebrato, l’

  • Angkor Wat, è l’immagine che si vede ovunque ed è quella che ha creato il mito di Angkor, il capolavoro indiscusso dell’architettura e dell’arte khmer. Con 1200 mq. di raffinati bassorilievi è l’emblema della Cambogia ed è il simbolo dello stupendo Medioevo del Sud-Est asiatico. Immenso tempio dedicato a Vishnu, costruito verso il 1115, l’imponente struttura a 3 piani è il simbolo nazionale rappresentando l’unità del popolo cambogiano. Lo stesso complesso è raffigurato sulla bandiera del Paese. Il tempio venne fatto costruire dal Re Suryavarman II (1113-1150), il “re protetto dal sole” che volle farne il suo mausoleo. La sua costruzione iniziò nel 1122 e terminò nel 1150, l’anno della sua morte. Angkor Wat occupa un’area di 2 milioni di metri quadri, circondato da un fossato largo 200 mt., le cui sponde erano ricoperte di gradinate. Misura un perimetro esterno di 1800 mt. per 1300 e il santuario centrale ha una superficie di 215 mt. per 186 e culmina con il raffinato profilo delle cinque torri santuario che dominano il paesaggio. E’ l’unico tempio rivolto ad Occidente, in direzione del tramonto, sulla via dei morti. Eretto quando in Italia si consacrava la cattedrale di Pisa e a Parigi si costruiva Notre Dame, presenta una impressionante decorazione di km di bassorilievi scolpiti sulle pareti, nei porticati e nelle gallerie, che illustrano con incredibile ricchezza e vivacità le scene principali dei poemi epici indiani. Percorriamo le gallerie ovest e sud, costellate proprio dai bassorilievi, per portarci al secondo livello e fare il giro intorno al lato sud. Si passa per le quattro vasche simmetriche per le abluzioni, la hall of echos e si rientra. Vicino all’ingresso si vede un pilastro crivellato di colpi di arma da fuoco durante la guerra civile.

 Per meglio vedere le armonie di Angkor Wat a pochi km c’è una mongolfiera che si alza di ca. 200 mt. ed è l’occasione per una magnifica veduta dall’alto. A seguire noleggiamo un tok tok per fare il little circuit, ovvero: 

  • Preah Kravanh del 921: cinque santuari dalle eleganti forme dedicati al culto del dio Vishnu / Shiva.
  • Monastero di Banteay Kdey, ovvero la cittadella delle celle, costruita dal re Jayavarman VII alla fine del XII sec. e dedicato al Buddha Lokesvara; si tratta di un lungo corridoio con vani che adducono l’uno nell’altro.
  • Il Ta Keo, dedicato al culto di Shiva. In pietra grigio verde, del 970 circa, ha 5 alte torri ed è singolare perché non è decorato da sculture e bassorilievi. Saliamo tre rampe di scalini in pietra, ripidissimi.
  • Mentre il sole si appresta a scendere vediamo il Thommanom illuminato a perfezione.

 I templi venivano costruiti usando della dura laterite nella parte interna a sostegno e dell’arenaria all’esterno, di più facile scolpitura. Molti bassorilievi (tanto a Bayon che nella Terrazza degli Elefanti o ad Angkor Wat) non sono terminati. Il che lascia pensare che quando tutto è stato abbandonato vi fossero ancora delle opere in corso. In ogni caso le prime opere sono state ispirate alla religione induista, Bayon è stato costruito da Jayavaraman VII, il quale aveva abbracciato il buddhismo Tehravada, salvo il suo successore tornare all’hinduismo e pertanto modificare i bassorilievi e distruggere tutto quanto sapeva di buddhismo. Tutti i restauri in corso sono sponsorizzati dall’Unesco, Francia, Svizzera, Giappone, USA, India, ma in nessun caso è parso che la Cambogia offra un supporto per restaurare i propri monumenti storici. Con il tok-tok e la sua simpatica guida rientriamo verso il punto d’incontro con i nostri numi tutelari, mentre il sole ha ormai iniziato la sua discesa finale verso il tramonto. Per meglio goderne i colori e le emozioni ci portiamo sul Phnom Bakheng, una collinetta alta 65 metri, il più antico dei templi, dell’890 circa, che permette la vista panoramica di tutta la zona di Angkor. E’ una delle tre colline in cui il primo re, dopo aver spostato la capitale in questi luoghi, vi fece erigere dei templi. Le altre due sono Phnom Kulen più a est e Phnom Krom a sud, vicino al Tonle Sap. Dalla punta si gode anche di una bella vista sul Western Baray, grande lago artificiale fatto scavare nei tempi per avere una riserva di acqua da usare nella coltivazione del riso. Alle 17,40 vediamo il grande astro calarsi dietro la giungla in un iride di colori caldi e per oggi possiamo con legittima stanchezza salutare il sito di Angkor. Rientriamo nel XXI secolo e veniamo letteralmente proiettati in un ambiente diametralmente opposto. La cena ha infatti luogo in un ristorante (l’Amazon Angkor) da grandi ricevimenti, i cui tavoli si trovano sotto il palco dove ha luogo uno spettacolo di danze apsara, le ninfe celesti del paradiso indù simbolo di eleganza e maestria nella danza. E’ il classico clima turistico dove signore di classe sfilano con abiti da sera per nulla adatti a quanto le circonda. Il buffet è buono, per quanto adattato ai palati di tutti i turisti, siano essi orientali che occidentali. I balli sono splendidi e riprendono in tono di maggior professionalità quanto avevamo già visto e vissuto a Baray. La semplicità dell’ambiente e le motivazioni dei bambini ci fanno comunque preferire la simpatia di questi ultimi. Non riusciamo a farci piacere solo la musica cambogiana: si tratta di nenie ripetitive e per nulla orecchiabili, fino a rasentare un vero e proprio fastidio. Stiamo al gioco e recitiamo la parte dei signori in questo posto da turisti davvero per caso.

Ma Siem Reap è anche e soprattutto questo e non occorre essere grandi osservatori per rilevare che vedere questa città non significa la Cambogia. Del resto se passano per Angkor 2,5 milioni di turisti all’anno, in un Paese fra i più poveri del mondo, ci sarà anche più di una ragione per sfruttare al meglio tutta la ricchezza che questo genera. Resta il rammarico di come le ricchezze vadano a finire nelle mani di pochi. Come visto, solo il 10% degli introiti per i siti di Angkor finisca per opere di restauro. Il resto, ben che vada, finisce per restaurare le ville dei pochi ricchi, ma di una ricchezza che non teme la concorrenza con i nostri magnati. Del resto la città è un’isola nel deserto della miseria. Non che gli abitanti vivano bene, ma il grasso turista che viene qui trova tutto per i suoi denti. Ci saremmo aspettati un genere turistico più impostato sull’avventura o sulla ricerca di qualcosa di storico. In realtà la gran part di quelli che si recano da queste parti sembra arrivarci quasi per caso. Sono turisti da tutto organizzato in anticipo, probabilmente come appendice di tranquille vacanze nelle famose località balneari thailandesi, le quali non distano più di un’ora di volo. Infatti nel centro di Siem Reap s’incontrano molti esseri appartenenti ad un genere umano più adatto alle spiagge tropicali che non a storiche vestigia.

 In ogni luogo vediamo bambini che mendicano o cercano di vendere qualcosa. Appiccicosi come mosche fanno persino tenerezza, con gli occhi persi nel nulla, a chiedere qualcosa cui non hanno idea di cosa sia.  Alcuni si limitano a ripetere “one dollar”, con una cantilena insegnatagli dai loro genitori, che ben si guardano di sporcarsi le mani lavorando. E’ infatti molto alto il numero di adulti che vediamo gironzolare introno alle misere palafitte o sonnecchiare sulle amache poste all’ombra di queste.

 Resta vero che il Vietnam è in media meno povero della Cambogia, ma l’orgoglio spinge i vietnamiti a cercare di evitare certe forme di parassitismo. E’ comunque limitativo inquadrare questa situazione con il fatto che i vietnamiti hanno ottenuto indipendenza ed autonomia almeno 25 anni prima di quanto abbia potuto fare la Cambogia, a causa della guerriglia che ha imperversato fino a dieci anni fa. Attualmente la Cambogia è molto più liberale nel senso negativo del termine. Si trova prostituzione, c’è possibilità di acquistare droga, vive in un sistema che maleodora di corruzione. Il solo fatto che tutti i prezzi vengano fatti in dollari ed il riel venga quotato solo su richiesta come se fosse una valuta straniera, la dice lunga su quali possano essere i giri legati al sistema valutario. Resta comunque difficile rimanere insensibili ai bambini o ai gruppi di storpi saltati su delle mine che suonano negli angoli di maggior affluenza turistica. Quello delle mine è uno dei problemi maggiori. Esiste un’opera costante di sminamento, ma nel Paese continuano ad esserci 30 tra feriti e morti ogni mese per colpa delle esplosioni. Le stesse organizzazioni d’aiuto lasciano adito a qualche sospetto: non esiste angolo dove non vi siano cassette per mettere elemosine a favore di questa o quella associazione benefica. L’unico aspetto positivo rispetto al vicino Vietnam sta nel minor traffico che s’incontra, ma probabilmente questo è dovuto ad una maggior ruralità della popolazione ed al fatto che molti non riescono nemmeno a permettersi uno scooter. In effetti molti viaggiano a piedi o in bicicletta.

 

Siem Reap - (Angkor Way)